Stupisce con una naturalezza che disarma Sondre Lerche:songwriter, arrangiatore e autore di un pop orchestrale ironico e ricco di naturali citazioni.

Sguardo furbetto e ammiccante di chi la sa lunga, occhi blu, outfit sportiva come tanti suoi coetanei, una manciata di EP, due album e un talento spiazzante. Uno come Sondre Lerche non può che risultare simpatico.
Stupisce con una naturalezza che disarma, questo ragazzo norvegese appena ventunenne, eppure già songwriter di classe, autore di melodie raffinate, ironiche, ricercate, mai banali, mai zuccherose, catchy quanto basta, ricche di citazioni colte (da addebitare più ad una sorta di imprinting genetico che a studiata emulazione). Pur possedendone in potenza i requisiti, Sondre non assume mai il piglio serioso del crooner né, come tanti alla ricerca di facile successo, cerca di impressionare l’ascoltatore con trovate di sicuro effetto, magari riversando in musica terribili e angustianti tormenti interiori.
Al contrario, egli non sembra prendere troppo sul serio quello che fa: il suo essere autore ed interprete è spontaneo e naturale quanto la sua pronuncia inglese, a dispetto dell’origine scandinava. Originario di Bergen, dove tutt’ora preferisce vivere ed operare, Sondre è cresciuto, come si suol dire, a pane e pop music. Può vantare un curriculum da autentico enfant prodige: giovanissimo fan degli idoli nazionali A-ha, comincia a suonare la chitarra alla tenera età di otto anni; tra un disco di Elvis Costello, Steely Dan, Prefab Sprout e Van Dyke Parks, senza disdegnare i maestri Cole Porter, Burt Bacharach, Paul McCartney e Brian Wilson, durante la primissima adolescenza trova anche il modo di esibirsi nei club della sua città. In breve tempo, sviluppa una capacità di songwriting eccellente, non distante da piccoli- grandi geni dell’indie pop di storia recente, come Beck, Tom Barman dei dEUS, Stephen Malkmus, il quasi coetaneo Ed Harcourt e, soprattutto, il compianto Elliott Smith. Il contratto con una major (la Virgin) e la pubblicazione del primo, promettente album Faces Down è storia relativamente recente, ma è con Two way monologue, appena pubblicato, che Sondre Lerche può ambire seriamente alle vette più alte della pop music. Nel senso più nobile, s’intende.

Scritto e registrato tra il 1999 e il 2000 (ma pubblicato su larga scala solo nel 2002) da un Sondre appena diciassettenne (!), Faces down è all’apparenza un disco Indie Pop senza troppe pretese. Le dodici canzoni di questo esordio, tutte guidate da chitarra acustica o piano, presentano infatti una scrittura lineare, debitrice di un certo guitar pop di matrice britannica, rievocato soprattutto da una prepotente vena melodica.
E, in virtù di questa classica, beatlesiana propensione verso il “bello”, il primo nome che viene in mente è quello di Elliott Smith, sia per gli episodi più folk che per quelli dalle architetture armoniche più ambiziose; al confronto, la musica di Lerche risulta senz’altro meno malinconica, sicuramente priva di quel lato “oscuro” di Smith che, da lì a poco, si sarebbe tragicamente palesato.
In ogni caso, il pop di questo debut album è meno rutilante e frizzante rispetto alla successiva prova discografica, anche se elementi come orchestrazioni lounge pop alla Bacharach (Dead Passengers, Virtue and wine), classiche progressioni di accordi (i deliziosi due minuti e mezzo di Suffused with love), guizzi indie (la fuzz guitar di All luck ran out) e un uso misurato e mai autocompiacente della voce (Side two, mirabile esempio di come dovrebbe suonare un falsetto alla Thom Yorke senza essere stucchevole) ci mostrano un Sondre già a suo agio, sicuro dei propri mezzi espressivi e compositivi.
Andando più a fondo, ci si accorge che Sleep on needles, tra una strizzatina d’occhio al passato e una al presente, è un singolo perfetto, semplicemente impeccabile; Mother Nature, squisito duetto con l’amica Leslie Ahern, è puro vaudeville di scuola Macca; se non bastasse, Things you call fate è la classica ciliegina sulla torta: un giro armonico tra i più “classici” ed efficaci per una splendida ballata “pop” di quasi dieci minuti, venata di psichedelica e di sapienti cambi d’accordi sullo stesso tema melodico. Chi oserebbe chiedere tanto a un disco di esordio? (7.0/10)

