Provocatori, comici, allusivi, teatrali, paradossali, surreali, kitsch, assurdi. Per quanto ti sforzi di inscatolarli, Ron e Russell Mael sfuggiranno sempre ad ogni definizione. Tanto vale buttare uno sguardo - non troppo serio, per carità - sulla loro lunga carriera, con l’ausilio di un’intervista esclusiva.

“Cristo, c’è Hitler alla televisione!”. Si dice che John Lennon abbia pronunciato queste esatte parole quando vide i baffetti di Ron Mael sbucare dal suo schermo. Erano i tempi delle prime, leggendarie apparizioni degli Sparks a Top Of The Pops e, anche se lo scintillante circo del glam rock girava e girava dispensando stranezze assortite, kitsch e polvere di stelle, non era così comune vedere qualcosa di simile in tv. Quei baffetti “a spazzolino”, accompagnati dagli improvvisi e comicissimi cambi di un’espressione altrimenti impassibile (un sopracciglio alzato, un ghigno, uno sguardo assassino), erano un geniale colpo di teatro, una provocazione surreale, uno scherzo dada, una boutade ridicola, assurda.
Certo, come no. Eppure sembra che su circa 3000 articoli pubblicati dalla stampa inglese fra il 1974 e il 1975, soltanto un paio si siano dimenticati di menzionare quel signore tedesco (pardon, austriaco, ma tant’è) che, come dicevano i Monty Python, inventò la seconda guerra mondiale. Chissà a quanti, invece, sarà venuta in mente la parodia buffonesca e irresistibile del Grande Dittatore chapliniano.
Parodia, già. Che se c’è un messaggio che i Mael – pure Russell, con i suoi falsetti operistici e le interpretazioni sopra le righe non è da meno del fratello – ci trasmettono da circa tre decadi e mezzo, è che il rock – il pop – in fondo non è una cosa affatto seria; se lo è, lo è quando diventa farsa, caricatura, finzione, satira. Del resto, cosa altro è l’opera omnia degli Sparks, se non l’equivalente di un bel paio di baffi – ovviamente “a spazzolino” – scarabocchiati sul volto di quella Gioconda che è il pop?
Sperimentare, comunicare, intrattenere, stupire, divertire. Aldilà dei mutamenti stilistici e delle alterne fortune, ogni fase della carriera dei due losangelini sembra aver preso le mosse da tali imperativi. Sono stati molte cose, gli Sparks: figli bastardi della psichedelia britannica, glam rockers estremi ed invincibili, proto synth-poppers, divi acclarati del techno-pop, mattatori di album/performance quantomeno incatalogabili (i recenti Lil’ Beethoven e Hello Young Lovers, tradotti visualmente su palco e DVD). In tale cammino proteiforme - venti album che, pur restando per la maggior parte un affare sostanzialmente per cultori ed affezionati, hanno lasciato più tracce di quanto si possa pensare, dai Queen a certo post punk fino agli odierni Fiery Furnaces -, c’è comunque qualcosa che va oltre la pura e semplice capacità di reinventarsi e di adattarsi secondo i tempi.
Nelle copertine allucinanti ed ineffabili (alcune di esse davvero difficili da dimenticare), nelle trovate teatrali di certi geniali videoclip e installazioni onstage, nelle tante filastrocche psicotiche e schizzate, nelle decine di hook melodici micidiali, negli arrangiamenti che mischiano rétro e avanguardia insieme, nel poco riguardo nel mischiare generi e tendenze, nelle feroci - e salaci - satire di costumi e di abitudini che animano le liriche, nella ricerca sfrenata di un senso del comico in perenne bilico fra kitsch, grottesco e colto, nel tuffarsi dentro il mainstream per ridicolizzarlo, sfruttandolo; in ognuna di queste cose c’è la volontà di essere, su tutto, abili e sistematici rivoltatori della materia pop, portando avanti con costanza una visione radicale (anche se apparentemente vestita d’innocuo). Insomma, siete ancora convinti che gli unici fratelli californiani a cui valga la pena dar ascolto siano i Wilson?

