Dopo trascorsi e reminiscenze alt rock di fine ’80, una virata sul soul e sul pop tout court, per diventare una delle migliori pop band odierne. Un breve excursus lungo la carriera degli Spoon di Britt Daniel e del batterista Jim Eno, che abbiamo intervistato.
Me li immagino come i tipici nerd vestiti maluccio nella provincia profonda e di destra dell’America che viveva di slacker e grunge. Britt Daniel e Jim Eno - amici di lunga data - fondano gli Spoon nel 1995 e il debutto arriva l’anno dopo. Intitolato Telephono, il disco è attaccato visceralmente all’influenza principale nella testa di Britt ossia la band di Frank Black, i mai troppo osannati Pixies. Qualche goliardia indie rock e qualche sfasato feedback alla Sonic Youth e poco altro.
Per A Series Of Snake edito nel 1998 arriva addirittura una major, la Elektra, a tutelare gli interessi del gruppo, vedendone un potenziale commerciale. Il disco riassume i fasti del precedente esordio, redistribuisce a larghe mani le stesse influenze ma questa volta si trattiene in limiti più vistosamente indie e cerca meno l’anthem. Forse questo spiega il siluramento di poco successivo ed “i pochi ricordi” di Jim sulla faccenda: “La nostra breve esperienza con un’etichetta major risale a 8 anni fa e passa. Non sono sicuro di cosa ho realmente mangiato per cena l’altra sera, così non sono sicuro di ricordarmi nulla di particolare di quella esperienza”.

Passano tre anni, un po’ la delusione per l’esperienza major traghettata via così in malo modo, un po’ la rilassatezza in fase compositiva di Britt, che però ritrova nuova verve per il terzo episodio Girls Can Tell del 2001. Questa volta è chiaramente un’anima pop ad emergere: Everything Hits At Once fa uscire un piano dalla penombra e su un giro circolare di basso e qualche accenno lieve di marimba nasce una delle prime perle puramente pop della band texana. E poi Lines In The Suit e 10:20 a.m. buttano un occhio sbarazzino al soul e al funky più giocoso. È decisamente un nuovo inizio.
A conferma di questo giunge l’anno dopo il disco bomba che non ti aspetti, quel Kill The Moonlight che è pura delizia pop e magnificenza indie-rock. Si comincia con la drum machine e i loop di Small Stakes, la carica anthemica di The Way We Get By, il beatbox umano che sorregge la splendida cadenzosità tutta brividi e singalong di Stay Don’t Go, la delicata solitudine di Paper Tiger, e c’è anche qualche apparizione rock à la Strokes (Jonathon Fisk e You Gotta Feel It) che per il periodo non guasta. In mezzo un brulichio di numeri semplici ma dalla conturbanza immediata che fanno sembrare tutto come fosse stato registrato in presa diretta, e che poi diventerà riferimento per le vie intraprese nell’ultimo episodio: “Non abbiamo mutato il processo di registrazione per Ga Ga Ga Ga Ga ed è molto simile a Kill The Moonlight, forse è per quello che entrambi i dischi suonano così live”.
Gimme Fiction arriva nel 2005 ed è un lieve cambio di rotta, un mood più cupo, notturno, come traspare nell’iniziale The Beast And Dragon, Adored, che sa rendersi amabile nell’upbeat semplicissimo di I Turn My Camera On e che prende il largo verso lidi liberi e fantasiosi nelle reminiscenze sixties di I Summon You. Un altro disco ottimo, comunque coraggioso e ancora una volta sottovalutato.
Arriviamo al presente, 2007 (con Ga Ga Ga Ga Ga su Merge-Anti / Self) per un nuovo inizio e ancora nuova grinta, a sottolineare quanto i Nostri siano comunque ancora carichi e vogliosi di dire la loro: “Il titolo iniziale della traccia due era Ga Ga Ga Ga Ga Ga Ga e in seguito è stato rinominato in The Ghost Of You Lingers. Facendo ciò abbiamo perso il primo titolo così abbiamo deciso di chiamare il disco Ga Ga Ga Ga Ga, tagliando due Ga”.
