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Sufjan Stevens

di Edoardo Bridda, Stefano Solventi e Antonello Comunale
Dal Michigan all’Illinois, per gli stati americani si muove un moderno trovatore folk che risponde al nome di Sufjan Stevens. Padrone di uno stile variopinto che abbraccia tanto la tradizione quanto le nuove correnti dell’elettronica, Stevens si è da tempo lanciato nel bizzarro progetto di dedicare un album per ognuno degli stati americani. Personalità originale e sopra le righe, nell’attesa di completare il suo folle piano, ci dona, disco dopo disco, alcune delle più belle canzoni ascoltate negli ultimi anni.
Foto: Henry e Sam

Songs from Michigan. Intervista a Steven Sufjan

di Edoardo Bridda
(intervista via mail, dicembre 2003)

- Soltanto ora il tuo nome comincia a circolare in Italia, tuttavia molti ancora non sanno minimamente chi sei. Come ti presenteresti se ti venisse chiesto di farlo…
“Il mio nome è Sufjan Stevens, che potrebbe suonare come un nome inusuale, ma è abbastanza comune nelle terre musulmane. Non sono musulmano e i miei genitori non mi hanno dato questo nome. Erano in una setta religiosa guidata da un uomo venuto dall’indonesia chiamato Bapak. Lui mi chiamò Sufjan. Mi è stato detto che significa 'viene con una spada', ma non so. Suona un po’ complicato. Sono nato a Detriot, Michigan”.

- Parliamo di Greetings From Michigan. Cosa hai voluto comunicare con quest'album?
“L’album si focalizza nel raccontare storie del Michigan attraverso canzoni. Questi racconti hanno molto a che fare con la mia infanzia, e la mia adolescenza a Detroit, quando andavo a pesca a Maple River o a visitare Soo Locks con i miei genitori. Ho passato molto tempo in questo Stato, quasi tutta la mia vita. Mi ha dato un sacco di ricordi e sento che questo album mi riporta indietro al posto che mi ha formato, nel bene e nel male. Certo molto del lavoro è romanzato dalla mia memoria. I nomi dei posti sono reali ma molti degli eventi sono frutto della mia immaginazione”.

- Molta della stampa internazionale ha trovato corrispondenze tra l’estetica di Greetings e quella contenuta in album come Eureka di O’Rourke, oppure Cobra and Phases Group degli Stereolab. Penso sia un buon paragone. Che ne pensi?
“Sì, ho ascoltato pareri di questo tipo. O’Rourke è un musicista grandioso. Non lo seguo molto ma ammiro la sua capacità di engineering, nonché le sue doti di arrangiatore. Ho amato il suo lavoro negli album degli Stereolab e nel debutto di Edith Frost. Ha un buon senso nel mettere le cose assieme. Ha la capacità di trovare molto in piccoli spazi. Non mi sento vicino a lui perché penso siamo parte di differenti generazioni di artigiani: lui è un po’ più vecchio, è di Chicago, inoltre non l’ho mai incontrato, ma se avessi la possibilità di registrare ora con lui non sarebbe una cattiva idea”.

- Greetings ha ottenuto vasti consensi, sei sorpreso?
“Non ho mai pensato di ottenere così tanto feedback. Sono onorato e sbigottito. Tuttavia non sono molto toccato dalla stampa, è molto importante, è chiaro, però è altrettanto vero che cosa fai non deve mai dipendere dalle opinioni della gente. Le nostre opinioni sono così volubili che dovremmo pesarle poco”.

- Hai forse paura di aver fatto un ottimo album?
“Thank you!”.

- Come componi le tue canzoni? Ci sono molte influenze nel tuo ultimo lavoro, differenti atmosfere, com'è avvenuto il processo creativo?
“Non ho un vero metodo. Scrivo per differenti strumenti: piano, chitarra e banjo che sono per me sonicamente e fisicamente differenti. Solitamente comincio con un sacco di 'musical sketches'. Ho passato un sacco di tempo seduto di fronte al pianoforte con una faccia confusa, oppure strimpellando alla chitarra o scordando il banjo. È importante perdersi qui. È importante lasciare che le idee si facciano un giro. Non rimango incancrenito su una chiave o una melodia. È un processo di scoperta e di sorprese. Cerco anche di lavorare con i tempi fuori della mia “comfort zone”: in Michigan ci sono una manciata di canzoni che suonano attorno a tempi inusuali come 7/8 o 5/4 o 12/8. Questo è un modo per lavorare fuori dagli schemi, inoltre lavoro anche con chiavi differenti: E-major puo’ essere scoraggiante al piano ma confortevole con la chitarra come penso che occorra anche ascoltare musica che sorprenda e sfidi. Recentemente ho ascoltato molto jazz dei sessanta, Eno, gli Stereolab e gli Yes. Scrivere una canzone è come fare i conti con le proprie influenze ma è anche ascoltare la tua particolare voce sopra a quelle cose che ti appartengono solo in parte. Non sto parlando della mia voce letteralmente parlando, ma di quello che è parte di quello che esprimi e che nessun altro può esprimere. Penso che quest’album mi abbia aiutato a mettermi in contatto maggiormente con la mia voce”.

