Benché non suonino affatto nuovi, non sono i soliti replicanti. Nelle loro canzoni c’è un ingrediente decisivo, un qualcosa che viene da dentro, non ha un bell’aspetto ma è tremendamente efficace. Romantici e feroci, febbrili e insidiosi, gli Starvations da Los Angeles perseguono una quintessenza country-punk come fosse la loro perfetta cifra espressiva. L’unica possibile.

Ero molto scettico riguardo ai losangelini Starvations, come di tutte quelle band o sedicenti tali scagliate d’improvviso al centro dei riflettori a recitare la parte di fugaci campioncini emul-rock. Temevo insomma, anzi ne ero pressoché certo, d’incappare nell’ennesima congrega di bravi replicanti, refrattari all’inaudito, il talento (quando c’è) dissipato fiutando tracce di stilemi passati o trapassati. Però, fin dalle prime battute della prima loro canzone che mi sia capitato di udire (credo si trattasse di This Is What You Wanted?), percepii chiaramente che ad agitarsi tra tutti quei fantasmi tirati in ballo (i Gun Club, i Birthday Party, gli X…), si agitava un senso di inevitabile, una febbrile mancanza di alternative, quasi che l’atrocità insita nella ragione sociale (tradotto starvations suona come “inedie”) fosse il motore che ne muove poetica ed estetica.
Con quel brusco procedere ritmico, col livido rovello delle melodie, con la voce di Gabriel Hart – anche chitarrista nonché leader della band - che abortisce in partenza ogni serenità (solo qualche scampolo d’allegria è concessa, ma è un ridere in faccia al malanimo), gli Starvations - Starvies per gli amici - danno la sensazione di non aver avuto scelta: la febbrile commistione tra punk e country era (è) uno sbocco obbligato per i loro insopprimibili sfoghi. Chiave stilistica ben definita, al punto da profilarsi scontata, tuttavia fisiologicamente spuria, capace di beccheggiare tra estremi incandescenti (spingendosi – specie nel primo lavoro – fin quasi ai limite del metal) e squarci di livida irrequietezza (con quegli ostinati di piano e quelle frenesie di accordion che rimandano ai primi Bad Seeds), rammentando en passant la psichedelia acidula del Paisley undeground (versante Dream Syndicate).
Pensa dunque una acuta vena garage a rendere palpitante la sagra cow punk, ma i fattori potrebbero essere tranquillamente invertiti: immaginate il John Mellencamp più ruvido spalleggiato dagli Stiff Little Fingers, o i Thin White Rope ad incrociare gighe con i Pogues. Il canto sfibrato e dissociato (tra Joe Strummer, Robert Smith e Gordon Gano) si beve alcoliche malinconie pescate in un torbido periferico/suburbano, bazzicando senza alcun timore il cupo fatalismo di Nick Cave (immerso in un mondo di peccatori all’ultimo stadio) e il delirium tremens letterario di Tom Waits (un romanticismo ferito fino al bianco delle ossa, a lambire i confini di un’epica dark). Se la formula è quindi tanto sperimentata da rasentare sistematicamente il “déja entendu”, se nelle canzoni - scritte peraltro con l’agilità sbrigativa e senza sconti di chi conosce bene la materia - nulla appare casuale, tutto è anzi così formulaico e scontato, la proposta finisce lo stesso col risultare credibile, perché suonata come se fosse questione di vita o (e) di morte, come se - lo ripeto - non ci fosse alternativa a questa pratica esorcistica e ben poco liberatoria. Una sensazione ottenuta investendo ogni granello della pasta sonora di tutta l’emotività possibile, fin quasi al limite della teatralità (capita talvolta di ravvisare elementi di nevrastenia “scenografica” tipicamente wave). Ovvero, tutto si compie in un più o meno confessato gioco delle parti, dove chi suona e chi ascolta si convince di fare tremendamente sul serio.
Ad oggi, compiuto il settimo anno di carriera, del quintetto iniziale sono rimasti Ian Harrower ai tamburi, Vanessa Gonzalez al piano e fisarmonica più, naturalmente, Gabriel Hart, mentre il chitarrista Leon Zalez è giunto a sostituire Ryan Hertz e Dave Clifford ha rimpiazzato Jean-Paul Garnier al basso. Tre i dischi all’attivo, attraverso i quali l’unico cambiamento che sembra di percepire riguarda il peso specifico delle ombre, e gli spazi che il cuore dedica loro (chiamatela – se volete – maturazione). I lavori licenziati finora descrivono quindi una band decisa, coesa, coerente. Una band che non sposterà alcun orizzonte perché non persegue altri che se stessa: ma nel far questo, gli Starvations sono credibili come pochi.

