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Sunn O)))

di Marco Braggion e Antonello Comunale
Stephen O'Malley

 

 

 

 

 

 

 

 

 

cover
  • Sin Nanna
  • It Took The Night To Believe
  • Cursed Realms (Of The Winterdemons)
  • Ortodox Caveman
  • CandleGoat
  • Cry For The Weeper
  • Báthory Erzsébet

Black One (Southern Lord Recordings, novembre 2005)

di Marco Braggion

Dopo White Two arriva Black One, il nuovo disco dei Sunn O))), un lavoro che decontestualizza, smembra e affoga la pompa magna del metal in una pece acida che corrode le orecchie dell’ascoltatore.

Proprio come i Melvins e gli Earth (di cui il gruppo è dichiarato fan), il gioco si tinge d’ espressionismo, di ralenti agghiaccianti, di lamenti demoniaci (questi sì, in stile Grind-core) e con l’aiuto delle sperimentazioni di Oren Ambarchi e delle elaborazioni elettroniche di John Wiese, è l’ambiente sonoro complessivo ad acquistare prospettiva e volume, a catturare l’ascoltatore avvolgendolo in un inverno tempestoso e impestato.

Il riferimento alla migliore tradizione metal è visibile nella cover espansa degli Immortal (Cursed Realms) e nella citazione dei Bathory nell’ultima traccia, ma anche da queste parti nulla porta all’epica del genere o alle grottesche lande del grind storico. Black One è un incubo drone metal, il complemento esatto di quello dell’etichetta Kranky: non una never ending story, piuttosto un lamento senza fine, un cimitero di fender abbandonate con le spie dei distorsori ancora accese. Non c’è nessuna speranza. (6.7/10) .

cover
  • Etna
  • N. L. T.
  • The Sinking Belle (Blue Sheep)
  • Akuma No Kuma
  • Fried Eagle Mind
  • Blood Swamp

Sunn O))) & Boris – Altar (Southern Lord, ottobre 2006)

di Marco Braggion

Uno degli split più attesi della stagione: il duo californiano erede della old school drone/doom degli Earth e il trio giapponesissimamente noise discendente dallo stoner psichedelico degli indimenticabili Melvins (Boris è il titolo di una canzone di Bullhead).

La trepidazione è palpabile, perché ultimamente dalle paludi underground della Southern Lord sono uscite delle creature multiformi e delle sequenze da incubo metafisico post-Chtulu che hanno avvicinato ascoltatori metal e stoner in un maelstrom duro e inedito, gridato a squarciagola da suoni d’oltretomba che non si impantanano nella malinconia dark.

A parte l’introduzione classicamente drone (che guarda caso si chiama Etna: lava colante senza fine, zampilli che escono dalle chitarre fischianti), il set approda a uno stato di calma squisitamente ambient (le sciabolate industrial di N.L.T.) o a un post-folk apocalittico fatto apposta per il prossimo concerto dei Current 93. Sembra paradossale, ma The Sinking Belle è una stupenda ballata desert blues sussurrata da una voce fuori dal tempo (quella del graditissimo ospite Rex Ritter) e Fried Eagle Mind è il suo controcanto visionario e sfatto, lo scheletro dilatato del rock che solo i primi Pink Floyd avevano osato punzecchiare.

Due gruppi usciti dall’underground (quest’anno alla Knitting Factory di New York - tempio dell’indie rock e dell’avant jazz) che in questo supercombo sono maturati, uscendo dalle paludi metal e ritrovandosi in una foresta carbonizzata, un deserto spogliato degli orpelli manieristici dei generi e pronto a far rinascere nuovi germogli. Attendiamo impazienti la prossima fioritura. (7.0/10)

P.S. la special edition in 2 CD contiene uno stupendo cameo di 28 minuti del leader degli Earth, Dylan Carlson. Altamente consigliato.

cover
  • I
  • II
  • III
  • IV

Æthenor – Deep In Ocean Sunk The Lamp Of Light (VHF / Goodfellas, 30 gennaio 2007)

di Antonello Comunale

Inizia come un vecchio disco di Lustmord e si chiude come un horror musicato da Angelo Badalamenti. Nel titolo del disco si cita nientemeno che l’Iliade di Omero e tra gli strumenti usati leggiamo: Fender Rhodes Piano, Voice, Minimoog, Organ e… Room. Stanza. Æthenor ha tutta l’aria di essere qualcosa di più della solita collaborazione di Stephen O’Malley. Di fatto, il trio costituito con Daniel O’Sullivan dei Guapo e Vincent De Roguin degli Shora già parla di un secondo disco e vista la qualità del lavoro in questione, la cosa va presa come una buona notizia.