- In tre album hai esplorato cose diversissime, come le giudichi ora? Che direzioni prenderai in futuro?
“Il primo album 'A Sun Came' è difficile da calibrare perché rappresenta un periodo della mia vita (quando ero all’Università) che ora mi sembra lontano. Ma non è corretto condiscendere dai nostri sé precedenti. Meglio apprezzarlo per quello che è. Amo il mio secondo album, quello delle canzoni per lo zodiaco cinese. È stato un punto di svolta per me, musicalmente. È il mio album preferito e ne sono ancora fiero. Penso che sia importante stare lontano dal songwriting e fare cose elettroniche, senza la mia voce. È importante provare cose nuove. Penso che in futuro salterò sempre da un genere all’altro, vorrei scrivere un Musical in stile Broadway o una colonna sonora. Vorrei anche far parte di una punk band. Queste sono solo alcune opzioni, ma voglio che ognuna di loro suoni viva e vera, che abbia un valore eterno. Questo è il test vero: come suoneranno questi album fra venti anni? Mi sento come se mi fosse stata data la possibilità di creare qualsiasi cosa mi piaccia e nella maniera più naturale. Scrivere musica è al tempo una sfida e una ricompensa. Voglio proprio dare il meglio di me”.

- Pensi che la "glichtronica", che ha caratterizzato il tuo secondo album, sia (ora nel 2003) datata? Anche tu sei convinto che mondo stia correndo troppo veloce? C'è troppa roba che ci circonda? È inevitabile cambiare di continuo arrangiamenti perché siamo parte di questo "veloce mondo di perpetui e repentini cambiamenti"?

“Penso che la glich elettronica sia grossomodo un prodotto dell'industrializzazione come del post-modernismo. Non avremmo mai avuto il noise senza l'influsso delle macchine nella vita di tutti i giorni. Le automobili, i rasoi elettrici, la metropolitana, i frullatori. Questi sono stati i precursori dell’IDM, un genere che ha trasformato, tra l'altro, il rumore in ritmi. Sembra che questo tipo di musica mimi un momento della vita moderna, anche se è anche vero che esistono suoni in natura che possiedono timbri molto “artificiali”. Prendi, per esempio, il richiamo amoroso della rana toro che ha lo stesso brontolio ritmico del beat dei Mouse On Mars. Oppure, hai mai sentito una cicala? Quello è il più digitale di tutti i suoni! È ottenuto dallo sfregamento delle zampe o delle ali, non ricordo bene. Penso che potremmo diventare un po' isterici comparando la glichtronica con qualche tipo di documentazione sociale ma ciò non toglie nulla al fatto che quella musica è il risultato dell'ambiente che la circonda. Abbiamo sorpassato il post-modernismo in effetti. Il prossimo passo è il post-umano dove il nostro stile di vita non supporta più o non è più complemento della natura. Ecco perché mangiamo patate fritte fat-free e moltissimi vestiti sono fatti nel terzo mondo”.

- Come ti senti in questo mondo, musicalmente parlando? Oggi puoi essere una star senza avere talento mentre artisti come te che quel quid in più ce l’hanno non godono della giusta riconoscenza…
“Ho appreso molto presto che la popolarità e l’abilità non sono correlate. Ci sono molte persone che sono entertainer o businessmen che sono professionisti nel fare denaro, e ne fanno. Va bene. È un lavoro, in quel senso. Non sono critico perché stanno lavorando. Non ho mai pensato di guadagnare con la musica. Conosco modi per fare più soldi, molto prima e con minor dispendio di energie. Lavoro come book designer e insegno scrittura, qualche volta butto giù due righe per qualche rivista di artigianato e queste cose mi fanno guadagnare abbastanza per sopravvivere bene. La musica è una passione precaria per cui perché dovrei smettere il resto e rovinare tutto? Penso che se continuiamo a scrivere musica appassionante qualcuno vorrà sentirla e forse in futuro qualcuno ne farà un business. Penso che se consideriamo l’estetica in modo troppo etico saremmo frustrati dal principio. È molto bello considerare il successo di una canzone come il risultato di meriti esclusivamente estetici, indipendentemente da quello che pensa la gente o da quali sono gli standard economici. Comunque non posso negare che il music business è molto triste”.

