Il trio meno trio della storia alle prese con una crisi tanto aleatoria quanto fruttuosa. Li incontri, ci parli, e scopri che il loro ultimo lavoro altro non è che una rampa di lancio per missili di pensieri.
I Tied & Tickled Trio sono una vecchia conoscenza di SA. Nel 2004 li intervistammo in occasione di Observing Systems, l’ambizioso progetto con la Big Band d’altri tempi jazz. Ora facciamo lo stesso, li riosserviamo alla luce del nuovo e algido intra-side project Aelita (virgolette d’obbligo annesse). Non ha cambiato ragione sociale il trio meno trio della storia, eppure ci ritroviamo a parlare con Marcus di un approccio decisamente diverso: in pratica, il jazz “organico” ibridato di electro abbacinata ma pur sempre “dentro” quel tipico spirito brass, è sparito. Al suo posto, dentro - o fuori - uno spazio puntinato che puzza di quel bruciacchiato da pellicole giallognole primo Novecento. Un’irrequieta metodica tiene le fila di un discorso tagliato con il bisturi eppure il contesto torna a essere aleatorio come le primissime cose del combo, salvo richiami cinematicamente morriconiani e vintage francese. Così i nomi che andavano bene nel bagagliaio dello Shuttle per il cosmo non sono spuntabili. I Sun Ra (adorati da Marcus), i Mingus, i Davies non presenziano. “Il nuovo lavoro è nato così, per caso. Una performance live a sonorizzare una sequenza di immagini del bel futuro d’altri tempi a Monaco e poi la realizzazione in volata di quell’intingolo electro minimal presso i consueti studi”, spiegano Marcus Archer e Andreas Gerth. Ma questa storia la sapete già, la trovate nella recensione web e pure nel PDF di giugno. Molto più interessante è raccontarvi di come nelle due interviste fatte ai TTT emerga una peculiare dialettica, colta e aneddotica assieme, gente curiosa e pronta a realizzare le proprie visioni. People consapevole intenta a produrre musica nel modo più diretto e estemporaneo possibile. Gli ultimi due album per dire sono stati registrati con un approccio live sempre più estemporaneo, per l’ultimo sono occorsi tre giorni soltanto.

Nessun dubbio, il taglio da scienziato Marcus ce l’ha. Vedi quando, nell’intervista del 2004, alla domanda un po’ vaga dove parlavamo di Mingus tra i solchi di Observing, risponde “Mingus sì, ci ha influenzato molto. Ma per gli arrangiamenti brass cito: Gil Evans, Sam Rivers (Dimensions + Extensions) e John Coltrane (Africa Brass), mentre per la mescolanza di stili: Freddie Hubbard (Sing Me A Song Of Songmy), Herbie Hancock (Sextant), Miles Davis (On The Corner), Ronald Kirk e Sun Ra. È veramente il massimo ascoltare una persona così minuziosa riguardo alla propria arte parlare di un amore sincero per “tutta l’area selvaggia dei ’60 e ’70, dove tutti quei musicisti jazz afro-americani non volevano più suonare come avevano sempre fatto e cominciarono così a fondere e improvvisare con gli stili più disparati”. I Tied & Tickled Trio non rispondono in toto al freddo luogo comune sui teutonici, o se in parte vi aderiscono perché come dicono loro sono “parte dell’esperimento che tentano di condurre”, cercano modi intelligenti (e tipicamente deutsch) per autosabotarsi. Siamo arrivati a convincerci che sono un collettivo di agnostici che credono nell’alchimia (o qualche stronzata simile). Menti in grado di controllare la materia e i minimi effetti combinatori ma anche spiriti che ci vedono la magia dentro, persino nell’intruglio più complesso. L’ultimo album non fa eccezione. Marcus lo ricollega alla musica che facevano all’inizio “quando suonavano solo electronics, basso e batteria” (e la musica era la variante dei Tortoise krauta che andava di moda allora, vedi anche SA #30 aprile 2007). Dice pure di non aver avuto brassplayers a disposizione e quindi anche tecnicamente le cose dovevano andare così. “Il prossimo disco tornerà dalle parti di Observing, probabilmente”. Però, nell’intervista recente, la polpa è un’altra e queste sono solo chiacchiere: è quando l’acuto Andreas Gerth parla delle divergenze tra futurismo e costruttivismo che ci pare di capire a fondo il principale retroscena umorale dell’algida essenza di Aelita. Sentite la storia: “Quando Marinetti conobbe i futuristi di Pietroburgo (circa nel 1912), ne rimase deluso. Per non parlare dell’astio che raccolse quando presentò i poemi sonori e tutte le onomatopee di macchine e aeroplani al pubblico, al pubblico