
Un demo registrato in casa, a Springfield, Missouri, di cui ben presto si inizia a vociferare sui blog di mezza rete. Dieci canzoni, ed una, Oregon Girl, che finisce nella colonna sonora del telefilm generazionale The O.C.. Un subitaneo quanto strategico contratto per Polyvinyl, gli stessi brani rimessi a nuovo grazie ad adeguata produzione. E quel nome, ricercato ed enigmatico, che pare già annunciare, a chi solo lo scandisca, di essere al cospetto della più probabile next big thing in ambito indie americano.
La recensione, in realtà, potrebbe concludersi qui nonostante non si sia fatto cenno alcuno alle note che i solchi di Broom sanno diffondere. Difficile immaginare altro, con siffatti presupposti, se non un pop chitarristico in miracoloso equilibrio tra melodia e affettazione, intimità e lirismo, tradizione e spirito naїf.
Frammenti minimi di american way of life e un profluvio di “uuuh-uuuh”, “ahhhh-ahhhh”, “tu-tu-ru-ru”, “pa-ra-pa-pa-pa” - sembra mancare solo il proustiano “zut-zut-zut” al novero completo delle esclamazioni di giubilo alla vita - si incastrano tra l’incedere obliquo alla Pavement di I Am Warm & Powerful, le melodie cristalline in odor di Shins delle varie Pangea, House Fire e Travel Song in una continua gara a riscrivere, nel 2006, il pop perfetto di Beatles, Beach Boys e Burt Bacharach.
Chi è incline a questi suoni apprezzerà non poco, a tutti gli altri Broom sembrerà solo un buon disco: ma una canzone come Anne Elephant lascia presagire ottimi sviluppi. (6.5/10)

A 17 anni, quando provi a far ridere due ragazze, probabilmente non puoi nemmeno immaginare che la tua trovata, 7 anni dopo, sia ancora in grado di far sogghignare migliaia di persone… In fondo, i Someone still loves you Boris Yeltsin, sono come la loro uscita da diciassettenni: un nomignolo fresco, simpatico e allo stesso tempo arguto.
Pershing, loro seconda opera, successiva al sorprendente e acclamato debutto Broom (datato 2005), continua sulla strada intrapresa. Non si monta la testa, non tenta d’apparire ciò che non è: si mostra come lavoro semplice, di facile lettura, ma allo stesso tempo dotato di spunti interessanti. Qualcosa che s’ascolta su MTV, ma chi, solitamente, ascolta MTV non comprende a fondo e limita ad un battito di piede e dondolio di testa.
Invece, i 4 ragazzi di Springfield, Missouri, aggiungono altro.
Spin li ha definiti come “nuovi Shins” ed in effetti, oltre la melodia, anche in questo caso c’è di più. La capacità di commistionare ottimamente e poi perfezionare l’intreccio tra armonie pop facili facili e una più impegnativa scrittura è il fiore all’occhiello del gruppo: ciò che nel corso del tempo “cresce”, migliora, matura e permette di traslocare ad un etichetta affermata e considerata come la Polivynil.
Pershing doveva rappresentare il passaggio dalla tardo adolescenza al principio dell’età adulta, e così è stato. Il cosiddetto “songwriting” si perfeziona, le strutture canzone crescono, puntualizzano. Risulta quasi inevitabile paragonarli ai coetanei Vampire Weekend o agli Spoon, sino ai già nominati Shins
I ricordi di Broom rimangono comunque vivi: Modern mystery è una palese consecutio e anche i temi trattati dai testi non s’allontanano eccessivamente da quelli cantati nel primo disco (amori condivisi, finiti e rimpianti). Ma è la forza delle canzoni che migliora, sin da Glue girls si rimane attaccati alla chitarra di Will Knauer e alla voce ariosa di Robert Caldwell senza troppa fatica.
E come da adolescenti ci s’innamora di un motivetto senza troppo impegno, così si scorre Pershing, con leggerezza, soffermandosi sulle armonie vocali serenamente pop di Think I wanna die ed Heers risvegliando la tanta, tanta nostalgia che si prova verso i Beach Boys. (6.5/10)