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Stuart A. Staples / Tindersticks

di Teresa Greco
L’ultimo disco Leaving Songs, il futuro dei Tindersticks, i progetti in corso, la malinconia e lo spleen di un artista riservato: Stuart Staples si racconta in un'intervista.
Foto: Stuart A. Staples

That Leaving Feeling

Con i Tindersticks in attesa chissā per quanto altro ancora, Stuart Staples fa uscire a metā del 2006 un secondo disco solista, Leaving Songs, dopo la prova dell'anno precedente, quel Lucky Recordings 03-04, minimale ed eterogenea raccolta di canzoni soffuse. Artista malinconico e riservato, Staples si conferma cantore del disagio esistenziale, perfettamente a suo agio in atmosfere decadenti e fumose da club, la voce da crooner suadente in bilico tra nostalgia e rimpianto, tormenti interiori e umori introspettivi, un beautiful loser alla Cohen. L'ultimo disco tocca i temi della perdita e del rimpianto, del lasciarsi dietro situazioni e persone e del senso di disagio e sofferenza che ne consegue. Ne abbiamo parlato con lui via mail dopo l'uscita dell'album: questo il resoconto dell'incontro.

Il disco uscito l’anno scorso, Lucky Dog Recordings, comprendeva una serie di canzoni registrate nel corso degli ultimi tre anni. Consideri Leaving Songs come il primo disco vero e proprio, cioè un progetto più focalizzato?

Con Lucky Dog ho cercato di mettere ordine in uno stato di cose che sentivo confusionario. E’ nato infatti in posti differenti e con diversi obiettivi; l’ultimo è stato realizzato in un arco di tempo minore ed è più focalizzato e conciso.

Le canzoni in Lucky Dog erano più spoglie rispetto a quest’ultime, che mostrano arrangiamenti più complessi: è una scelta voluta? Ci sono similarità tra le canzoni dei due dischi?

All’inizio le canzoni erano state concepite molto semplicemente, poi nel corso della loro realizzazione, mi sono reso conto che musicalmente necessitavano di molto più lavoro. Suppongo che sia dovuto andare in posti in cui non volevo, per trovarne gli arrangiamenti.

Come è nata la decisione di lavorare a Nashville nello studio di Mark Nevers (dei Lambchop) per questo disco?

Conosco Mark da molto tempo (dal 2000, quando abbiamo lavorato con la band per il singolo What Is A Man?) e siamo rimasti sempre in contatto. Mi ha offerto un modo in cui potessi realizzare i miei sogni mentre stavo lavorando alle canzoni.

Il tema del disco sembra essere quello della perdita, anche amorosa: andarsene, lasciare qualcuno di importante e poi guardarsi indietro, con rimpianto, prepararsi al commiato… Ci puoi dire qualcosa sul mood che lega le canzoni?

Le canzoni sono state scritte dal punto di vista di chi è sulla soglia di un cambiamento, con tutti i tormenti che ne conseguono.

Credi ci sia un legame tra questo disco e Curtains?

Penso che c’è un legame con tutto il mio lavoro, sebbene non credo di aver mai scritto canzoni così facilmente dai tempi del secondo album dei Tindersticks.

 © 2006 - Photo by Paul Heartfield

In Leaving Songs ci sono un paio di duetti, con Maria Mckee (This Road Is Long) e con Lhasa De Sela (That Leaving Feeling). Come sono nate queste collaborazioni?

Quando scrivo un duetto, aspetto che la canzone mi faccia venire in mente, in modo naturale, la persona con cui cantarla; con Lhasa questo è avvenuto subito, con Maria invece ho dovuto aspettare parecchio tempo.

Puoi dirci qualcosa sulla tua collaborazione, passata e presente con la regista francese Claire Denis (per le colonne sonore dei film Nénette et Boni, 1996 e Trouble Every Day, 2001, con i Tindersticks, e per l’ultimo film L’intrus, 2005, ndr.)? Cosa pensi dei suoi film, c’è qualche similarità con la tua musica?

Non ho mai cercato razionalmente di capire se esista in effetti un legame di qualche tipo tra noi due, quando lavoriamo insieme so che qualcosa accade. Alla fine mi sento sempre esausto, ma sono consapevole che è tempo ben speso.

A proposito del tuo legame con la Francia, se dovessi scegliere tra Gainsbourg e Brel?

Credo che invece sceglierei Leo Ferrè

Leonard Cohen sembra essere una delle maggiori influenze nella tua musica, quanto ti ha influenzato? Ci sono altri artisti a cui ti senti debitore?

Sono pochissimi gli artisti a cui mi sento legato profondamente, che fanno ormai parte di me per la vita, Cohen è uno di questi: anche se lo ascolto raramente, so qual è il suo posto.