- Perché hai scelto il nome Michigan? Ascoltando il tuo lavoro penso alle atmosfere del Mio Michigan, perché non sono mai stato da quelle parti. Era la reazione che volevi ottenere?
“Non mi aspetto che ognuno capisca le referenze geografiche ma è bello che tu possa riempire gli spazi vuoti. L’ascoltatore medio di Parigi non avrà idea di che aspetto abbiano le case roulotte della Upper
Peninsula. I dettagli servono per creare dei contorni credibili ma non tutti li riconosceranno. Questo è particolarmente vero se leggi Checkov o Calvino. Non so come ci si sente ad essere in un affollato pub russo, però se la storia è concepita con tale chiarezza e specificità di dettagli mi sentirò come se fossi lì. Spero che Michigan possa fare questo, che possa trasportarti in un posto che è geograficamente l’America ma emozionalmente il posto del tuo cuore”.

- Ami stare sul palco? Che emozioni ti dà?
“All’inizio ero terrorizzato di suonare dal vivo ma poi ho iniziato ad amarlo. È un bel lavoro, specialmente quando devo fare qualcosa che ho scritto. Queste canzoni richiedono tanta concentrazione per me e per l’ascoltatore. Non sono un performer energico per cui cerco d'essere il più generoso possibile con le mie canzoni. Registrare i brani è facile, in compenso i live show richiedono uno sforzo notevole ...anche se trovo sempre più piacere nel farli, specie quando entri in quello strano contatto con il tuo pubblico. Quando la gente monitora ogni parola e cerca di dare un senso a quello che sta pensando. È superlativo! Penso che suonare con la Danielson Famile mi ha aiutato molto. Non sarei qui senza il loro supporto”.

- Cosa stai ascoltando ora: quali sono i 10 album che porteresti nell’isola deserta?
“Non ascolto molta musica in questo periodo. Cerco di tenere il palato pulito. Non ho neppure uno stereo a casa, ma se sono dell’umore giusto ascolto Steve Reich "Music For 18 Musicians", tutto di Neil Young dal 1969 al 1979, i lavori per organo e coro di Benjamin Britten, Pink Moon di Nick Drake e i musicisti impressionisti francesi. Amo Dolly Parton, la Danielson Famile, i primi album degli Yes e questa band chiamata Manischevitz che ha inciso per la Secretly Canadian. Amo la musica che ci lascia senza parole”.

- Verrai in Italia prima o poi?
“Non sono mai stato nel vostro Paese. Mio fratello dice che non c'è nulla come Roma: è la città di tutte le città. Mi piacerebbe molto visitarla”.

- Michigan è veramente il primo di una serie di album dedicati a ciascun stato americano?
“Sì, questo è il proposito ...anche se non penso di riuscire a completare l'opera, è la mia convinzione per ora”.

Copertina: A Sun Came (Asthmatic Kitty, 1999)
  • We Are What You Say
  • A Winner Needs a Wand
  • Rake
  • Siamese Twins
  • Demetrius
  • Dumb I Sound
  • Wordsworth's Ridge (From Fran Fike)
  • Belly Button
  • Rice Pudding
  • A Loverless Bed (Without Remission)
  • Godzuki
  • Super Sexy Woman
  • The Oracle Said Wonder
  • Happy Birthday
  • Jason
  • Kill
  • Ya Leil
  • A Sun Came

A Sun Came (Asthmatic Kitty / Goodfellas, 1999)

di Edoardo Bridda

Abbandonato il primo gruppo - i Marzuki -, Sufjan inizia la carriera solista con una raccolta di canzoni all'insegna del rock/pop e della musica etnica. Una fusione peculiare che vede un'attitudine lo-fi (principali ispiratori Beck e Sebadoh) amalgamarsi ad arrangiamenti peruviani, andalusi e indiani. La strumentazione è tra le più varie e comprende, oltre ai consueti strumenti rock, anche banjo, xilofoni, sitar e oboe. Album piuttosto ben arrangiato, con almeno un paio di momenti discreti (A Winner Needs a Wand e, forse, la slintiana The Oracle Said Wonder), comunque troppo lungo (un ora e un quarto) a fronte del numero di idee espresse. A Sun Came evidenzia un artista ancora acerbo ma promettente. (6.0/10)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Copertina: Enjoy Your Rabbit (Asthmatic Kitty, 2001)
  • Year of the Asthmatic Cat
  • Year of the Monkey
  • Year of the Rat
  • Year of the Ox
  • Year of the Boar
  • Year of the Tiger
  • Year of the Snake
  • Year of the Sheep
  • Year of the Rooster
  • Year of the Dragon
  • Enjoy Your Rabbit
  • Year of the Dog
  • Year of the Horse
  • Year of Our Lord

