Il suono dei Talibam! si mostra camaleontico, difficilmente arpionabile all'uncino di qualsivolglia categorizzazione di comodo, tra sgrammaticature post, noise, jazz, e perché no... anche rock.
Una delle definizioni più azzeccate formulate sui Talibam! suona così: “Ornette Coleman playing on Soft Machine’s Fourth in hell”. Kevin Shea, anima vera dei Talibam! e batterista sonico nei prime mover del rock de-composto Storm And Stress, è sempre passato sotto silenzio durante quell'esperienza. A parlare per tutti c'era il chitarrista Ian Williams. Damon Che Fitzgerald (batteria) era, di fatto, con lui i Don Caballero.
Chi ricorda i primordi della scena chicagoana nel segno del post rock ad inizi anni ‘90 non ha bisogno certo di ulteriori delucidazioni. L'incontro fra Kevin e Matthew Mottel, poi ai sintetizzatori nei Talibam!, e un anno dopo Ed Bear si aggiunge ai due. L'incipit della band sta tutto qui. Il “feedbacksaxophone” di Bear rappresenta forse il suono più caratteristico nel bailamme free-jazz e noise donatoci dai Talibam! all'epoca dell'esordio lungo.

Talibam! (Evolving Ear) data 2006. E' uno strepitoso saggio free su come la musica, e i segni sonori che ne compongono i significanti, siano oggetto d'una precisa strategia teoretica e comunicativa da parte di Kevin: “ E’ come quando leggo L’Ulisse di Joyce, traendone piacere dalla manipolazione del linguaggio e ispirazione dal suo humour. Quando ho suonato per la prima volta con Matt e Ed, ho avvertito lo stesso tipo di curiosità divertita”.
I gruppi di casa Load tremano. Gli Orthlem avrebbero di che imparare all'ascolto. Forse anche i Lightning Bolt. Un caleidoscopio inesausto di rock cangiante ed escoriante. Troppo “in ballo” per ballare una sola danza alla volta. Il noise newyorkese di quest'ultimo quinquennio ha i suoi nuovi profeti. E bello anche il gioco dei packaging per il cd-r omonimo su Evolving Ear. Copertine di album più o meno noti avvolgono il cd, chicca speciale: un frammento di vinile aggiunto. I pezzi inclusi sono tre ma fanno il diavolo a quattro nell'arte della decostruzione stilistica. Non è jazz, ma è “free”, non è noise, ma picchia duro, è articolatissimo, ma epidermico, si sbriciola di continuo, ma è solido come roccia, si riconosce in forme astruse di worldmusic, eppure ha solide radici rock. Il suono dei Talibam! si mostra camaleontico, difficilmente arpionabile all'uncino di qualsivolglia categorizzazione di comodo. Così come le ultime sortite a nome Talibam!. Iniziamo dal capolavoro Ordination Of The Globetrotting Conscripts (Azul Discografica, 2007), primo disco “ufficiale” del combo. Ancora una volta il jazz viene sottoposto ad un attacco batteriologico di antracite aritmica. Variante indistruttibile derivata dal genio di Kevin e Mat soprattutto. E per i curiosi ci sono in giro anche i 34 minuti di Buns And Butter (tratti dalle session d'esordio) e il cd Misbegotten Man dei People (I & Ear Records, 2007), sempre con Kevin coinvolto. Cercateli e non ve ne pentirete!
Ad Ordination Of The Globetrotting Conscripts spetta il posto d'onore. Trattasi di un piccolo capolavoro di sgrammaticatura post (noise, jazz, e perché no... anche rock). La vertigine free è anzi talmente potente che farebbe, in un film di sci-fi, l'effetto di una boccata di ossigeno troppo puro su organismi abituati ad inalare azoto. Uccide! I componimenti killer sono tanti. La metronimica Guns And Butter, che sfrigola via su intermittenti segnali sintetici mentre sax coltraniani (e non solo) s'arrampicano ad unghie strette sul suono-rumore sovraesposto. Spettacolari poi i 13 minuti, a sipario quasi calato, di The Spectre Of Water Wars, modello di fusion nucleare inaudita e senza lo scampolo di un riferimento stilistico che sia uno. The Excusable Earthling (12” LP, Pendu Sounds Recordings, 2007) raccoglie invece due improvvisazioni live (registrate in UK nell'estate 2007) – Explosive Soul e One Way Foot – che materializzano la buonanima del vecchio Sun Ra quando decideva di fare il cazzone on stage. Suoni sintetici che si perdono fra loro, un mulinar di bacchette discreto e alla spicciolata, vuoti incomprensibili e pieni 'a sfiatare'. Piacevole ma non essenziale, quindi. Così come Buns And Butters (Geffer Records, 2007), che nella sua mezz'ora abbondante di divagazioni improvvisate rimanda diretti diretti alle sessioni Evolving Ear da cui è estrapolato. Davvero singolare, invece, il connubio Mary Halvorson/Kevin Shea nei People. Solo voce e batteria che richiamano da vicino, torturandone ancor più la mimica astratta, gli esperimenti vocali presenti nell'esordio che fu degli Storm And Stress.