L’esordio è febbrile, sferzante, crudo. Come uno schiaffo che sgombra il tavolo per l’urgenza di posarvi un bicchiere, una bottiglia e una pistola: l’apparecchiatura minima per ingoiare disillusione, il fiele di tutta una gioventù tradita, il lamento ruvido delle prospettive accartocciate. Non c’è da andare per il sottile, quella pistola, quell’alcool, quello squallore languido e minaccioso portano marchi di fuoco: quello dei Gun Club, innanzitutto, come nella fulminante Girl Of Stone o nella ballad a gola cauterizzata di Whorelove. Un vero e proprio invasamento quello per la band di Jeffrey Lee Pierce che in Queen Bee’s Lament cavalca mefistofelici riff (d’accordion e chitarra) degni del primo Cave, spinto addirittura fino al limite del metal in On The Burn.
Irruzioni punk sui sentieri del folk. Veemenza esasperata, crogioli ritmici, espettorazioni adenoidali, chitarre a coltellate: i Thin White Rope sull’orlo del collasso epatico in Whiskey Summer/Gin Fall, la scorribanda circa Pogues tra bettole e praterie di Boys From The Country Hell, l’asprezza sdegnosa dello Strummer giovane e gli angoli bruschi Crazy Horse di Curse Of The Loner. Poi, sottopelle, percepibili a squarci, inafferrabili amarezze (come nel ridanciano delirio pseudo-Wynn di Church Of The Doublecross), laconiche alternanze tra quiete e nevrastenia (le ascendenze Tom Waits/Jim Morrison di Ringfinger), incanti sul punto d’incendiarsi (il valzer scabro You Ruined X-mas, tra impeto sventato Jonathan Richman e strisciante teatralità Richard Hell). Country dark acido per il nuovo millennio. (7.1/10)

Cigolano e deragliano le corde, innescando riff fulminanti e brumosi, disegnando strisce di luce nel fosco. Il drumming è una questione di melma ed altre indefinibili sostanze (che immaginiamo con un brivido). Spuntano fisarmoniche, pianoforti e violini come parvenze d’anima (strumenti pilotati - sarà forse un caso? – da gentili fanciulle), perché c’è ancora un’anima, e con essa dei conti da saldare. Insomma, forma e sostanza mantengono quello che annunciava e prometteva il predecessore con qualche piccola apertura – diciamo così – spirituale, barbagli di luce nel fosco. L’ascolto rimane comunque esperienze vibrante: per quella tribolazione Crazy Horse esplosa con piglio Clash che è Red Wine; per il modo in cui Oh Deputy! – graffiante e violento come un Bad Seeds, storto e angoloso come un Violent Femmes – tenta di scalzare piano piano la pelle dal cuore; per l’aria da ultima sbronza di Recipe For A Mess, valzer benedetto dalla scabra carezza di un violino (è Julie Carpenter, dei Gropius); per l’ordigno wave che si agita in American Funeral. Perché in Post-Climax Exhaustion capisci che Grant Lee Buffalo e Afghan Whigs non sono passati invano. Per la marcetta agra imbastita sul blues avariato di Not Me This Time, la cui macchinazione di triangoli, percussioni, vocoder e diavolerie varie rimanda allo spiritato bailamme di Swordfishtrombones.
Passano come figuranti gli altri pezzi, una ripetizione di strategie roots punk che riesce a non sembrare mai stanca: c’è sempre un’insidia nascosta da qualche parte, tra una distorsione compressa e lo sputo acido del canto, nel tremolare rapido di personaggi che non fanno né ricevono sconti, intricati nel proprio scampolo di maledizione. Canzoni di furia irrisolta, di nero disincanto e decrepito asfalto, talmente desuete da sembrare archetipo di se stesse. Hanno la forza di farti credere che se scendi a patti con loro puoi trovarle vere. Sembrano il grido rabbioso di qualcuno da qualche parte, ora. (7.4/10)

Il terzo album degli Starvations è un campione di concisione e coerenza: dura meno di mezz'ora e propone con pochissime variazioni lo stesso, mordace e febbrile linguaggio dei lavori precedenti. Malgrado ciò, ti lascia soddisfatto, ti colpisce come un proiettile di polvere e sangue, ti attraversa come una frustata di libeccio. Se l'energia esplosiva è pressoché intatta, le ombre invece s’ispessiscono, le ballate punteggiano la scaletta con accorato tormento, al punto da far baluginare più spesso di quanto preventivato la romantica inquietudine di Nick Cave. Come nel piano che indica la luna, tra la foga d'organo e l'ebbro tremore chitarristico di Corner Of My Eye. Cave anche nella sua versione più furente, come negli spurghi acidi di cui è pervasa Purgatory, ballata caracollante e amara, e nell’impeto disperato di Where Was I?, mentre nella dolceagra Dare You To Forget – con quel piano sperso tra colpi di grancassa - più che al Re Inchiostro viene da pensare al torbido languore di un Lanegan via Gun Club.
Alla band di Jeffrey Lee Pierce ci saremmo arrivati comunque, e ci mancherebbe altro: ad evocarla ci pensano in sequenza Nightshade Sweats e This Poison, tra chitarre derapanti e addensamenti pianistici (la prima), tra ferocia sorniona e tzigana teatralità (la seconda). Sappiamo come non manchino mai precisi riferimenti nella musica degli Starvations, eppure non smetti un momento di credere che Gabriel Hart e compagnia si macerino in un autentico rovello da outsider, bestie strane dell’indie rock che altro non sono, cocciutamente alle prese con un’ossessione che gli permetterà forse di vivacchiare, mai di assaporare la fregola delle charts. Poco male, ciò che davvero conta è l’urgenza cui deve esser data voce: come fantasmi che spingono per sciabolare l’aria, come una snervante percezione di disagio che rivanga una centrifuga Violent Femmes-Clash-Pogues (l’abrasiva Rising Horizon), che mastica un tango ubriaco come avrebbe fatto il Bob Geldolf ante-Live Aid (nella rugginosa Empty Piano), che medita blues-rock serrato, asciutto, nevrastenico come nella title-track, fino ad un urlo conclusivo che non sembra (non è) per nulla liberatorio. (7.1/10)