Enjoy Your Rabbit (Asthmatic Kitty / Goodfellas, 2001)

di Edoardo Bridda

Album interamente digitale, Enjoy Your Rabbit è un lavoro che s'inserisce nel solco dell'elettroacustica dei Matmos, la micro-elettronica di Oval e l’ambient di Brian Eno.
Quattordici brani strumentali dominati dall’aria: tra lollypop al sapor di pistacchio, palle di neve, campi magnetici, frizioni elettriche, pulviscoli e orologi a cucù. Ogni traccia è dedicata a un segno dello zodiaco cinese, ognuna a suo modo è unica e accattivante. Sufjan, abbandonata la vena lo-fi filo sebadohiana e quella etnica paulsimoniana, confeziona quasi ottanta minuti di musica, un monumento dalle molteplici sfaccettature, una torre nella quale il musicista si trastulla disegnando architetture fantastiche nel cielo nipponico, evitando così d'esporsi troppo, di raccontarsi al pubblico. Enjoy rappresenta il perfetto album di transizione, quello che abbisogna a un cantautore per preparare un climax ideale sul quale successivamente iniziare a esplorare la propria voce in presa diretta.
Tra i brani ricordiamo: Year of The Rat, osservazione acustica di manti nevosi (brano che prepara a Greetings From Michigan); Year of the Ox, che a quel landscape natalizio preferisce le mille luci di un negozio di giocattoli e dolciumi; l’orientaleggiante Year of the Tiger, che fa pensare agli Stereolab remixati da Jan Jelinek; Year of the Rooster, che segue quest'ultima direzione con l'aggiunta – pare – del moog.

I nove minuti di Year of the Dragon, che appendono i fendenti chitarristici frippiani ad un minimalismo in levare, suggellano un album riuscito anche se a tratti troppo prolisso. Si pensi a Enjoy Your Rabbit, una versione elettronica di alcuni spigolosi attacchi di Steve Albini, e a Year of the Horse, che mette in gioco anche i breakbeat cari a Richard D. James. Tuttavia sono signore citazioni ben assemblate nel linguaggio di un ragazzo che ha le idee chiare. (7.0/10)

Copertina: Sufjan Stevens - Greetings From Michigan, The Great Lake State (Asthmatic Kitty / Sounds Familyre / W’n’B)
  • Flint (For the Unemployed and Underpaid)
  • All Good Naysayers, Speak Up! Or Forever...
  • For the Widows in Paradise, For the...
  • Say Yes! To Michigan!
  • The Upper Peninsula
  • Tahquamenon Falls
  • Holland
  • Detroit, Lift Up Your Weary Head!...
  • Romulus
  • Alanson, Crooked River
  • Sleeping Bear, Sault Saint Marie
  • They Also Mourn Who Do Not Wear Black
  • Oh God, Where Are You Now? (In Pickeral...
  • Redford (For Yia-Yia & Pappou)
  • Vito's Ordination Song

Greetings From Michigan, The Great Lake State (Asthmatic Kitty / Goodfellas)