Le - invero non generosissime - nozioni biografiche emerse da anni di interviste raccontano che il destino dei due fratelli (il più vecchio è del ’48, l’altro del ’53) fosse segnato sin dall’infanzia. Ron e Russell Day (questo, pare, il vero cognome) muovono i primi passi nello showbiz da giovanissimi, modelli per una non meglio precisata catena di abbigliamento per l’infanzia; Madre Natura li ha dotati di bell’aspetto e, come accade a tutti i rampolli della media-borghesia californiana, i genitori li vedono già future celebrità (Hollywood è dietro l’angolo e, poco distante dalla casa in cui sono cresciuti, c’è la villetta dove morì Marylin). Non è però quella la strada che li porterà alla gloria: galeotta la British Invasion, negli anni del college i due vengono letteralmente fulminati dalle decine di band albioniche che arrivano dall’altra parte dell’Atlantico.
Oltre gli immancabili Fab Four, i prediletti sono Kinks, i Pink Floyd dell’era Barrett, Who, The Move. Mano a mano le idee si fanno sempre più chiare: Ron studia il piano, Russell il violino. Cominciano a formare le prime band; inizialmente ognuno per conto proprio, poi uniscono le forze in una squadra consolidata (che sopravvive ai nostri giorni): il fratello maggiore scrive le canzoni, il minore le canta. Si solleva però un problemino circa il contesto musicale in cui si trovano ad operare. Cosa fare se non si prova alcun interesse né per il sole e il mare dei Beach Boys, né per l’ingenua psichedelia West Coast e annesse good vibrations, tantomeno per le pantomime blues doorsiane? Darsi al folk? Per carità, pretenzioso e noiosissimo. Resta solo una cosa: fingere di essere inglesi.
Una mossa insolita e audace, che tuttavia deve essere piaciuta a un volpone come Todd Rundgren se, dopo aver sentito i freak e sperimentali demo degli Halfnelson – questa la ragione sociale scelta in origine dai fratelli, in combutta con il chitarrista ed arrangiatore Earle Mankey -, deciderà di dar loro una possibilità accasandoli presso la sua Bearsville Records, proponendosi inoltre per produrre l’esordio. Allargato l’organico da tre a cinque, la così formata band dà alle stampe l’omonimo Halfnelson nel 1971 (ristampato l’anno successivo come Sparks in seguito al cambio di nome), cui seguirà dodici mesi dopo A Woofer In Tweeter’s Clothing. Sopravvissuti alla prova del tempo meglio di quanto si creda, questi album sono un paio di strani oggettini di psichedelia pop transizionale, già pericolosamente infetta di glam (senti Wonder Girl dal primo, Girl From Germany dal secondo) ed occasionalmente filtrata attraverso un po’ di power pop (No More Mr. Nice Guys) e hard rock; Barrett, T-Rex, Who e financo certi Nazz - giunti, presumiamo, attraverso il producer – sono innegabili punti di partenza, mischiati lungo la via a elementi di vaudeville e music hall.

E se resta forte la componente sperimentale e freaky già riscontrata nei demo – Biology, dal debutto, è probabilmente una delle cose più bislacche mai prodotte dal gruppo, ed è quanto dire -, Whippings and Apologies, pirotecnica chiusura di A Woofer..-, è già un potenziale inno glam rock, degno di qualsiasi antologia del genere.
Il punto è che i Maels, probabilmente, avevano già fiutato l’odore che proveniva dal pentolone che ribolliva dall’altra parte dell’oceano. A questo punto, era nell’ordine naturale delle cose che venissero notati aldilà delle bianche scogliere di Dover: complice un tour promozionale in Europa andato meglio del previsto (corredato da una trionfale data al Marquee e una prima apparizione all’Old Grey Whistle Test), nel 1973 riescono a strappare un contratto alla Island.
Occorre dunque trasferirsi a Londra, e pazienza se tocca lasciare indietro gli altri tre compagni, ci sono fior di sessionmen inglesi - su tutti, il chitarrista Adrian Fisher - ad aspettarli. A cambiare realmente tutto sarà però una canzone che Ron scriverà al piano durante una delle visite domenicali ai genitori, che già da tempo dimorano in Inghilterra. Si basa su una frase da film realmente ridicola, “questa città non è abbastanza grande per tutti e due”, e si dipana come una sorta di operetta buffa divisa in sketch. L’arrangiamento rievoca un’atmosfera da cabaret berlinese spruzzato d’anfetamine, dove le chitarre rombano e graffiano tanto quanto il piano martellante e ossessivo; la voce di Russell, poi, raggiunge acuti a dir poco farseschi, specie nel finale. Ad oggi, This Town Ain’t Big Enough For Both Of Us è il più grande successo degli Sparks.