Un tocco di classe riassunto in un riff che si libra in piccole improvvisazioni jazz, una seconda chitarra che s'aggiunge tintinnando come ghiaccio in un bicchiere di Martini, un pubblico spaiato che nell'attesa chiacchiera in sottofondo; infine, una sezione d'archi che colora quell'intimità d'oro e velluto bordeau. Che i Tindersticks avrebbero gradito questa introduzione c’è da metterci la mano sul fuoco, eppure, al calar del sipario, a sostituire l'equino vocalizzo di Stuart Staples vi è un interprete assai diverso.
I riflettori di questo show sono per Sondre, un ragazzo dagli occhi blu, esile come la voce che interpreta: una strofa in punta di piedi e l'ironia nascosta dietro un sorriso ammiccato. Attraverso dodici quadretti disarmanti per freschezza compositiva e vivacità dell'esecuzione, Two Way Monologue si ascolta e si fischietta che è un piacere. Eccola qua, l'essenza di quest'album: meraviglie di un'orchestrina che, dal rétro esotico degli anni '60 (On The Tower), dalle colonne sonore dell'epoca (Days That Are Over), inizia a girare come una trottola assorbendo tutto ciò che possa esser coperto di caramella all'arancia. Dalle venature ska della title track (ottima pop song orchestrale che, da una semplice quanto efficace melodia, si apre a una trama fluida e multiforme; irresistibile anche il videoclip) a Bacharach (Love You), dai Beatles in falsetto lennoniani al country dei Byrds (Stupid Memory), dalla fusion cosmica (It's Too Late) alla california dei Buffalo Springfield (It's our Job) fino al sound Tin Pan Alley natalizio (Wet Ground, con uno stupefacente arrangiamento a cappella).
Interprete favoloso, cresciuto rispetto all'esordio, abile nel bilanciare le strutture armoniche smaltandole di melodie dai diversi stili (confidenziale, trasognato, sbarazzino) Lerche sbaraglia ogni dubbio sulla freschezza perduta dei tempi che corrono. Two way monologue è un’enciclopedia del pop. Come un bicchiere di buon champagne: leggero, ma con spessore. (7.2/10)

Ben ritrovati, cari ascoltatori, sulle frequenze di Radio SentireAscoltare.
Ospite speciale, questa sera per il nostro consueto appuntamento con “It’s All That Jazz”, Sondre Lerche, in diretta dai Duper Studio di Bergen, Norvegia, che ci presenterà il suo ultimo lavoro Duper Sessions, accompagnato dal Faces Down Quartet.
Messo da parte lo spirito rock che animavano i precedenti Faces Down e Two Way Monologue, il giovane cantautore non ha però abbandonato l’ispirata vena pop che da sempre lo contraddistingue e che lo ha fatto conoscere al grande pubblico. Tuttavia, in questa occasione, sceglie di declinarla al jazz, di cimentarsi nell’arte romantica e di gran classe degli anni Cinquanta, fatta di orchestre, di lussuose sale da ballo, di vestiti da sera e smoking e sigari, e, naturalmente, di tanto, tanto swing. Quello di maestri come Cole Porter (Night And Day in solitaria chitarra), Duke Ellington (l’upbeat di Everyone’s Rooting For You) o Louis Armstrong che incontra Elvis Costello (una Human Hands da Imperial Bedroom a cui manca solo la tromba di Satchmo). La sua voce suadente e cristallina scala perfette melodie pop in falsetto, per scendere poi nell’intimo di un caldo crooning, senza incontrare ostacoli, dimostrando una volta di più la maturità, compositiva e interpretativa, raggiunta. Sembra proprio che Lerche sia nato per fare questo mestiere e con Duper Session supera la fatidica terza prova con smagliante successo.
Ma ora basta parlare e diamo spazio alle note, lasciamo che siano loro stesse ad esperirsi e noi a goderne. Da Bergen, Sondre Lerche And The Faces Down Quartet.
Questo è “It’s All That Jazz” e noi siamo sempre su SentireAscoltare.
Buon ascolto. (7.0/10)

La naturalezza con cui l’ormai ventiquattrenne Sondre Lerche declina il vocabolario pop non finirà mai di stupirci. Il quarto disco Phantom Punch prodotto dal veterano Tony Hoffer (Beck, Belle and Sebastian, Air) segna il ritorno per il songwriter norvegese a sonorità più aggressive, dopo la parentesi jazz-lounge concessasi con Duper Sessions l’anno scorso. Una naturale maturazione artistica e il carattere onnivoro del Nostro fanno sì che il suo percorso si snodi naturalmente, tra pop, jazz e canzone d’autore.
Indie e guitar pop formano l’ossatura di quest’ultimo album, a cui si unisce il consueto appeal melodico di derivazione classica, con echi del primo Costello più aggressivo - a cui il Nostro, in più di un’intervista, rivela di essersi ispirato per il disco, sin da quando era stato con lui in tour - ; così a pezzi più pub-rock che rimandano all’Elvis degli esordi (The Tape) fanno eco song che sembrano uscite da Two Way Monologue (Tragic Mirror, ballad mccartiana e la melodia irresistibile di John Let Me Go), tra echi Pavement-iani (Face The Blood) e rimandi a Beck (Well Well Well) ed Elliott Smith (After All). Ancora influenze 80’s, nel chitarrismo di She’s Fantastic,con ritmiche frastagliate XTC, per concludere con il guitar-psych dell’ipnotica Happy Birthday Girl, che rimanda al Buckley (Jeff) più ombroso.
Sondre continua quindi a rimescolare le sue carte, rivelando nuovi assi da giocare. Con la consueta classe, tra citazionismi e leggerezza, ironia e apparente semplicità. Ancora una volta, doti che appartengono a pochi. (7.1/10)