Di Edoardo Bridda e Maurizio Marino

Reduce da un buon lavoro elektro e glitch - Enjoy Your Rabbit – e un debutto su quattro piste dal taglio pan-etnico - A Sun Came -, Sufjan Stevens non può certo essere etichettato un musicista monotono o carente d’aperture verso le suggestioni più disparate. In questo nuovo lavoro, il cantautore e poli-strumentista, ritorna sulla lunga distanza giocandosi la carta della classicità.
Greetings From Michigan: The Great Lakes State è il primo di una serie d’album che dovrebbero toccare tutti gli Stati americani, un progetto ambizioso dal dubbio futuro ma, di certo, un primo tassello che non mancherà d’ammaliare l’ascoltatore grazie ad un sobrio pop per piccolo ensamble che consta d’accurate, quanto calibrate, trame per fiati (oboe e corno) banjo, piano, xilofono, chitarra e percussioni.
La durata di più d’un ora dell’album, propone: sobrietà a la Tin Pan Alley, orchestrazioni degne d’un Van Dyke Parks, fino a lambire il jazz e l’easy listening, il tutto senza dimenticare la lezione stereolabiana e o’rourchiana, che s’inserisce indolore nel ventre delle composizioni.
Per quanto riguarda il songwriting, Sufjan scrive di fatti quotidiani, di emozioni, delle piccole cose della vita belle e brutte, cantando in un registro sempre sognante, venato di una leggera malinconia, caratteristiche che devono molto ai classici Bacharach & Costello e ai contemporanei Franklin Bruno o Patrick Phelan.
Le liriche, comunque, sono pensate per favorire al massimo gli arrangiamenti, i quali dipingono forme aggraziate dagli andamenti aerei, ricche di sfumature e colori e leggiadri. Quelle di Greetings sono composizioni come non se ne vedeva da tempo: mai troppo dolci, ora con atmosfere quasi natalizie, ora intime e ricche di calori e sapori di casa.
È un album fuori dal mucchio quello di Sufjan, del tutto svincolato sia dalla coda catastrofica di un certo post-rock (cantato), sia dal dalla cosiddetta scena “anti-folk” newyorchese, su cui si è concentrata la stampa musicale negli ultimi tre anni, anche se è doveroso aggiungere che il lavoro di maniere qui svolto potrebbe assumere un retrogusto di cicagoiana memoria (nota extramusicale: la windy city s’affaccia anche geograficamente allo Stato del Michigan, visto che si trova sul lato opposto del grande lago), tuttavia è soltanto un piccolo alito, giusto una postilla che il critico appone per chiarire ogni possibile sorpresa. Di certo, non è il caso di Holland, una ballata tra le più dolci e trasognate del lotto, che omaggia altresì la cittadina che ha visto nascere il primo gruppo del cantautore, i Marzuki, ma di Detroit, Lift Up Your Weary… che ricorda tanto il jazz-rock totale zappiano quanto i Sea and the Cake.
Un passato omaggiato ma mai retrò dunque, il suggello del gusto di Sufjan, un buon alchimista in grado di svincolarsi dalle vesti e dai protocolli che fanno scattare i soliti abbecedari di riferimenti nell’ascoltatore (e soprattutto nel critico!).
Il resto dell’album altalena tra ballate, dove spesso sono banjo e chitarra a strutturare la melodia, a brani più strumentati: tra i primi troviamo le deliziose Say Yes! To Michigan! e Sleeping Bear, Sault Saint Marie con i fiati appena spolverati di jazz e l’infinita (9 minuti) Oh God, Where Are You Now? Tutti accomunati da un canto spesso a due voci tra Stevens e Megan Smith (della Danielson Famile); tra i secondi, la già citata Detroit, Lift Up Your Weary…, all Good Naysayers, Speak Up! Or Forever Hold Your Peace! e They Also Mourn Who Do Not Wear Black, quest’ultimi due con chiari richiami Stereolab. Tahquamenon Falls e Alanson, Crooked River, infine, rappresentano degli intermezzi interessanti, dove le pioggerelline disegnate dagli xilofoni evocano alcune delle strenne dei Mercury Rev.
Unico difetto, sempre se come tale viene percepito, è rappresentato l’intonazione delle liriche: che parlino di qualcuno che ha perso la casa come di quant’è bello il Grande Lago, l’emozione trasmessa risulta la stessa, dunque, la voce del cantante non sembra ancora abbastanza variegata o adatta al contesto in alcuni casi. Comunque è un gran bel lavoro. (7.0/10)

Copertina: Seven Swans (Sounds Famylire/Rough Trade, 2004)
  • All The Trees Of The Field Will Clap Their Hands
  • The Dress Looks Nice On You
  • In The Devil's Territory
  • To Be Alone With You
  • Abraham
  • Sister
  • Size Too Small
  • We Won't Need Legs To Stand
  • A Good Man Is Hard To Find
  • He Woke Me Up Again
  • Seven Swans
  • The Transfiguration

Seven Swans (Sounds Famylire/ Rough Trade / Self, 2004)

