Caratteri: [Small] [Medium] [Large]
Introduzione
Critica
Webografia

Songs For Ulan

di ©2004-2006 Stefano Solventi
Un esordio "falso", troppo easy listening per somigliargli. A quel punto, per il napoletano Pietro de Cristofaro è arrivato il difficile: ripartire. Non troppo vicino a quel clamore che pure era l'idioma dei suoi eroi Violent Femmes, Gun Club e Screaming Trees, per dirne qualcuno. Accogliendo piuttosto il sussurro irrequieto dei Neil Young, dei Nick Drake, dei Leonard Cohen e – massì - dei Chet Baker. Lasciando uno spiraglio da cui possa intrufolarsi la modernità. Poi c'è quel nome, che non si sa bene che cosa, né come, né perché: Songs For Ulan.

Ripartenza (in nero)

Dopo quel famigerato disco d'esordio - Reverse, (2002) - qualcuno arrivò a paragonarlo a Nek. Qualche altro, più conciliante o forse più attento, lo avvicinò ad un Cristiano Godano ammorbidito. Quanto a noi, nulla ne sappiamo e neppure c'interessa saperne. Del resto, quel disco, quella cosa pop-rock radiofonica in italiano, è l'ombra che non gli appartiene. E che presto - spera, speriamo - dimenticherà. Cose che capitano. De Cristofaro, napoletano classe 1970, non era più un ragazzino quando capì d'aver imboccato la strada giusta per la direzione sbagliata. A meno che "sbagliato" non fosse lui. A meno che essere sbagliati non fosse l'unico modo per sperare, un giorno, d'essere se stessi. Insomma, deve essere stata questa storia ad avergli il ghigno scettico che potete scorgere nell'autoritratto in copertina a You Must Stay Out, esordio su lunga distanza per il progetto Songs For Ulan. Ovvero, Pietro de Cristofaro, di nuovo, a nuovo.

Prima però c'è un ep, uscito agli inizi del 2004. Una specie d'avvertimento. Un segno che: le cose sono cambiate. Un segno rivolto più a se stesso, forse, che a noi, uditorio che in fondo di quella roba - folk rock cupo, drammatico, denso, scheletrico e vibrante - ne abbiamo sentita già molta. Però roba buona, roba che ci batte un cuore dentro, che pesca con languida disinvoltura nel torbido dell’antico e del moderno, le asciuttezze acustiche, i tremori sintetici, le scabrosità elettriche. Ti fa pensare all'onda lunga di un Lanegan, al delirio alieno di Linkous, agli spettri sghembi di un Parish, e quindi rischi di compiacertene per metterlo subito dopo nel tuo personale "file under". Per poi non pensarci più. E invece ci pensi, almeno un po', perché c'è quel cuore dentro, e se gli concedi un po' di silenzio puoi sentire che batte. E il modo in cui. Una tensione assorta, tenuta a bada ma irrequieta, insidiosa. Come chi sa di non poter nulla, come chi ha già alzato bandiera bianca prima ancora di. Ed il suo grido non può che essere soffocato. Una smorfia tirata nell'ombra. Volto che non vedi, non c'è. Ma c’è. E quel nome: Songs For Ulan. Chiedetevi chi sia, Ulan. Per non saperlo mai. Questa è la risposta.

Cos’è accaduto? Con un piccolo aiuto di amici, Pietro è tornato sui propri passi, ed è ripartito. Mica facile, ripartire. Ma un po' più facile se con te ci sono certi amici. Cesare Basile su tutti, il nome più importante tra quelli che hanno creduto in lui. Che ci credono. Nell'ep Songs For Ulan, concepito nella torrida estate del 2003, la sua impronta è palpabile, un magnetismo teatrale, un senso narrativo che oltrepassa i limiti della canzone e incombe su tutta la scaletta. Lo stesso che accade nell'album d'esordio You Must Stay Out, inizio 2006. Anzi, di più. C'è ancora Basile alla produzione, e porta in dote l'amicizia-collaborazione di Hugo Race. E' un disco splendido, che si nutre di quella stessa rabbia dimessa, di quel romanticismo senza altro sbocco che una folata di sogni brevi. Macchie di passaggio sul passare dei giorni, le canzoni di Pietro. Come di chi sa la fragilità dei sogni, sul punto d'essere sogni.

  • Life Was No Yet
  • No Staine
  • When We Parted
  • All That She Said Was: No.
  • Now I Know…
  • They’re Crying For Nothing
  • It Doesn’t Really Matter

Self Titled (Stoutmusic / Audioglobe, 10 maggio 2004)

di ©2006 Stefano Solventi

La chitarra pizzicata con meticolosa doglianza, un piano (forse), il riverberare screziato delle corde, melodia legnosa in sella ad un talkin' meditabondo: una "imitatio Gelb" tanto appassionata quanto disarmante. Il pezzo s’intitola Life Was No Yet, ed apre il nuovo lavoro di Pietro De Cristofaro, vera e propria ri-partenza dopo il piuttosto improvvido esordio "radiofonico" di Reverse.