russo. I poemi russi erano molto diversi: a Chlebnikov [titolo di un brano di Aelita] non interessava l’esaltazione della tecnologia ma la reinvenzione del linguaggio. Diversamente dall’alacre italico, i suoi lavori puntavano dritto al suono originale delle cose, del colore e degli stati mentali. I poeti russi in sostanza nello spazio c’avrebbero mandato missili di pensieri. Una versione antigravitazionale del pensiero logico. E in questo erano infinitamente diversi dai futuristi italiani, rappresentavano l’ineluttabilità della condizione umana in rapporto al cosmo”. Queste lucide frasi valgono molto di più delle cazzate di cui sono solitamente piene le interviste, spiegano la magia e il mistero di Aelita e informano di ponti temporali con altre arti. Non ci pare difficile a questo punto scorgere dietro ad alcune tracce la dolorosa assimilazione di regime che incomberà sulle teste di questi sognatori. Marcus e Andres si discostano: “nessuno di noi stava pensando coscientemente al futurismo quando suonava, né al fatto che Chlebnikov moriva proprio mentre registravamo”. Anche qui una teoria fa pendant: “la musica si fa al presente ed è anche un punto di vista delle eruzioni del passato, ma pur sempre nel focus del presente”, afferma Gerth. Vabbè, adesso tutti vorranno sapere quando esce il nuovo Notwist: Marcus dice che ci stanno lavorando e sarà pronto per gli inizi del 2008. Inoltre c’è qualcosa chiamata Three Shades che sta per essere missata. Das Vidania
Il vostro nuovo lavoro è frutto d'un approccio estetico preventivo? Cos'è la teoria dei sistemi osservanti?
Markus: “Von Foerster dice che uno scienziato che esegue un esperimento è sempre parte dello stesso. Abbiamo trovato questa teoria interessante e simile al rapporto che abbiamo col Jazz e il Dub. Molti giovani musicisti, che conosciamo oggi, cercano d'apprendere il jazz come se fosse una scienza o un modo per far denaro; tentano di suonare Giant Steps (l'album di John Coltrane del 1959 Ndr.) il più velocemente possibile e pensano che quella sia la via maestra per comprenderne l'essenza. Io penso che non abbia senso imitare o copiare quella musica. Con i TTT stiamo cercando di trovare una via orginale come dei musicisti trentenni, bianchi e tedeschi che sono cresciuti con l’indie rock e Miles Davis. Non saremmo mai capaci di fare qualcosa alla Ornette Coleman, così cerchiamo di far musica in accordo con il nostro tempo”.
Cosa vuol dire processo organico? A proposito qualcuno di voi è un ingegnere? In generale, quanto gli studi che avete intrapreso hanno influenzato la vostra carriera artistica?
Markus: “processo organico in questo disco significa che abbiamo cercato di registrare il più possibile live, improvvisando molto e editando il meno possibile. Anche le parti elettroniche sono state registrate e mixate più in fretta di quanto siamo abituati a fare. Volevamo un album più diretto del suo predecessore.
Oggi, con i computer e le schede audio, ognuno può diventare un ingegnere ma tra di noi solo Mario Tahler è a conoscenza dell'arte della registrazione”.
Come trovate il tempo da dedicare a tutti i vostri progetti? Qui leggo Mina, Village Of Savoonga, Notwist, Lali Puna, Stoned Sharon e questi sono solo alcuni!
Markus: “cerchiamo sempre di avere una tabella di marcia in modo da dare a ciascuna band il suo tempo. D’altra parte, non sarebbe buono lavorare con un'unica band e suonare con essa tutti gli stili possibili. È bello suonare con persone differenti e crescere attraverso progetti diversi”.
Veniamo al jazz... che musicisti hanno influenzato Observing Systems? Molti critici hanno parlato di Mingus, confermate? Chi sono gli altri?
Markus: “Mingus sì, ci ha influenzato molto. Ma per gli arrangiamenti brass cito: Gil Evans, Sam Rivers (Dimensions + extensions) e John Coltrane (African Brass), mentre per la mescolanza di stili: Freddie Hubbard (Sing Me A Song Of Songmy), Herbie Hancock (Sextant), Miles Davis (On The Corner), Ronald Kirk e Sun Ra. In generale, ci piace tutta l’area selvaggia dei ’60 e ’70, dove tutti quei musicisti jazz afro-americani non volevano più suonare come avevano sempre fatto e cominciarono così a fondere e improvvisare con gli stili più disparati. C’è ancora molto da imparare da loro”.
Come sono nate le tracce? Componevate prima le parti acustiche e poi aggiungevate quelle digitali o vice versa? Potete farmi degli esempi?