di Stefano Solventi

Finalmente un album “normale” per Sufjan Stevens, ma non prendete troppo alla lettera quest'affermazione. Seven Swans rinuncia a sperimentazioni e bizzarrie stilistico/progettuali, intendo certe elettroniche lo-fi o la velleità di dedicare un disco ad ogni stato dell'Unione. Qui il respiro antico del folk si stempera morbidamente con certo gospel psichedelico a definire una sorta di concept, echeggiando forme e metodologie già in uso una trentina d'anni fa sulle due sponde d'Occidente, a cavallo di un oceano sempre più piccino.
Niente di inedito, voglio dire, eppure eccola di nuovo la magia (perché, casomai non lo aveste capito, da queste parti pensiamo che Sufjan sia una specie di mago): tanto è il mistico intimismo di quella voce, la quiete trepida sul bordo di una visione celestiale e terribile e terrena, che ogni canzone sembra una bestiolina viva, un cherubino malinconico svolazzante in mezzo alla stanza.
Restio al clamore, esente a dire il vero da intuizioni melodiche superlative, tuttavia il programma di Seven Swans incanta col suo torpore segmentato, ci illude d’essere familiare e inaudito con un solo movimento, senza essere né consueto né insolito. Ben distante dalla trepidazione a vuoto del NAM, il suono affonda radici invisibili nel cuore del tempo, nutrito da una sensibilità anacronistica (in ogni senso possibile) e da una passione che non teme di scartare di lato e in obliquo. Anzi, sembra voler tastare i limiti della propria forma, forzandoli, scoprendoli aderenti ma cedevoli, aggrappati alla matrice folk di cui si cibano ma sensibilissimi ad ogni scossa, veicoli di mutazione in placida attesa.
Cos’è dunque Seven Swans? Un sogno che ha incantato il ragazzo di Detroit (ormai newyorkese a tutti gli effetti) e ha sgomitato per uscire, tanto da spaventarlo. Sarà per questo che per la prima volta è ricorso ad un produttore vero e proprio, quel Daniel Smith che è anche titolare dell’etichetta Sounds Famylire, nonché leader della band Danielson Famile, i cui femminei cori spuntano serafici come acquerelli tra queste canzoni.
Canzoni fatte di molto banjo e molta voce, materia prima di Sufjan, ma anche di pianoforte e tastiere elettroniche, quest’ultime colte nella linea d’ombra che unisce/separa il valvolare e sintetico, druidico e tecnologico. E una sezione ritmica asciutta, essenziale, mai invadente tuttavia capace di farsi rispettare.
Ancora due parole - doverose - sulla voce: non potente ma fiera, levigata e inquieta, si snoda tra fraseggi flemmatici piegando improvvisa verso falsetti che non raggiunge mai (vedi In The Devil's Territory, non lontana dai collage ciberacustici di certi Califone), imbavaglia emozioni che si aggirano languide, lo sguardo piantato in qualche crepuscolo, le distanze palpabili come una vibrazione solidificata (si ascolti l’iniziale All The Trees Of The Field Will Clap Their Hands provando ad immaginarla senza tutto il resto – che non è moltissimo – o nel soffice malanimo di Size Too Small).
Questa voce è anche e principalmente il tappeto d’ombre su cui il banjo germoglia, scrive una capricciosa calligrafia di sensazioni vivide, si chiude a riccio e scatta tra arpeggi brillanti e riflessi bruniti (memorabili quelli di The Dress Looks Nice On You, mentre in We Won't Need Legs To Stand rosicchiano asprigni le tentazioni Nick Drake).
Da qualche parte, qui in mezzo, impalpabile, deve esserci l’anima di Stevens, o almeno così credo: in episodi come A Good Man Is Hard To Find - in cui il serrato accompagnamento di chitarra acustica indica alla voce la strada tra il drumming sfarfallante, gli organi puntuti e i riccioli d’elettrica – o nel palpitare sospeso di Abraham – in cui compaiono evanescenze opaline degne del miglior Crosby – e senz’altro nella splendida Sister – lungo strumentale in guisa di folk ballad elettrificata che copre i due terzi del pezzo, cori in languida decadenza seventies, chitarre e organi che via via s’inzuppano d’acido, poi una coda che spoglia il cuore di una melodia rappresa tra la voce, le corde, malinconie migranti, dolciastre, liberatorie.
In chiusura i titoli più spiazzanti, per i quali occorrono un paio di ascolti in più ma ne vale decisamente la pena: la title track procede sui binari di un valzer scarnificato, avanza il banjo - probabilmente su una strada con più solitudine che polvere - e la voce segue a ruota, ma presto gli occhi si alzano alla visione che attraversa il cielo, quindi entrano in scena un piano austero, tastiere in estasi ombrosa, drumming marziale, cori in mistico deliquio; The Transfiguration ha invece i tratti somatici storti di un sorriso XTC, quasi un sipario che nasconde insidie, misteri e profezie, teatrino elettroacustico che gonfia il petto d’elevazioni cibernetiche, una festa infine, in cui credi di scorgere Badly Drawn Boy occhieggiare in disparte, o M.Ward a prendere appunti per il futuro.
Se questo non è il più bello, credo sia il più compiuto e maturo disco di Stevens. Una promessa sempre più mantenuta, che tuttavia fa pensare di doversi ancora compiere del tutto. (7.2/10)

Copertina: Seven Swans (Sounds Famylire/Rough Trade, 2004)

Illinois - Sufjan Stevens Invites You To: Come On Feel The Illinoise (Rough Trade / Self, 2005)

di Antonello Comunale

Sufjan Stevens riprende il suo viaggio tra gli stati americani, arricchendo il suo excursus di una seconda, cruciale, tappa. Partito nel 2003 dal Michigan, varca questa volta i confini dell’Illinois, raccontandone la storia, i personaggi e il carattere, con la verve del cantastorie post moderno. Sempre in bilico tra bozzettismo acustico e vocazione alla magniloquenza, questa volta il Nostro propende decisamente per la seconda strada, consegnando alle stampe un disco che “pesa” (e chi lo conosce lo sa) innanzitutto in termini di minutaggio (22 tracce per 70 minuti di musica) e che si caratterizza per una capillare e minuziosa raccolta di dettagli. Il fantasioso e fragoroso barocchismo del nuovo lavoro risulta frastornante, soprattutto se lo si mette a confronto con il minimalismo acustico del precedente Seven Swans. Laddove li era tutto raccolto, qui l’intento di allestire una piccola opera da palcoscenico viene denunciato già dal sottotitolo.