Forti di un temibile #2 nelle classifiche UK, gli improbabili e assurdi fratelli provenienti dall’altra parte dell’Atlantico si trovano così a fare concorrenza sleale a chi, con discreto successo, giocava in casa: sono decisamente più cinici e umoristici degli altrettanto arty Roxy Music, molto meno romantici e sognanti dell’alieno Ziggy ma sufficientemente carismatici per tenergli testa, evidentemente debitori - ma sicuramente più consistenti - di Sweet e Slade oltre che dello stesso Bolan, allora già malfermo sul suo trono. E non è difficile immaginare che pure gli allora esordienti Queen abbiano trovato ispirazione nell’ugola da operetta di Russell e nei barocchismi delle trame di Ron per le loro notti all’Opera (ben più pompose e mélo).
Andando al sodo, per poco più di due anni e mezzo gli Sparks padroneggiano in lungo e in largo per Albione, e ne hanno ben donde: i due album simbolo di questa fase – anzi, facciamo tre, contando anche l’”appendice” Indiscreet-, oltre che successi coi fiocchi, sono anche i capolavori di un’intera carriera, in grado di fare a botte con parecchi contemporanei e successori, con ottime probabilità di spuntarla. Se vi sembra un giudizio quantomeno tranchant, provate a mettervi nelle orecchie Amateur Hour (il refrain più psicotico e infantile che ci sia), Achoo, Something For The Girl With Everything, B.C.(A Quick One degli Who riletta dai fratelli Friedberger?), Never Turn Your Back On Mother Earth (ovvero, come ridicolizzare il melodramma), Equator (qualcuno ha detto parodia?), Thank God It’s Not Christmas (qualcuno ha detto Freddie Mercury?), Who Don’t Like Kids (punk e storture Fall ante-litteram, yes). Heartbeat, increasing heartbeat: siete già al tappeto. Se non vi siete ancora rialzati, non ci stupiamo: Kimono My House e Propaganda (entrambi del 1974) sono un uno-due che, in termini di glamour esplosivo, di fantasia straripante e di sovversività pop, stenderebbero chiunque.

Qualche riga più sopra si è parlato di Indiscreet come appendice di una fase; volendo potremmo anche considerarlo il prologo a quella successiva. Di fatto, nel 1975 i Maels viaggiano ormai in prima classe e possono permettersi tanti lussi, come farsi produrre da Tony Visconti; il primo di certi sfarzi e sfizi – non sempre così fortunati - che si protrarranno fino alla fine del decennio. Con l’uomo di Bowie&Bolan al timone, gli Sparks confezionano una versione extralusso del loro sound (vedi Happy Hunting Ground), alzando il tiro delle ambizioni compositive nel provare una grande varietà di arrangiamenti e soluzioni, dal musical (Looks Looks Looks) allo swing (Get The Swing, appunto). Siamo sempre a livelli di eccellenza, sia chiaro; ma che il puro kitsch sia giusto a un passo, ce lo suggerisce la - geniale, per inciso - cover di I Want To Hold Your Hand uscita su 45 (e inclusa come bonus in alcune ristampe), ovvero i Fab Four deviati in ballatona philly soul. A un ritorno negli States da superstar, seguiranno alcuni vistosi inciampi – una disastrosa apparizione nello z-movie Rollercoaster come rimpiazzo dei Kiss (!), cui si appaia la iella clamorosa di una mancata collaborazione con Jacques Tati (!!) -; non da ultimi, due dischi che, nati come un tentativo di (ri)abbracciare le radici musicali patrie (con il supporto dei migliori studios e turnisti), porteranno invece a un imbarazzante stop creativo (!!!).
Non che Big Beat (1976) e Introducing (1977, ristampato in cd solo trent’anni dopo) rappresentino esattamente una caduta libera; semmai, la ricerca di un approccio più incanalato nel solco di un suono american oriented finisce per prosciugare la vena dei Maels, privandola di mordente e incisività. Se al primo degli album manca l’anfetamina, la scintilla di follia, tuttavia Introducing si lascia piacevolmente ascoltare in quanto dignitoso lavoro “minore”; fosse solo per come spesso e volentieri mischia il tradizionale Sparks sound con – ebbene sì - i Beach Boys (quelli di cui non si ricorda nessuno però, quelli dei ’70).