Esordio assoluto per i Talibam! che si divertono a impacchettare i loro cd-r dentro copertine di LP più o meno recenti con tanto di frammento di vinile accluso (modalità non nuova di packaging nel sottobosco indie, ma sempre intrigante). Già conosciuto nel microcosmo avant di New York, il trio capitanato da Kevin Shea è una delle più gradite sorprese degli ultimi mesi, soprattutto considerando quanto da quelle parti sia pericoloso maneggiare synth batteria e sax senza risultare banali o già sentiti. Grazie però al background di Shea (per chi l’avesse dimenticato: batterista degli Storm ‘n Stress, due album su Touch'n'Go) e all’intrinseco valore di questi tre pezzi, il rischio viene eluso o quantomeno ridimensionato.
Libertà espressiva e adesione ai dettami dell’improvvisazione riescono infatti a farci dimenticare quanta di questa musica sia già stata scritta e suonata, prima e dopo l’arrivo di John Zorn. Quel che ne viene fuori è un’aggrovigliata e calibratissima cascata ritmica, a cavallo tra i Flying Luttenbachers e i Lightning Bolt, ennesima dimostrazione che nel rock, nonostante la scorpacciata post, si può ancora fare a meno delle parole. Basti pensare a quanto di buono fatto negli ultimi anni non solo dai Lightning Bolt ma anche da Hella e Orthrelm, in grado di smussare certa concettualità propria del rock matematico. In questo senso i Talibam! risultano forse meno digeribili, più espressamente votati alla tradizione free e no-wave e senza l’autoironia e le derive hard-rock dei gruppi appena citati, ma assolutamente non inferiori. Per molti insomma, ma non per tutti. (7.3/10)

Ordination Of The Globetrotting Conscripts è il primo disco “ufficiale” del combo dopo l’esordio omonimo su Evolving Ear dell’anno scorso. Ancora una volta il jazz viene sottoposto ad un attacco batteriologico di antracite aritmica. Variante indistruttibile derivata dal genio di Kevin e Mat soprattutto. Il loro connubio ai rispettivi strumenti devasta (Revolutionary Bummer Weed), il resto ce lo mette la sfilza di ospiti presenti: Moppa Elliott, Michael Evans, Peter Evans, Jon Irabagon, Sam Kulik, Robbie Lee.
L’album è un piccolo capolavoro di sgrammaticatura post (noise, jazz, e perché no... anche rock). La vertigine free è anzi talmente potente che farebbe, in un film di sci-fi, l'effetto di una boccata di ossigeno troppo puro su organismi abituati ad inalare azoto. Uccide! I componimenti killer sono tanti. La metronimica Guns And Butter, che sfrigola via su intermittenti segnali sintetici mentre sax coltraniani (e non solo) s'arrampicano ad unghie strette sul suono-rumore sovraesposto. Spettacolari poi i 13 minuti, a sipario quasi calato, di The Spectre Of Water Wars, modello di fusion nucleare inaudita e senza lo scampolo di un riferimento stilistico che sia uno. Capolavoro (8.0/10)
“The night of the duos”. Ovvero, come una domenica sera stanca e silenziosa si trasforma in un orgiastico gang-bang sonico. Due coppie copulano sul palco prima dell’avvento degli attesissimi Talibam! from NY. Per primi Alessio Compagnucci e Alessandro Calbucci, ex sezione ritmica dei Sedia, con uno scarno set di divagazioni per basso e batteria. Una prima assoluta che incuriosisce nei suoi vuoti pneumatici e lascia curiosità sulle future evoluzioni. A ruota Plaisir, chitarra e batteria per un sonic mayhem senza sosta, che deve molto al grunge più grumoso. Una sorta di Soundgarden meets Lightning Bolt.
Preliminari gustosi, ma lo scarso pubblico presente, testimone del morente state of the art dell’underground italico, tutta chiacchiera e distintivo, ha però poca attenzione voyeuristica da dedicare ai gruppi spalla. Devozione e curiosità sono tutti per l’attrazione principale. Dal trio apprezzato su disco sparisce il feedbacksaxophone di Ed Bear, e non è una perdita da poco. Le dinamiche si riducono giocoforza ad un continuo dialogo a due. Se questo riduce le possibili contaminazioni, lascia spazio ad aperture synth-batteria non da poco e permette di capire di che pasta sono fatti. Sembrano comunque non accusare il colpo e attaccano a testa bassa investendo l’audience con una furia devastante. Matt si dimena come un ossesso tarantolato sul suo scalcagnato synth. Ne estrae rumori, brontolii, strepiti, stralci di melodie senza tempo, trovando anche il tempo di duettare col sodale in esilaranti siparietti nonsense su conigli giganti e peni scomparsi. Kevin risponde dal suo essenziale drum-kit indossando i panni, non solo metaforici, dello schizofrenico in crisi epilettica. Il suo volto si deforma. Lo sguardo è perso. Le braccia vorticano senza sosta, al punto da sembrare 2 o 3 batteristi in uno.
Lo spettacolo vero, però, non è solo in quel che vediamo. Lo spettacolo è in quello che è sotteso alla radicalità delle impro. I due sono orgasmici, umorali, al limite del rissoso e mettono in scena un teatrino consapevolmente d’avanguardia, in cui masticano le ferraglie sonore degli ultimi 50 anni. Le risputano reinventandole sotto la lente deformante di una libertà d’azione totale e follemente fuori da ogni schema. Ma lo fanno, e qui sta il bello, con uno schema, con una progettuale idea di fondo che ha come obbiettivo quello di unire l’impro colta con quella destrutturante e di matrice rock che stava alla base del post-punk e della no-wave più rovinosa. Tutto è apparentemente caos, ma nulla è appartenente al caso. Se a volteggiare sul palco è il simulacro di Sun Ra e a benedire dall’alto è lo spirito libero di un Coleman ubriaco e drogato, ad agitarsi sul palco sono i fantasmi del rock che abbiamo sempre apprezzato. Questo sono i Talibam! oggi, autunno 2007. Cosa saranno tra qualche mese nessuno può immaginarlo.