David Boulter e Neil Frazer hanno collaborato con te nel disco; c’è un futuro per i Tindersticks, qualche progetto a venire?

Al momento sono totalmente aperto nei riguardi del futuro, infatti non lascio chiusa nessuna porta.

Con Boulter e Frazer stai lavorando anche a un altro progetto, Songs For The Young At Heart. Di che si tratta?

Il disco è stata un’idea di David Boulter. Si tratta di un insieme di canzoni e di ricordi della nostra infanzia, con ospiti scelti per ogni canzone. E’ David (quasi) al suo meglio!

Ci sono altri progetti a cui stai lavorando al momento?

In questo periodo mi sto divertendo a stare lontano dallo studio, fare concerti e percorrere nuove strade.

  • Somerset House
  • Marseilles Sunshine
  • Say Something Now
  • Friday Night
  • Shame On You
  • Untitled
  • Dark Days
  • People Fall Down
  • She Don’t Have To Be Good To Me
  • I’ve Come A Long Way

Lucky Dog Recordings 03-04 (Beggars Banquet / Self, 2005)

di Teresa Greco

Primo disco da solista di Stuart Staples, composto da pezzi registrati nel suo studio nel corso dei due anni a cui il titolo fa riferimento, Lucky Dog Recordings 03-04 segna un cambiamento nelle atmosfere del pop dal mood dark, marchio di fabbrica del gruppo madre, i Tindersticks.

Qui infatti Staples riduce la musica all’osso, abbandonando i sontuosi arrangiamenti orchestrali: il disco ruota essenzialmente attorno a piano, organo, e chitarre; lo accompagnano, tra gli altri, Yann Tiersen (piano), i sodali Neil Fraser (chitarre) e David Boulter (tastiere), e due membri dei Tiger Lillies, il batterista Adrian Huge e il bassista Adrian Stout.

L’incipit minimale del brano d’esordio, per solo piano (Somerset House), puntellato da una tromba nel finale e dalla voce di Gina Foster, ci introduce nel mood melanconico del disco, con Staples a proseguire la sua lush life decadente, la voce da languido crooner, tra organo e glockenspiel (Marseille Sunshine). Tra un Cohen minimale e un Cave appena oscuro (Shame On You, People Fall Down), appunto. Altrove sono asciutte ballate (Dark Days, per sola chitarra), pezzi dal sapore Tindersticks (Say Something Now con un bel giro di basso) per un album certamente eterogeneo, che va a segnare l’inizio di un nuovo corso per Staples, al di là del cammino intrapreso con la sua band. (6.8/10)

  • Goodbye To Old Friends
  • The Path
  • Which Tay The Wind
  • This Road Is Long
  • One More Time
  • Dance With An Old Man
  • That Leaving Feeling
  • Already Gone
  • This Old Town
  • Pulling In To The Sea

Leaving Songs (Beggars Banquet/ Self, 29 maggio 2006)

di Teresa Greco

Canzoni sulla perdita, sul rimpianto per aver lasciato qualcuno/qualcosa dietro di sé, non più recuperabile: dieci romantiche, accorate composizioni alla maniera del Cohen più dolente, con il dolore nell’anima e la consapevolezza di dover comunque andare avanti. Questo è Leaving Songs, seconda prova solista - con i Tindersticks in stand-by – di Stuart Staples, disco che vede la collaborazione dei compagni Neil Frazer, David Boulter e Terry Edwards e di due guest singer, la cantante country Maria McKee, già nei Lone Justice (in The Road Is Long) e Lhasa de Sela in That Leavin Feeling (struggente ballad call & response, che ricorda il Cohen più orchestrale, nel disco evocato anche dalla presenza dei cori femminili in background, come in The Path).

Il lavoro si muove su terreni più convenzionali del precedente Lucky Dog Recordings ’03-’04, è più suonato e arrangiato; si snoda tra sussurri acustici (Dance With An Old Man) ed elettrici (Already Gone con un arpeggio di chitarra a far da contrappunto, archi e un organo che cresce lentamente in accompagnamento fino al sax finale, uno dei pezzi migliori del disco), umori country in This Old Town, e ballad crepuscolari, come l’iniziale Goodbye To Old Friends (che procede in crescendo con un malinconico inserto d’organo e fiati in contrappunto).