Comunque sia, è crisi aperta. Ma non durerà a lungo: attizzato dal successo di I Feel Love di Donna Summer, Russell esprime a un giornalista tedesco il desiderio di lavorare con l’uomo dietro quel suono, Giorgio Moroder. Si dà il caso che l’autore dell’intervista sia anche amico del producer altoatesino. E’ un attimo: stretta un’alleanza di ferro con il guru dell’eurodisco (“non useremo mai più chitarre”, annuncia perentorio il duo alla stampa), gli Sparks entrano ufficialmente in discoteca; finiranno per tornare dritti in cima alle classifiche. No. 1 In Heaven (1979) e Terminal Jive (1980) risollevano le sorti dei Nostri a colpi di synth e sequencer: dopo il successo - non dirompente ma significativo - di The Number One Song In Heaven e Beat The Clock, When I’m With You - sostenuto da un irresistibile video in cui Ron fa il ventriloquo con un pupazzo con le fattezze di Russell – conquista il mercato francese, arrivando al primo posto.
Insomma, quello che per molte altre band cosiddette “storiche” sarebbe stato il più infido dei tradimenti (convertirsi all’elettronica, orrore!), si rivela una carta vincente. E se pensate che questa fase coincida con un inesorabile e ignominioso calo artistico, allora non avete ancora capito bene che tipi sono i Maels. Perfino in campo spudoratamente mainstream giocano secondo le loro regole, coltivando nel grembo della disco moroderiana un umorismo surreale e un gusto per l’assurdo che va davvero oltre, aldilà degli stessi canoni del synth pop.
La formula qui brevettata (tastierista + cantante), il piglio techno-pop à la Man Machine, la veste principalmente sintetica, insieme al falsetto di Russell e i testi quanto mai deliranti – su tutti basti l’inno al liquido seminale Tryouts For The Human Race -, sono già la caricaturizzazione di un genere non ancora sbocciato (Soft Cell e Pet Shop Boys non verranno prima del 1981), di cui però formicolano già i germi (le romanticherie europee di La Dolce Vita, le tentazioni Roxy Music di Young Girls). Se poi è vero che anche Depeche Mode e New Order più tardi confesseranno di aver pagato un generoso pegno a queste produzioni, occorre aggiungere altro? Ah sì: che Just Because You Love Me è la vera ascendente di Disco 2000, altro che Gloria del nostro Umberto Tozzi (vabbè, si scherza, ma siamo lì).

L’inizio di un nuovo momento d’oro, su cui magari campare di rendita per qualche altro anno? Più che altro una parentesi argentata, giacché nei primi ’80 i Maels tornano alla band (e agli States), portando con sé alcune tracce della sbornia synth. Segue una sfilata di album che, a questo punto della storia, ci impone un fast-forward. Non tanto perché i due perdono del tutto la bussola (come da buona prassi eighties), ma perché si infilano in una routine compositivo-produttiva che tiene conto più dell’esigenza di esserci, comunque e quantunque, che di reali urgenze espressive. Non che Angst In My Pants (1982), In Outer Space (’83), Pulling Rabbits Out Of A Hat (’84) e Music That You Can Dance To(’86) siano del tutto privi di interesse; specie i primi due, a loro modo traghettano il glam pop delle origini nell’era new wave americana, dalle parti di B-52’s e Go-Go’s (non a caso Cool Places, uno dei rari hit, sarà un duetto con Jane Wiedlin).
Inaspettatamente godranno anche di un certo successo nelle radio (KROQ in testa), ma la cosa realmente interessante che in retrospettiva emerge da questo periodo, è che nonostante fossero circondati dal kitsch, gli Sparks riescono comunque a saltare all’occhio. Come quando, per presentare il singolo Change ad una trasmissione tv, Ron improvvisa un estemporaneo videoclip facendo cantare il fratello in playback dentro la finta cornice di un televisore (vedi clip a fondo pagina). A Interior Design (’88) segue un lungo periodo di pausa, che vede i fratelli tentare altre strade, in primis la celluloide (dal canto suo, Ron aveva studiato cinema all’UCLA); non viene fuori niente di significativo, a parte un’altra abortita collaborazione, stavolta con Tim Burton.