C’è di tutto in Illinois e il carattere multiforme delle composizioni riprende ed enfatizza quanto già mostrato in Michigan. Momenti più raccolti, in cui il Nostro rispolvera banjo e chitarra acustica, viaggiano fianco a fianco ad ariose sortite pop coadiuvate dall’Illinoisemaker Choir, quartetto di voci femminili, che marchia a fuoco le melodie. Il geniale lavorio melodico del Nostro tocca qui probabilmente il suo apice. Chicago è una irresistibile marcia condotta sui binari ariosi degli archi e delle voci, una piccola lezione di pop song. Jacksonville e Decatur sono classici country cantautorali un pò Neil Young e un po’ Dock Boggs; The Man of Metropolis ha la verve rumorosa e sbarazzina di una canzone degli Eels e They are Zombies… si disegna piano piano con strumentazioni peculiarmente sixties. Non c’è fine alla creatività degli arrangiamenti. Padrone della scena e deus ex machina del suo piccolo mondo, Sufjan Stevens si concede alla ricerca stilistica e non si lascia sfuggire la possibilità di sottolineare utilmente i passaggi melodici, con rapide frasi di piano in John Wayne Gacy, Jr. (dedicata alle vittime del celebre serial killer) o con intense e morriconiane voci, che acutizzano la drammaticità di The Seer's Tower. Altrove richiama il Jim O’Rourke più sofisticato e si lancia in aggraziati pattern ripetitivi alla maniera di Steve Reich nella conclusiva Out of Egypt….

L’impianto testuale del disco non è meno complesso. Pieno di riferimenti e personaggi storici, che vanno da Abraham Lincoln a Carl Sandburg, passando per Frank Lloyd Wright e il Superman che la DC Comics ha intimato di togliere dalla cover, dopo la prima tiratura di stampa. E’ fin troppo facile, a questo punto, considerare Illinois come il disco della svolta, quello che secondo i bravi critici e commentatori, può essere etichettato come “il lavoro della maturità”. Sufjan Stevens, nel giro di appena sei anni, ha dimostrato di essere un autore spiazzante e pieno di un talento febbrile e fuori dal comune. Dopo aver ascoltato Illinois, c’è quasi da crederci che riuscirà a completare l’opera magna dei 50 dischi.

(7.5/10)

Copertina: The Avalanche: Outtakes and Extras from the Illinois Album (Rough Trade / Self, 25 luglio 2006)
  • The Avalanche
  • Dear Mr Supercomputer
  • Adlai Stevenson
  • The Vivian Girls Are Visited In the Night by Saint Dargarius and his Squadron of Benevolent Butterflies
  • Chicago (acoustic version)
  • The Henney Buggy Band
  • Saul Bellow
  • Carlyle Lake
  • Springfield, or Bobby Got a Shadfly Caught in his Hair
  • The Mistress Witch from McClure (or, The Mind That Knows Itself)
  • Kaskaskia River
  • Chicago (adult contemporary easy listening version)
  • Inaugural Pop Music for Jane Margaret Byrne
  • No Man's Land
  • The Palm Sunday Tornado Hits Crystal Lake
  • The Pick-up
  • The Perpetual Self, or "What Would Saul Alinsky Do?"
  • For Clyde Tombaugh
  • Chicago (Multiple Personality Disorder version)
  • Pittsfield
  • The Undivided Self (for Eppie and Popo)

The Avalanche: Outtakes and Extras from the Illinois Album (Asthmatic Kitty / Goodfellas, 25 luglio 2006)

di Antonello Comunale

Outtakes and extras from the Illinois album”. Sono queste le parole nel fumetto in copertina, dietro ad un Sufjan Stevens in versione supereroe, in palese ironica polemica con la DC Comics che gli ha fatto togliere il Superman dalla copertina di Illinoise. Ci sono altre cose sulla cover del disco. Una Chevrolet Avalanche, che evidentemente richiama il titolo della raccolta e poi un po’ più piccolo, in basso, c’è scritto “Shamelessly compiled by Sufjan Stevens”. Shamelessly ovvero “senza vergogna”. Un disclaimer abbastanza sui generis, ma forse, indubbiamente, lo stesso Stevens si rende conto che dopo appena un anno dall’uscita di un mastodonte come Illinoise, rovesciare sul mercato un’altra raccolta “pesante” come questa e per di più fatta di scarti (outtakes…) è un atto come minimo azzardato.