Ricominciare dunque, da una nuova ragione sociale e soprattutto da Cesare Basile, che fornisce corpo e cupezza (ovvero chitarre, basso, banjo, diamonica ed elettroniche) alle sette tracce di questo mini, a queste dense e trepide strategie folk-blues.

A dire il vero anche dopo molti ascolti rimane il dubbio che i nostri) un po’ ci facciano. Ad esempio, No Stains è fin troppo costruita a partire da sordide rugosità Mark Lanegan, confronto che – ça va sans dire - appare fin da subito ingrato. Tuttavia l’atmosfera non fatica ad aleggiare, la scrittura si aggira agile senza perdere il filo del mood (dal conato Jon Spencer di Now I Know… al cincischio struggente - simile a certe penombre dEUS - di It Doesn’t Really Matter, passando per il contagio robotico stile Notwist di When We Parted).

Voglio dire, non è davvero male farsi cullare l’inquietudine dal valzer intorpidito di They’re Cryin’ For Nothing (il banjo e le percussioni a delimitare gli spigoli del buio) o dal blues anestetizzato di All That She Said Was: No!. Con il che l’obiettivo può dirsi pienamente centrato e pazienza se manca lo scatto che t’apra il cervello come un melone, la calligrafia inconfondibile, una visione scelleratamente peculiare.

Banco di prova sarà il coraggio (e la capacità, of course) di sapersi spendere oltre, di suonare come qualcosa di più che non un pur gradevolissimo affogar malinconie tra amici. Comunque, tirate le somme, un buon lavoro. (6.9/10)

  • You Must Stay Out
  • The Counting Song
  • Secret Fires
  • Little
  • No More, No Less
  • Hell Was Next To Come
  • Somebody Else Do It
  • A Present
  • Julie
  • On My Hand
  • 3 Submarines

You Must Stay Out (Stoutmusic / Audioglobe, febbraio 2006)

di ©2006 Stefano Solventi

Dopo le avvisaglie dell'omonimo ep, ormai un paio d'anni orsono, ecco finalmente l’album d’esordio del progetto Songs for Ulan, alias Pietro de Cristofaro. L'ala protettiva di Cesare Basile c'è ancora, così come il sostare cocciuto tra le ombre del sogno americano, tra le pieghe di quei folk-rock che raccontano più amarezze che prospettive, più rimpianti che rivalse. Se la scrittura sembra aver conseguito una disarmante agilità (dieci pezzi su undici sono originali), la voce appare un po' arrochita ma anche decisamente più matura. Altro segnale di “crescita” è senza dubbio la presenza tra i graditi ospiti del grande Hugo Race, che sparge desertica elettricità laddove la vena si fa rabbiosa. Detto questo, andiamo ad individuare il riferimento principe nel Mark Lanegan dei tremori inafferrabili: vedi la lenta e rarefatta No More, No Less, con quei ruggiti in lontananza e il canto invischiato nel disincanto. Del resto, quando Pietro si rivolge ai Gun Club per l'unica cover in programma (una Secret Fires fremente tra banjo e rifrazioni elettriche) non fa che salire di un gradino l'albero genealogico. Al grande Jeffrey Lee Pierce viene da pensare anche in occasione del blues minaccioso On My Hand, la voce affilata, i ghigni del basso, il piano che pesta e quelle chitarre che tagliuzzano l'aria.

C'è da dire che per quanto la temperatura si alzi non ci si avvicina mai al sovraccarico, gli arrangiamenti perseguono un'asciutta efficacia, il clamore - quando c'è - è quello che circonda il silenzio. Silenzio da cui sembrano sbocciare certe ballate a cuore perso (la title track), certe delicate malinconie (Somebody Else Do It), quei romanticismi tenuti al guinzaglio (Julie), quei respiri folk sul punto d'allargarsi e sprofondare (3 Submarines). Lo diresti un Cat Stevens ridotto ai minimi termini, oppure un Mark Linkous tolta la spettrale alienazione, o un Mike Scott che ha barattato l'asprezza con un tiepido cinismo. Coordinate che vacillano di fronte al valzer waitsiano di A Present e soprattutto a quella Hell Was Next To Come che cuce una rumba Calexico e i dEUS più minimali col fosco filo del contrabbasso. E' insomma una prova autorevole, una partita giocata con piglio ombroso ma sicuro. Forse manca all'appello il pezzo decisivo, quello capace di aprire brecce e trascinarsi dietro le calligrafie più smorzate. Ma credo che a Pietro de Cristofaro e compagnia questi discorsi non interessino più di tanto. (7.1/10)