Il comeback vero e proprio avviene nel 1994 con Gratuitous Sax & Senseless Violins, che non è altro che l’antico sound moroderiano aggiornato al techno-pop europeo dei primi ’90; tornano puntuali i favori del pubblico, specie quello tedesco che spedisce in orbita il singolo – in forte odore Pet Shop Boys – Where Do I Get To Sing My Way?. Un ritorno in auge – sorretto, occorre dirlo, dalla forma smagliante che i fratellini comunque sfoggiano – che porta dritto alla celebrazione di Plagiarism (1997), album di self-cover animate da gente come Faith No More e Erasure. Il tempo di una colonna sonora per un film con (ehm…) Van Damme - Knock Off - e di un altro album - Balls (2000), che prova ancora a mischiare sempiterne velleità pop vestendole di nuovi trend - , e il presente è già qui.

E chi se l’aspettava? Con una carriera tanto lunga, ricca e densa, per Ron e Russell Mael sarebbe stato anche naturale arrendersi allo scorrere degli anni, abbassare del tutto la guardia, lasciarsi andare al ricordo/celebrazione del bel tempo che fu. E invece, nel 2002 vede la luce Lil’ Beethoven. Un album che, semplicemente, suona come niente mai suonato dagli Sparks, eppure non può che provenire da loro. E’ come se la carica dirompente ed erosiva dei vari Kimono My House e Propaganda (e pure degli episodi più spudoratamente pop) sia stata portata su un livello diverso, caricata di nuova potenza espressiva; non più dentro il mainstream (per rivoltarlo comunque come un calzino), ma contro di esso. Con una buona dose di autostima, i Maels pensano che l’album possa addirittura definire un nuovo genere; non si tratta – soltanto – di autocompiacimento, giacché ogni collocazione stilistica - classica? avant-pop? rock? opera? tutto questo, e non finisce lì - risulta davvero ardua.
Discorso analogo vale per Hello Young Lovers (2006), un’ideale prosecuzione di Beethoven arricchita di certe aperture pop, con l’obiettivo ancora ben fisso sul focus. Sia detto, non sono dischi facili (per la prima volta in trenta e passa anni, accidenti), tanto che le alte ambizioni dei Maels non vanno sempre di pari passo con i risultati, a volte perfino troppo ostici e fini a se stessi per quella che dovrebbe essere, sempre e comunque, pop music. Nondimeno, è tutto un rinnovato successo di critica (internazionale, tocca dirlo: da noi gli album, al solito, sono passati semi-inosservati) e di pubblico (idem). E’ poi di fresca pubblicazione un dvd - opportunamente battezzato Dee Vee Dee, in testimonianza di un recente (e trionfale) show londinese del 2006. Finita qui? Macché: il 2008 vedrà la pubblicazione dell’album n°21, non prima che i due fratelli avranno portato a termine la più imponente delle loro imprese: Sparks Spectacular, ovvero tutti i loro album dal vivo (nessuno escluso), uno per sera, nel corso di ventuno serate (quasi) consecutive. Con tutta questa carne al fuoco, l’occasione di scambiare due chiacchiere al telefono con un gentilissimo e frizzante Russell Mael non potevamo proprio farcela sfuggire.
C’è voluto un po’. Volevamo trovare dei contenuti visuali che riflettessero la natura della nostra musica attuale, cioè qualcosa di audace e fresco insieme. E’ difficile capire da dove viene esattamente la musica in sé, quindi abbiamo lavorato un po’ per trovare l’equivalente visuale di qualcosa di tanto eccentrico. E’ stata principalmente un’idea di Ron: sul DVD c’è un extra che mostra gli schizzi originali che ha disegnato per le installazioni visuali sul palco, e le proiezioni che abbiamo usato per le singole canzoni.
Il tour è andato molto bene, devo dire. Abbiamo girato molto l’Europa, specialmente in Inghilterra abbiamo fatto diversi show, perfino in Giappone. Sfortunatamente non siamo venuti in Italia, ed è un peccato perché ci piacerebbe presentare al vostro pubblico le nostre performance. Mi sono esibito per la prima volta in Italia solo di recente (in occasione della serata-tributo ai Beatles Sgt.Peppers & More…, con la London Sinfonietta e altri superospiti, da noi recensita sul #36), e mi sono fatto un’idea di cosa vorrebbe dire portare da voi il nostro spettacolo.

