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Stereophonics

di AA. VV.
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Foto: Stereophonics

 

 

 

Cd 1
  • Superman
  • Doorman
  • A Thousand Trees
  • Devil
  • Mr. Writer
  • Pedalpusher
  • Deadhead
  • Maybe Tomorrow
  • The Bartender And The Thief
  • Local Boy In The Photograph
Cd 2
  • Hurry Up And Wait
  • Madame Helga
  • Vegas Two Times
  • Carrot Cake And Wine
  • I’m Alright
  • Jayne
  • Too Many Sandwiches
  • Traffic
  • Just Looking
  • Dakota

Live From Dakota (V2, marzo 2006)

di Giancarlo Turra

Come quel tal filosofo, anch'io grazie a dio sono ateo. Non crediate però che si tratti di una vita tutta rose e fiori: nessun premio a venire per il quotidiano tribolare, tanto per cominciare, né vergini se decido di farla finita con della dinamite addosso, per non far che un paio d’esempi. Venendo al caso specifico, non ho nessuno, ma proprio nessuno con cui prendermela per la novantina circa di minuti spesi alla vana ricerca di un qualcosa che abbia una giustificazione del suo esistere lungo questi due dischetti.

Sono gruppi come gli Stereophonics a rendere credibili i vaticini sullo stato di cadavere terminale del rock, non fosse che per costoro –e altre innominabili vorrei ma non posso odierni: ognuno tiri pure fuori la sua lista, redatta nel totale imbarazzo della scelta- proprio non è possibile spendere un simile, celebrato vocabolo. E’ musica di plastica tronfia e pacchiana, questa, pura confezione priva di contenuti che non siano già stati ascoltati milioni di volte in tre decenni e più. Una parata di luoghi comuni senza la minima traccia di ironia post-moderna a redimerli: anzi, trattandosi di un disco dal vivo come s’usava nei ‘70, cioè un ben congegnato riassunto di una carriera di successo snocciolato col rigore professionale dei ragionieri, la retorica vola a quote indicibili, salvo far schiantare da subito il gruppo – zeppelin gonfio fino a scoppiarne - sotto il suo stesso peso.

Rock per l’idea che se ne ha all’oratorio, insomma: orecchiabile e trascinante senza sporcare, appetibile come un Mc Donald usa e getta per l’ascoltatore medio e dannoso per gli altri, teso (forse involontariamente, ma tant’è visto il risultato) a rinverdire la vuota carcassa del mito della rock star che espone il verbo alla folla adorante, meglio se partita da umili origini (il gruppo proviene dal Galles). Ogni epoca ha i Boston che si merita, adatti alla gita domenicale fuori porta con l’autoradio a tutta come alle serate davanti al caminetto, meglio se trascorse tra un brandy e un pokerino, testando l’impianto con The Dark Side Of The Moon. (4.0/10)

  • Suzy
  • Rosie
  • Liberty
  • Katie
  • Violet
  • Jayne
  • Misty
  • Emily
  • Jean
  • Summer

Kelly Jones – Only The Names Have Been Changed (V2 UK / Audioglobe, 26 marzo 2007)

di Stefano Renzi

Kelly Jones è il cantante e leader degli Stereophonics e questo è il suo album di debutto solista, partorito durante le pause dell’ultimo tour della band. Rispetto al lavoro con la “banda”, Only The Names Have Been Changed mette completamente da parte elettricità ed arrangiamenti pomposi per tuffarsi in una sorta di racconto autobiografico intimo e malinconico, meditato e partorito con l’ausilio della sola chitarra acustica, sporadicamente supportata da impalpabili tocchi d’archi (Violet, Jayne).  

Canzoni di classico stampo british pop/rock, immediate ed orecchiabili a volte persino ottime nella loro semplicità (Emily) che non fanno altro che confermarci quanto sapevamo. E cioè che Jones è artista in grado di scrivere buoni pezzi, niente di memorabile per carità, niente che ci permetteremo di consigliare a chi è sempre stato allergico a sonorità del genere, ma la pubblicazione di un album come questo, sicuramente destinato all’oblio commerciale, ci fa riflettere sulla natura e sulla passione del personaggio, probabilmente molto più forti e sincere di quanto in molti avrebbero ipotizzato. (6.0/10)