L’attenzione si sposta sugli arrangiamenti sempre semplici ma ancora “diversi”: “Approcciamo ogni disco su una canzone o su una idea-base che comunque può mutare. Potremmo avere un’idea generica su come il disco debba suonare, ma è tutto veramente dettato dall’impronta che hanno le canzoni che Britt porta in studio. Se avevamo un’idea generica quando abbiamo iniziato a registrare questo disco era quella che volevamo suonasse più selvaggio e usare strumenti avventurosi”.
Viene da chiedersi quali siano i nuovi strumenti che hanno approcciato in questo disco… “Abbiamo cercato di usare strumenti differenti come il Koto, l’Harpsichord e la chitarra flamenco e abbiamo usato maggiori effetti dub da studio come i tape delay e gli echi”.
Rimane palese quanto i Nostri non abbiamo nessuna intenzione di riciclare le proprie idee passate, cercando sempre e comunque di spingersi oltre e di fare quel passo in più che riesca ad avere un sapore tutto rinnovato e speziato: “Alcune canzoni le abbiamo registrate un numero impressionante di volte prima che raggiungessero il giusto feeling (un esempio è You Got Yr Cherry Bomb). Siccome abbiamo fatto abbastanza dischi finora vogliamo essere sempre sicuri di non ripeterci”.

Shins, Modest Mouse, Of Montreal… sembra che i veterani dell’indie a stelle e strisce – quelli che esordivano una decina d’anni fa in contesti di nicchia, per capirci - si siano tutti dati appuntamento quest’anno per il tanto atteso “botto”, in U.S. e all’estero. Come la mettiamo allora con gli Spoon? 170.000 pezzi venduti del precedente Gimme Fiction, canzoni su The O.C. e Veronica Mars, ruolo da star nella soundtrack di Stranger Than Fiction, apparizioni nei maggiori talk show nazionali, fan vip come Stephen King… ce n’è abbastanza per fare della band di Austin un caso para-mainstream (à la Bright Eyes, ecco). Il problema è che la cosa non riesce ad andare oltre Liberty Island; a parte gli entusiasti seguaci della scena intorno alla Merge e qualche addetto ai lavori, aldiquà dell’Atlantico Britt Daniel e i suoi non hanno ancora guadagnato lo status di semi-intoccabili di cui godono all’interno dei confini patrii.
Chissà se Ga Ga Ga Ga Ga, sesto album in 12 anni (tutti spesi in una corsa in avanti, un excursus degno delle migliori favole indie), riuscirà nell’ardua impresa di conquistare definitivamente il vecchio continente. Il dubbio è legittimo, perché se messo accanto all’aureo predecessore, non ha la stessa tensione, profondità e autorità, né vanta un totale inno jangle-pop come Sister Jack. Ha però una traccia ipnotica come The Ghost Of You Lingers (spettrali accordi di piano in “staccato” à la John Cale, più tre linee vocali sovrapposte); ha Don’t Make Me A Target, che prova a riprendere da dove le tensioni The Beast The Dragon Adore e My Mathematical Mind avevano lasciato; ha due gemme pop-soul Beatle-spectoriane del calibro di You Got Yr Cherry Bomb e Finer Feelings, che ci ricordano quanto a Daniel e alla sua ugola lennoniana piacciano le arie sixties; ha una chiusura epico-cinematica come Black Like Me, con il suo doveroso sfoggio di stoffa.
Il resto va bene per un dischetto essenziale e ruffiano quanto basta (il funk à la Cake di Eddie’s Ragga, l’apoteosi fiatistica di The Underdog, le consuetudini Pixies opportunamente ritmate di Don’t You Evah), giusto all’altezza degli standard indie pop rock d’oggidì, ma - parrebbe quasi - senza sforzi eccessivi. Potrebbe però accadere che, con i tempi strani che corrono, i quattro trovino paradossalmente nel disco “sbagliato” un cavallo di Troia per l’Europa. E, credetemi, non sarebbe affatto un peccato, ché gli Spoon sono una bomba ad orologeria pronta a scoppiarti in faccia quando meno te l’aspetti. (7.0/10)