Sì. Il nuovo album, che è quasi finito, continuerà a gravitare intorno a quei territori. Abbiamo preso alcune tecniche imparate negli scorsi due album, Lil’ Beethoven e Hello Young Lovers, e cercato di espanderle ulteriormente. Sarà ugualmente ricco, e sia la struttura sia i temi delle canzoni non saranno convenzionali. Siamo felici che i nostri ultimi lavori ci abbiano portato in questa direzione.
Ad essere onesti, c’è qualche elemento melodico in più. Nel senso che, rispetto alle canzoni recenti, precedenti, c’è più canto e meno parlato. Il resto, come dicevo, non è convenzionale.
Sai, non penso che il nostro obiettivo sia mai stato l’intrattenimento in sé. A posteriori sì, ci siamo spesso resi conto che la nostra musica ha una forte capacità di intrattenere, ma non abbiamo mai avuto un approccio volto a rendere qualcosa intenzionalmente divertente. Il nostro fine principale è, in primo luogo, di divertire e stupire noi stessi. Siamo convinti che se anzitutto raggiungiamo questo obiettivo, possiamo trasmettere questa sensazione al pubblico. Al contrario, se il materiale non è interessante per noi, non lo sarà nemmeno per altri. Vogliamo fare musica molto ricca, non soltanto andare controtendenza. In ogni caso, puntare sul sicuro non è molto avventuroso in musica, in questi giorni.
Esatto. Dovevamo reagire a quello che vedevamo succedere lì fuori; in un certo senso, suppongo sia stato naturale. Cerchiamo di continuare a stare nel nostro piccolo mondo, a fare ciò che pensiamo sia necessario per resuscitare la musica pop (Russell usa l’espressione “a shot in the arm”, nda).
Ci piace la musica pop, ma pensiamo che in un certo senso essa sia ormai old fashioned, perché è in giro da così tanto tempo… la gente ha bisogno di nuovi modi di lavorare al suo interno. La musica pop non ha bisogno di essere sempre attaccata allo stesso format; noi la vogliamo fare a modo nostro. Per questo pensiamo che quello che facciamo oggi sia la musica pop definitiva (“ultimate pop music”, nda.).
Beh, il pop odierno ci interessa nella misura in cui ci teniamo informati su ciò che accade. Ma la maggior parte di quello che sentiamo non è poi così interessante, o speciale. E’ come se fossimo fermi a uno status quo, con la maggior parte delle band di oggi felici di stare in questa specie di terra di mezzo, cercando di fare soltanto quello che ci si aspetta normalmente da una pop band. Ecco, siamo interessati a ciò che succede nella misura in cui siamo delusi da quello che succede!
Non credo ci sia nessuno che ci somigli. Non sento nessun equivalente, nessuno che abbia lo stesso coraggio nel gettarsi completamente in quello che sta facendo, ed essere consistente nel farlo.
Ci piacerebbe lavorare ancora con Tony Visconti, in passato è stata un’esperienza incredibile.

Ci piacerebbe sempre fare un film musicale, non ci siamo ancora riusciti. Per noi vorrebbe dire espanderci, combinando quello che facciamo musicalmente con qualcosa di visuale. C’è un sacco di roba interessante che proviene dal Giappone, registi giovani.. ho una lista di nomi, ma non ce l’ho qui (ride, nda)! Ci sono un sacco di film giapponesi recenti fatti da ragazzi non troppo conosciuti, a cui, come noi, piace osare.
In realtà cominceremo a provare solo in gennaio, stiamo ancora ultimando il nuovo disco. Ci piacerebbe lasciare intatto lo spirito originario delle canzoni, fare qualcosa il più possibile fedele agli originali. Vedremo: in certi casi potrebbe non essere possibile, per via della strumentazione utilizzata in studio e cose così.
Beh, Plagiarism aveva un sacco di archi e fiati, e anche i primi due album si basavano su una strumentazione non convenzionale, anche se allora usavamo già una band. Troveremo comunque un modo, ne siamo certi.
Per la maggior parte, sì. Ho riascoltato alcune cose che credevo non mi piacessero più, e invece…. Sai, di solito sei più contento di quello che stai facendo nel momento presente. Ma quando mi guardo indietro, a parte qualche eccezione durante il cammino - qualcosa che magari, col senno di poi, avremmo fatto diversamente -, sono generalmente orgoglioso di quello che abbiamo fatto. E, con un progetto come questo, abbiamo la possibilità di esporre la nostra intera carriera al pubblico. E’ come abbassarsi i pantaloni in pubblico!