Markus: “Micha ha composto le trame per la big-band, Johannes quelle per il piccolo ensamble, Andreas quelle per le parti elettroniche; poi abbiamo arrangiato tutto questo in studio, aggiungendo qualche improvvisazione, qualche sample, processando infine qualcosa al computer. Abbiamo fatto anche qualcosa con i recordplayers, prendendo quest'idea dai nostri lavori personali. Comunque abbiamo cercato di tenere le cose divise in questa sede, cercando di suonare il più possibile come un big collage”.
Markus, tuo padre era un musicista jazz, quanto crescere con lui ti ha influenzato? I TTT sono un tributo alle passioni di tuo padre?
Markus: “mio padre ci ha suonato un sacco di jazz. Io e mio fratello abbiamo suonato con lui. Alcuni musicisti che adoro come Mingus e Davis me li ha fatti ascoltare lui per la prima volta”.
Per quanto riguarda le atmosfere delle canzoni, il loro aspetto cinematico, qualcuno ha immaginato sale da ballo hollywoodiane anni ’40, altri i telefilm polizieschi anni ’70. Avete pianificato un clima prima di iniziare a lavorare sull’album?
Markus: “Non proprio. Comunque, per le parti elettroniche il nostro intento è stato quello di dare un'impronta "futuristica", di suonare immaginando come la gente, negli anni sessanta, credeva fosse il suono del futuro”.
Sun Ra è l’influenza principale nelle tracce Radio Sun. Quant’è importante questo musicista per la storia della musica e per i TTT?
Andreas: “Amiamo Sun Ra, aveva un carattere speciale, era un outsider. La spazialità che creava era così estrema! Aveva una visione del suo sound e della sua musica, che era più intuitiva che virtuosa, più spirituale che intellettuale, anche se era comunque un musicista molto virtuoso. Questo è importante per i TTT. In questi tempi, quando la maggior parte dei musicisti studiano questa musica come se fosse una scienza, è importante considerarne lo spirito, interpretarla con quello che siamo in grado di fare. Troppa gente, pensando di conoscere le formule del genere, è convinta di suonare jazz, troppi aggiungono parti elettroniche immaginando di suonare moderno e futuristico…
In questo senso puoi dire che Observing System è un album reazionario”.
I Kraftwerk esploravano il futuro con tecnologie per noi primordiali, voi prendete il passato cercando di fonderlo con qualcosa che è già il “futuro”. Rispetto ai settanta, oggi la tecnologia ci permette di fare un’infinità di cose. Che differenze pensate che ci siano tra il fare musica allora e oggi?
Andreas: “penso che le differenze principali siano queste: le vecchie macchine erano limitate e i laptop sono illimitati, così se tu lavori con quest’ultimi il rischio di perderti è altissimo. Il punto è cercare di trovare delle limitazioni che siano in accordo con quello che vuoi fare”.
Ci sono mescolanze particolari nel panorama tedesco odierno: Hue Scmidh (ovvero Senor Coconut) sta assemblando ritmiche elettroniche (Dub, breakbeats) e latine, voi lo state facendo con il jazz… C’è un denominatore comune in tutte queste fusioni o è semplicemente una sociologia sbagliata?
Markus: “c’è molta musica interessante in Germania al momento, ma anche in altre parti del mondo. Cerchiamo di tenerci in contatto con tutta la gente che ci è piaciuta e imparare cose nuove ogni giorno”.
Verrete in Italia?
Markus: “Saremo in tour con una big band di 11 elementi e speriamo di toccare anche l’Italia!”.

I TTT sono un esamble nato nel 1994 dalle menti dei polistrumentisti Markus e Micha Acher, un duo dal curriculum di tutto rispetto.
Markus e Micha sono membri dei Notwist e dei Village Of Savoonga, inoltre il primo è nel progetto Lali Puna e ha collaborato coi Stoned Sharon, mentre il secondo coi Mina.
Observing Systems, terza prova in studio, che segue all’esordio del 1998 (su Payola) e a EA1 EA2 (su Clearspot), corona con successo dieci anni di approfondimenti/fusioni tra jazz (Miles Davis, Gil Evans, Duke Ellington e Charles Mingus) da una parte; post-rock (Tortoise), nu elettronica tedesca e trip-hop (Tricky) dall’altra.
Non mancano le novità: inframezzi space alla Sun Ra (Radio Sun) e una vera e propria big band che comprende ben nove elementi (Ulrich Wangeheim, Stefan Schreiber, Gerhard Gschlobl, Leo Gmelch, Roberto di Goia, Robert Klinger, Carl Oesterheld, Saam Schlamminger e Caspar Brandner) oltre a Johannes Enders e Andreas Gerth, membri stabili dal primo album.