La metafisica inquietudine ambient che si respira tra questi solchi ha come referente più diretto proprio O’Malley. Il suono che nei Sunn O))) è polpa (deteriorata) qui è ectoplasma (I). Un’immagine che si riflette su uno specchio deformante (II). Un’ombra che si allunga a dismisura fino ad ottenebrare un mondo intero (III). Alice che si scopre prigioniera e vittima di una lugubre wonderland (IV). Nel passaggio tra la catacombale fissità della collaborazione con Pita -il progetto KTL - al suono molto più “musicato” e strisciante degli Æthenor, O’Malley ha fatto un progresso considerevole, anche se è largamente coadiuvato dagli altri due. Daniel O’Sullivan soprattutto contribuisce alla causa affrescando visionari ghirigori con il ficcante e onirico sound del Fender Rhodes.

Quello degli Æthenor è un suono che non sfocia mai nel grand guignol. Il trio è abilissimo nel mantenersi in uno stato costante di vacuum onirico, affascinante e mai tedioso, dando l’idea di essere più interessato a suggestionare che ad impressionare. Senon è la cosa migliore firmata da O’Malley finora, poco ci manca. (7.5/10)

cover
  • Game
  • Theme
  • Abattoir
  • Snow 2

KTL – 2 (Editions Mego, 7 maggio 2007)

di Antonello Comunale

Non si ferma più. Non si fermano più. Potremmo aprire una rubrica mensile su tutti i presenzialisti da logorrea discografica, mettendo da subito in testa la terrificante trimurti: Richard Youngs, Aidan Baker e Stephen O’Malley. Solo loro tre sono in grado di riempire interi scaffali con dischi, progetti, collaborazioni, esperimenti. Non trattengono nulla per il loro consumo privato e pubblicano qualunque cosa. Certo, la qualità è alta, ma anche la più bella delle cheerleader se ti gira troppo intorno alla fine ti stufa. Questo mese allora segnaliamo il ritorno di O’Malley, che avevamo lasciato un paio di mesi fa con gli Aethenor. Questa è la volta di KTL 2, la vendetta di O’Malley e Pita, che mettono su nastro una seconda puntata delle loro gesta a base di gelido ed efferato black metal dronato. Quattro lunghissimi brani composti tra il dicembre 2006 e il febbraio 2007, presso gli Abattoir Studios di Angers e – soprattutto - dentro un maniero del 17° secolo, il Manoir Kéroual di Guilers nell’estremo ovest della Francia.

Il pregio maggiore di O’Malley è quello di sapersi adattare al proprio interlocutore, di parlare una lingua inconfondibilmente sua, ma che si adegua sempre alle circostanze. Se nei Sunn O))) la sua chitarra suona melmosa e opprimente e negli Aethenor è maledettamente strisciante e suggestiva, per i KTL conserva appositamente il lato più tagliente e crudo. Pita dal canto suo allestisce con pochi tocchi (un riverbero in un angolo, un drone circolare nell’altro) una scenografia quanto mai gotica. Rispetto al primo capitolo, il gioco si è fatto più scoperto, meno ingessato. I due ci danno dentro senza tentennamenti, riconvertendo in pregi i difetti del primo disco, vedi l’eccessiva grevità che rendeva i brani oltremodo statici. Qui si gira intorno alle architetture per sviscerarne gli angoli nascosti. Theme in questo senso è l’esempio principe del disco. 27 minuti di cupi rintocchi metronomici da catacomba gotica stile film Hammer, che lentamente vengono aggrediti da suoni e distorsioni in crescendo apocalittico fino al rumore più efferato. Su Abattoir è la distorsione chitarristica alla Burzum a fare da malevolo e cupo tappeto. Si chiude con Snow2 per la via di una dark ambient di arredo.