Sì, ma non per gli album vecchi: sarebbe un lavoro titanico. Penso che per il nuovo disco, sicuramente, ci inventeremo qualcosa.
Mi piaceva – e mi piace tuttora - un sacco di roba di quel periodo: Sweet, T Rex, Bowie. The Move, moltissimo. Ma in realtà, non ho mai pensato che noi fossimo esattamente glam.
Negli States è difficile ottenere airplay, lo è sempre stato. A livello critico, gli ultimi lavori comunque sono andati molto bene.
A dire il vero no, è stato quasi sempre così. Come in tutte le band, finché ci sono ruoli fissi, tutto funziona alla perfezione nel processo creativo. Ron porta dentro la maggior parte del materiale, e in studio io mi occupo della registrazione e dell’ingegneria del suono. Una volta che c’è qualcosa su cui lavorare, nasce la vera e propria collaborazione fra noi due; ma non dimentichiamoci che è da Ron che proviene quasi tutto.
Realmente, no. La nostra forza è la combinazione delle canzoni di Ron e del mio modo di cantarle: questo ci rende forti. Non ho alcuna aspirazione!
Tre clip d'annata direttamente da Youtube: Amateur Hour (1974), The No.1 Song on Heaven (1979), Change (1985)

Dici Sparks e pensi alla teatralità dell’art rock, coniugata in modo personalissimo, attraverso glam, vaudeville alla Kinks, pop, testi ironici e surreali: una formula che li ha caratterizzati negli anni, il loro marchio di fabbrica. Americani di Los Angeles, emigrarono in Inghilterra, dove esplosero nel 1974 con l’ottimo Propaganda, trasferendo in terra britannica la loro vena caustica; hanno proseguito poi, tra alti e bassi, coniugando negli anni ’80 synth pop e disco con Giorgio Moroder, musica sinfonica e derive heavy, fino al presente.
Qual è il senso oggi di un nuovo parto degli Sparks? Il ritorno dei fratelli Ron e Russell Mael, a quattro anni di distanza da Lil’ Beethoven, avviene con Hello Young Lovers, ventesimo disco: ed è come non averli mai lasciati; è evidente infatti la continuità con gli ultimi lavori del gruppo, in particolare con il penultimo.
Ritornelli e strutture melodiche che vengono ripresi nel corso dei pezzi (Dick Around, che lambisce l’hard rock più pacchiano, The Very Next Flight, Rock Rock Rock), filastrocche (Metaphor, Waterproof) tra acuti e falsetti operistici, cori in un call and response sguaiato, esagerato, in un evidente autosuperamento della “forma canzone pop” à la Sparks, alla ricerca di nuove formule, come loro stessi ammettono di fare da qualche anno.
Non tutto funziona però in questo gioco perverso: Hello Young Lovers nulla aggiunge infatti alla loro formula, ormai ampiamente sfruttata, se non qualche pezzo (nel precedente era I Married Myself, qui la eniana (Baby Baby) Can I Invade Your Country, Waterproof e poco altro ancora.
La sensazione di “già sentito” è molto forte, anche se gli Sparks sono capaci di creare ancora hook che restano fortemente in testa, ritornelli micidiali che non lasciano scampo. Ma ci piacciono anche per questo, tutto sommato. (6.2/10)

“We are going to play tonight, we are going to sing tonight, we are going to look great tonight, it’s a Sparks show, a Sparks show, a Sparks show tonight!”. Non ci può essere un’introduzione migliore di questo motivetto vaudeville per lo spettacolo portato in giro dai fratelli Mael nel corso del 2006, un vero e proprio show itinerante allestito per il lancio di Hello Young Lovers, ventesima tappa di una lunga carriera che, proprio in questi ultimi anni, subisce delle insospettabili impennate (a partire dal 2003, pubblicazione di Lil’ Beethoven). Il ricorso all’arte visuale nei concerti dal vivo non è certo una novità, anzi di questi tempi le installazioni video sono uno gli espedienti più abusati nella costruzione di ogni rock show che abbia un minimo di appeal. Nel nostro caso, quelle ideate da Ron Mael forniscono la chiave vincente per interpretare e comprendere a fondo un’opera invero pesantuccia all’ascolto, cioè il disco in questione (qui riprodotto nella sua interezza); non fosse altro per le sue spassosissime performance in scena.