A caratterizzare il tutto è uno studio estetico preventivo, basato su quel che gli stessi Markus e Micha hanno definito “processo organico”: da una parte, vi sono le sezioni ritmiche contraddistinte da rigidità e compattezza; dall’altra gli assoli, pastosi e colorati ma mai improvvisati (poiché presumo che vi sia un calcolo anche quando i fiati sembrano scalare le note in libertà). La sintesi delle partiture è, infine, ottenuta fondendo il processo ritmico, ottenuto col laptop, alle parti acustiche suonate dal vivo.
Dal punto di vista dell’approccio alle vibrazioni soniche in genere, l’orecchio è quello del musicista elettronico: al centro della scena non è tanto la bravura dei musicisti, quanto il sound timbrico di ciascun strumento acustico o elettronico che sia. Per tutti questi aspetti il discorso dei TTT è coerente fino alla nausea e miracolosamente organico (non meccanico). In brani come The Long Tomorrow, Freak Machine e 3.4.e, registrati senza post-produzione digitale, la concettualizzazione iniziale si sviluppa alla perfezione, specie nel primo, dove si assiste a un’incursione nei territori di Theme From Turnpike (The Long Tomorrow), la curiosa traccia dei dEUS dai profumi mingusiani.
È la varietà di approcci che l’ensamble ha messo in atto a rendere l’ascolto vivace e stimolante: la sezione ritmica spazia dal funk-elettronico alle ritmiche africane (metallofoni, tablas) passando per i breakbeats del trip-hop fino ad arrivare al dub; quella dei fiati, passa da fumose atmosfere da poliziesco anni ’70 a sale da ballo hollywoodiane anni ‘40. È un insieme di modernismi retrò che conferisce al treno dei TTT un proprio design particolare, un orient express con gli interni di un TGV francese.
In definitiva i TTT riescono dove gli Him di Doug Sharin stentano ad arrivare (o non arrivano proprio). (6.5/10)

Se vi stavate domandando cosa fanno - o NON fanno - i Notwist, ecco una plausibile risposta: fanno i T&TT. O, almeno, Markus e Micha Acher ne costituiscono quasi metà organico. Si è infatti ridotto a soli cinque elementi il combo tedesco più inafferrabile e sorprendente in circolazione. Non solo. Hanno pure accantonato - okay, non totalmente, e chissà quanto definitivamente - la fregola jazz del precedente Observing Systems (Morr Music / Wide, 2004) per abbracciare un minimalismo electro-pop tanto sinuoso quanto etereo, suggestivo, intimista e disorientante. Una scelta causata dai lusinghieri esiti di un concerto tenuto nell'ottobre scorso al festival di Hausmusik di Monaco, ispirato a visioni e nostalgie retrofuturiste, agli impossibili sogni vintage di antichi fantascienziati del secolo scorso.
Ecco spiegati i barbagli di french touch à la Air e l'aura cinematica morriconiana in You Said Tomorrow Yesterday, col suo loop cartilaginoso, il glockenspiel ed il mellotron. Siamo quindi all'invenzione di un passato mai esistito, ambient mentale assieme nostalgico e distaccato proprio perché fondato su presupposti del tutto teorici, la simulazione di una situazione ideale e (ma) completamente intellettuale. Una goduria algida, che è comunque una goduria. Prendete quella specie di oleografia dub di Tamaghis, pulsazioni sincopate e sbuffi brumosi per trip Massive Attack liofilizzato, oppure quella Other Voices Other Rooms che parte funk robotico/strinito – dalle parti dell'Herbie Hancock anni Ottanta - per poi "normalizzarsi" electro-pop dolceagro tra tiepidi azzardi e morbidezze Mùm.
Anche quando in A Rocket Debris Cloud Drifts certe tremebonde pennellate di mellotron rivangano Eno e i primi Floyd, tutto sembra ricondotto nei ranghi del raziocinio - sia pure irrequieto - quale frutto ultimo del dominio po-mo sulle reminiscenze kraute e psych. Con le tre versioni della title track tornano a farsi vivi i geni jazzy nel dna sonico, tra sordidi stupori e allarmi rappresi, ma è col carillon triste e ipnotico di Chlebnikov che si tocca col dito il midollo di questo lavoro, sofisticata congerie di ipotesi sonore ricondotte all'essenza. Che dire, avrei gradito un po' più di cuore, forse estetica e poetica non sono andate proprio d'amore e d'accordo, ma consideratelo un dettaglio, del tipo che distinguono i lavori ottimi da quelli soltanto (?) buoni. (6.9/10)