Si ha l’impressione che Staples sia arrivato a un punto della carriera in cui fosse giusto prendere musicalmente una strada parallela: meno crooner maledetto alla Cave e più malinconico chansonnier tra Gainsbourg e un Bryan Ferry poco lezioso, con la voce a rimanere punto di contatto tra i due percorsi, suadentemente melanconica, perfettamente a suo agio nei temi della nostalgia e del rimpianto. Bentornato. (6.9/10)

  • Theme For The Young At Heart
  • Uncle Sigmund's Clockwork Storybook (sung by Robert Foster)
  • Florence's Sad Song (sun g by Stuart Murdoch)
  • White Horses (sung by Cerys Matthews)
  • The Lion And Albert (told by Jarvis Cocker)
  • Robinson Crusoe
  • Hushabye Mountain (sung by Stuart Staples)
  • Morningtown Ride (sung by Suzanne Osborne)
  • Inch Worm (sung by Kurt Wagner)
  • Mary, Mungo And Midge
  • The Three Sneezes (told by Martin Wallace)
  • Puff The Magic Dragon (sung by Bonnie Prince Billy And Red)
  • Hey, Don't You Cry (sung by Stuart Staples)

Stuart Staples & Dave Boulter – Songs For the Young At Heart (Cityslang / V2, 26 gennaio 2007)

di Teresa Greco

Da un’idea di Dave Boulter nasce il side-project Songs for the Young at Heart, un disco di canzoni, storie e ricordi infantili condiviso con i sodali Stuart Staples e Neil Frazer dei Tindersticks, coadiuvati da un manipolo di artisti scelti per ogni pezzo. Una rivisitazione del mondo dei più piccoli, attraversato dalla musica ascoltata anni fa alla radio, in televisione, nelle recite scolastiche, per “giovani nell’animo” come si dice nelle note di presentazione.

E allora gli ospiti si chiamano Jarvis Cocker, a recitare non senza una vena sarcastica, un classico dell’infanzia, le paradossali avventure di The Lion and Albert, Bonnie “Prince” Billy a cantare la malinconica ballad Puff The Magic Dragon, Stuart Murdoch nel delizioso walzer-ninnananna Florence’s Sad Song, Cerys Matthews nella sebastianiana White Horses, Kurt Wagner con coro di bambini e archi nella ballad ariosa di Inch Worm. E naturalmente Stuart Staples nell’incanto per archi di Hushabye Mountain, e nella conclusiva sussurrata Hey, Don’t You Cry.

Nella cultura anglosassone la letteratura per l’infanzia costituisce un ricco filone, anche per quanto riguarda gli illustratori, che confluisce nella letteratura inglese, con una lunga tradizione in questo senso, risalente all’Ottocento; il progetto è quindi perfettamente inserito in questo ambito, anche come riscoperta di song e storie ormai dimenticate che vale la pena di conoscere, secondo le intenzioni degli autori, e che si innesta perfettamente nel pop di artisti quali Belle & Sebastian e Tindersticks. Un disco assolutamente in tema quindi, tra candori childish, ballad malinconiche e spleen esistenzial-romantici, umori ironici, in cui i motivi infantili, innestati dai ricchi arrangiamenti e dalla coralità del progetto, rendono il risultato un delizioso esperimento nel suo genere. (6.7/10)

 

 

  • Introduction
  • Yesterdays Tomorrows
  • The Flicker of a Little Girl
  • Come Feel the Sun
  • E-Type
  • The Other Side of the World
  • The Organist Entertains
  • The Hungry Saw
  • Mother Dear
  • Boobar Come Back to Me
  • All the Love
  • The Turns We Took

Tindersticks - The Hungry Saw (Beggars Banquet / Self, 2 maggio 2008)

di Teresa Greco

Cinque anni sono tanti (il periodo trascorso dall’ultimo Waiting For The Moon) per una band in stand by, ma non per i redivivi Tindersticks, ancora nei pensieri dei tre artefici Staples, Frazer e Boulter, reduci dai loro progetti solisti. Hanno allargato il nucleo del gruppo (con loro ci sono Thomas Belhom alla batteria e Dan McKinna al basso) inaugurando nel frattempo anche un nuovo studio di registrazione in Francia.

The Hungry Saw è album intimo e soffuso, più in sintonia con l’ultimo Stuart Staples solista (Leaving Songs, 2006), stracolmo di dolenze e languori. Musicalmente siamo vicini alla chanson malinconica alla Gainsbourg, con le consuete dosi Cohen, un crooning struggente ricolmo d’archi che si fa iperlirico nel singolo The Flicker Of A Little Girl, romantico in Feel The Sun con il suo incedere valzerato, soul Lambchop nello strumentale E Type, corale nella title track. Con il consueto piano intrecciato agli archi, per un chamber pop che in alcuni momenti risulta lezioso (All The Love) correndo il rischio del manierismo. Più Staples che Tindersticks, The Hungry Saw fa intendere il peso del Nostro all’interno del gruppo, non aggiungendo molto alla storia già scritta del gruppo. (6.7/10)