Impassibile e flemmatico come sempre (benché attempato), montatura spessa e insostituibili baffetti (da Chaplin siamo passati a Clark Gable), fa un po’ di tutto: stende a cazzotti il suo alter ego sullo schermo (The Very Next Fight), suona un organo virtuale (As I Sit To Play The Organ At The Notre Dame Cathedral), corona il suo antico sogno di impersonare – un comicissimo - Pete Townshend con tanto di windmill (Rock Rock Rock); più attore che musicista insomma, mentre le proiezioni commentano ed illustrano i temi delle liriche, in modo altrettanto ironico ed intelligente. Al fratello Russell, come da copione, tocca di cantare i barocchi scioglilingua delle canzoni; compito che in Hello Young Lovers diventa a volte un vero e proprio tour de force (i saliscendi impossibili di Dick Around), ma senza particolari incidenti di percorso. Per essere chiari: rendere accessibile e divertente un tale mattone di avant-pop-classico-operistico, non è cosa da poco.
Basterebbero già i primi 57 minuti di DVD (pardon, Dee Vee Dee) per attizzare gli animi di tutti quelli che da anni desiderano una – ahinoi, improbabile – performance dal vivo dalle nostre parti. A dare il colpo di grazia ci pensa il piatto forte, ovvero un inevitabile e dovuto set retrospettivo. Per la delizia del pubblico londinese (si gioca in casa, praticamente) e degli spettatori, scorrono uno dopo l’altro gli evergreen da Propaganda (Achoo, Something For The Girl With Everything), Kimono My House (gli highlights This Town Ain’t Big Enough For Both Of Us e Amateur Hour), Indiscreet (Happy Hunting Ground), senza tralasciare il periodo techno-pop moroderiano e le buone cose recenti; mestiere, classe e verve inesauribile diventano una cosa sola, in un giusto mix fra nostalgia e fuoco (ovvero quello che dovrebbero fornire tutte le formazioni con una generosa storia alle spalle, quando affrontano la contemporaneità). Avvertenza: per chi proviene da una prolungata astinenza da Sparks, c’è il rischio di effetti collaterali imprevedibili. (7.5/10)
P.S.: a parte gli schizzi delle installazioni di Ron Mael, extra tutto sommato trascurabili, fra un filmino da turisti in Giappone e riprese del soundcheck.

Proprio mentre celebrano i quarant’anni di carriera alla loro maniera - una serie di concerti londinesi in cui ripropongono, serata dopo serata, ciascuno dei loro album -, Ron e Russell Mael danno alle stampe il n°21 della serie. Tutto un programma già dal titolo, Exotic Creatures Of The Deep si propone di riconnettere i “terribili” fratelli americani al glorioso passato dei ’70 e ‘80, quando i due erano capaci di produrre a getto canzoni pop intelligenti, sarcastiche, umoristiche, semplicemente geniali. Impossibile però dare un colpo di spugna alle sperimentazioni barocche di Lil’ Beethoven (2002) e Hello Young Lovers (2006) – è bene ricordarlo, una svolta clamorosa per un act con così tanti anni alle spalle -; e così le nuove canzoni ondeggiano fra una rinnovata effervescenza pop-rock kitsch, ammiccante e provocante, e un’indulgenza reiterata verso le trovate orchestrali degli album citati, di cui riprendono per buona parte i motivi classicheggianti e operistici.
E’ una piacevolissima sorpresa ritrovare un singolo tipicamente Sparks del calibro di Good Morning (dove Russell rispolvera perfino il falsetto dei tempi d’oro), o ambientazioni hard-glam à la Kimono My House nell’ineffabile Lighten Up Morrissey (altra highlight), o certe raffinatezze retro di Indiscreet in Strange Animal, financo uno spassoso spoof dell’electro pop sexy e glitterato à la Minogue in I Can't Believe That You Would Fall For All The Crap In This Song. Il resto avrebbe benissimo potuto trovarsi nei due long playing precedenti, di cui vengono ricalcati anche i clichè più deleteri (le sfiancanti Let The Monkey Drive e She Got Me Pregnant). Niente che sia facile sentire in giro, in ogni caso: gli Sparks continuano a restare – e non potrebbe essere altrimenti – unici, totalmente alieni. (6.7/10)