La logorrea compositiva non è certo cosa nuova nel mondo del rock e il disco o il box di outtakes è ormai una prassi consolidata, tanto i costi di produzione possono permetterlo. Stevens allora si toglie sostanzialmente uno sfizio e recupera pezzi scartati dal disco dell’anno scorso, riformulando in qualche modo il progetto originario del doppio album. Essendo le stesse sessions, chi già ha sentito il disco dedicato allo stato dell’Illinois può facilmente immaginare come suonino le ventuno canzoni qui incluse. Più che altro, è interessante vedere l’autore all’opera con gli arrangiamenti. Chicago viene vestita e rivestita tre volte, in tre versioni diverse: una acoustic version, una adult contemporary easy listening version, una multiple personality disorder version. Ed è sicuramente quest’ultima la versione più interessante e divertente. Il resto della raccolta aumenta la galleria di personaggi. Appaiono in brevi ma significativi camei: Adlai Stevenson (in una marcetta da Festa della Liberazione), Saul Bellow (una chiccheria acustica alla Seven Swans), Clyde Tombaugh (una dedica strumentale space lounge), e il caro Mr.  Supercomputer (ritmi pop e cori in gloria).

Poche sorprese comunque. I brani migliori sono finiti tutti su Illinoise. Quelli presenti qui sono stati giustamente messi da parte, ma almeno Dear Mr. Supercomputer, The Henney Buggy Band  e The Perpetual Self, or "What Would Saul Alinsky Do?"  nella loro sfacciata solarità pop, forse un posto in prima fila lo avrebbero pure meritato.

(6.8/10)



Copertina: Songs for Christmas (Asthmatic Kitty / Goodfellas, 21 novembre 2006)

Cd 1

  • Silent Night
  • O Come O Come Emmanuel
  • We’re Goin’ To the Country! *
  • Lo How A Rose E’er Blooming
  • It’s Christmas! Let’s Be Glad! *
  • Holy Holy, etc.
  • Amazing Grace

Cd 2

  • Angels We Have Heard on High
  • Put the Lights on the Tree *
  • Come Thou Fount of Every Blessing
  • I Saw Three Ships
  • Only at Christmas Time *
  • Once in Royal David’s City
  • Hark! The Herald Angels Sing!
  • What Child Is This Anyway?
  • Bring A Torch, Jeanette, Isabella

Cd 3

  • O Come, O Come Emmanuel
  • Come on! Let’s Boogey to the Elf Dance! *
  • We Three Kings
  • O Holy Night
  • That Was the Worst Christmas Ever! *
  • Ding! Dong! *
  • All The King’s Horns *
  • The Friendly Beasts

Cd 4

  • The Little Drummer Boy
  • Away In A Manger
  • Hey Guys! It’s Christmas Time! *
  • The First Noel
  • Did I Make You Cry On Christmas Day? (Well, You Deserved It!) *
  • The Incarnation *
  • Joy To The World

Cd 5

  • Once In Royal David’s City
  • Get Behind Me, Santa! *
  • Jingle Bells
  • Christmas In July *
  • Lo! How A Rose E’er Blooming
  • Jupiter Winter *
  • Sister Winter *
  • O Come O Come Emmanuel
  • Star of Wonder *
  • Holy, Holy, Holy
  • The Winter Solstice *

Songs for Christmas (Asthmatic Kitty / Goodfellas, 21 novembre 2006)

di Gianni Avella

Un quintuplo concepì: a memoria non si ricorda un iniziativa del genere in ambito indie, perdipiù per riverire il Santo Natale. Ma non solo: cinque stickers, un saggio natalizio ad opera dello scrittore Rick Moody, tutti i testi delle canzoni, un video animato, un ritratto e note introduttive – ma anche delle piccole storie – compilate dallo stesso autore, che risponde al nome di Sufjan Stevens.
Un progetto iniziato un lustro or sono - nel dicembre 2001 il primo volume con una pausa relativa al 2004 - e protratto sino ad oggi, col Natale 2006 alle porte. Un quinquennio che collima coi volumi del cofanetto che di canzoni ne contiene ben 42, suddivise tra classici del Natale e nuove perle del folletto Sufjan.

Lo stuolo di strumenti è quello classico del Nostro: chitarra, banjo, oboe, casiotone, batti-mani, hammond, vibrafono e altre trovate astute; la musica, beh, un florilegio di estrosità pop al servizio di Santa Claus. Si parte col classico Silent Night, poco più di mezzo minuto che prelude O Come O Come Emmanuel, altro canto attinto dal song-book natalizio qui ripreso in tre diverse vesti, una cantata e due per solo piano, ove prediligere una migliore è compito assai astruso.
Di contro, Sufjan appoggia il canovaccio è sciorina inediti passaggi come Only At Christmas Time oppure That Was the Worst Christmas Ever!, carezzevole folk di lontane – ma mai così vicine– memorie Simon & Garfunkel.

E quando il vibrafono di The Winter Solstice intona una fanciullesca melodia, ci si interroga su come reagirebbe Phil Spector se gli confidassimo che il suo A Christmas Gift For You ha forse trovato il degno erede… (7.5/10)