I brani sono probabilmente troppo lunghi e l’idea stessa alla base del progetto KTL continua ad essere eccessivamente teatrale, anche senza una rappresentazione che ne giustifichi l’intento. Tra i vari progetti di O’Malley si continua a preferire Aethenor. Questi KTL appaiono sempre più come un simpatico divertissement.  (7.0/10)

cover

Sunn O))) – Oracle (Southern Lord, 25 luglio 2007)
Grave Temple - Holy Down (Southern Lord, 5 giugno 2007)
Soma + Z’ev – Magistral (Southern Lord, 25 settembre 2007)
Lotus Eaters – Wurmwulv (Troubleman Unlimited, 24 aprile 2007) )

di Antonello Comunale

Ben ritrovati al consueto appuntamento con Stephen O’Malley e i suoi mille progetti. Con il passare dei mesi l’attività del doomster più in hype e di moda del momento non accenna minimamente a diminuire. Il parto più stuzzicante di metà 2007 è Oracle, inizialmente previsto come CD a tiratura limitata in occasione del tour, ma poi evaporato a release ufficiale, in vinile, con cui suppongo Southern Lord abbia voglia di fare un po’ di soldi. Del resto le richieste erano altissime e su Ebay erano immediatamente comparse aste da capogiro. Oracle è un lavoro interessante, ma un po’ troppo autoreferenziale. La musica contenuta nel disco è stata originata da una collaborazione con lo scultore newyorkese Banks Violette, con il quale i Sunn O))) hanno tenuto un paio di show. L’EP si compone di tre pezzi. Da segnalare soprattutto l’ambient doom dell’iniziale Belulrol Pusztit. I margini di crescita del progetto principale di O’Malley sono ancora altissimi, ma bisognerebbe evitare di sprofondare in certo pantano manierista black. Ormai l’effetto sorpresa è passato e c’è bisogno di un passo in avanti. Anche perché il modo di divertirsi prendendo a piene mani da Mayhem e Burzum lo si trova sempre come dimostra il disco firmato dai Grave Temple, sigla dietro cui stanno O’ Malley, Oren Ambarchi e Attila Csihar. Holy Down testimonia di una performance live tenuta in Israele. Puro e semplice divertimento black metal. Efficace ma inutile. E’ certamente più interessante la collaborazione tra O’Malley e Z’ev, che ha dato luogo a Magistral, disco che a dispetto della presenza di Z’ev, che pure produce il lavoro insieme a Randall Dunn, si concentra principalmente sulla manipolazione del feedback chitarristico di O’Malley, disegnando uno scenario isolazionisticamente dronato, che sta da qualche parte tra Hafler Trio e Main. Un tuffo nel passato invece il disco dei Lotus Eaters licenziato da Troubleman Unlimited, che si compone di registrazioni fatte da O’Malley, James Plotkin e Aaron Turner, tra il 2000 e il 2003. Ambient concreta e molto liquida. Lontana dalla malevolenza black di Sunn O))) e Khanate. Un (6.0/10) di media, tra tutti e quattro, direi che ci può stare.

Live: KTL + Bj Nilsen & Hildur Gudnadottir + Biosphere – Teatro Ariosto, Reggio Emilia (7 ottobre 2007)

di Nicolas Campagnari

Estremi si, devastanti anche. Così si potrebbe sintetizzare il concerto del duo pagano KTL, ovvero Stephen O’Malley e Peter Rehberg. Forse più che un concerto sarebbe meglio chiamarlo rituale, un rituale volto ad evocare lo spirito del male incarnatosi nel metal e nel noise. Chi aveva familiarità con i due capitoli discografici del duo sapeva cosa aspettarsi ma ascoltare quel materiale a questo volume assurdo, vi assicuro che fa la sua differenza. Un’esperienza estatica anche per quelli che davanti a tanta retorica “metallara”, O’Malley alza più volte la sua chitarra in cielo a mo’ di trofeo, possono storcere il naso.

Prima che la furia assassina di KTL s’impadronisse del Teatro Ariosto, si sono esibiti: il veterano Biosphere, ormai perso in morbidi ed ammorbanti drones che non convincono più di tanto, e la coppia Bj Nilsen&Hildur Gudnadottir, che ha allietato ha presentato un efficace interazione tra i suoni digitali prodotti via laptop del primo con i soffici e concilianti bordoni della seconda alle prese con il suo violoncello.

Nel complesso un serata all’insegna dei drones e della sperimentazione che ha visto KTL elevarsi al di sopra di tutto il resto.