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Introduzione
Critica
Webografia

Soft Pink Truth

di ©2005 Edoardo Bridda
Ballare il dark-core con le mosse di un ballerino di Vogue, riesumare lo Studio 54-style e popolarlo di ballerini di funk androidi, giocare a flipper con la cultura dance dei club gay, rileggere l'hardcore a suon di sincopi electro. Ecco di cosa è capace Drew Daniel in libera licenza dai Matmos
Foto: Drew Daniel

Voguing past dark-core – Un’introduzione alla soffice verità rosa

di ©2005 Edoardo Bridda

Con malizia, nonché con quel tipico ghigno sornione di chi tira la frecciatina convinto di far ridere, potremmo definire Soft Pink Truth come la versione disco-gay dei Matmos: maculata la tappezzeria sonora di tanti brani, molto glamour l'amalgama electro, funky e errebì, svariati i remember attraverso campioni di dischi anni settanta e ottanta e poi, soprattutto, bizzarra la ragione sociale: soffice verità rosa, marchio che è già un coming-out inequivocabile.
Se poi aggiungiamo dj/vj set con tanto di video proiezioni omofetish e soft-porno per soli maschi, l'ipotesi lascia spazio all'assoluta certezza: Drew Daniel, l'altra metà del famoso gruppo sanfranciscoano, è gay, e gaia è la sua musica.
Eppure se tutto ciò è vero, verissimo, e risponde a una sofisticata provocazione politica di chi con Bush al potere non si sente ben rappresentato, altrettanto significativo è che questo scoppiettante e sincopato mondo di immagini e suoni è ben di più di una ridicola baracconata in salsa digital-tronica.
Battezzato nel 2001 con l'EP Soft Pink Missy, il progetto nato per scommessa tra l'artista e Matthew Herbert (musicista in proprio e con una Big Band, produttore e proprietario dell'etichetta Soundlike) come divagazione House-music del sound dei Matmos, ha finito per rappresentare una maniera intelligente di giocare con (e sopra) alcuni generi musicali che nel corso degli ultimi trent'anni il popolo omosessuale ha fatto propri. E se è vero che sottocultura gay ha sottratto gli aspetti più macho dalle grinfie della cultura dominante americana leggendoci - e svelandoci - i segni del grottesco, del buffo e del comico, così Drew Daniel riprende il discorso dall'angolatura dell'intellettuale a-ideologico e frullatutto, del musicista elettronico, del Pinball Wizard (mago del flipper) che utilizza i suoi potenti mezzi chirurgici per modellare un patchwork di suoni e di rimandi.
Una macchina del tempo impazzita dunque, nelle mani di un deus ex machina che conosce bene gli anfratti della cultura popular mettendoli in uno streaming warhol-iano veloce e imprevedibile, tridimensionale con un sound più vicino a Kid 606 e soprattutto Blevin Blectum di quanto i Matmos siano mai stati.
Dalle voci funky alle zampe d'elefante, dal breakbeat dei rapper alle collanone d'oro al petto, dal dance-floor punk a quello house, dai Kraftwerk a Priscilla, dal synth pop all'odierno glitch fino all'Edoardo Vianello di "Guarda come dondolo", gli spari western, le bordate di vecchi synth analogici, tutto è catchy (attraente, accattivante) e (quasi) mai banale.
La Soft Pink Truth si balla soltanto apparentemente, vince la scommessa per cui è nata ma va oltre. Tanto che il progetto, prendendo le mosse da alcuni espedienti sonici dei Mouse On Mars (l'EP Soft Pink Missy), approda ritto e sparato alla rivisitazione di brani punk e hardcore in chiave electro. Un modo per evidenziarne i testi, una scusa per mettere a confronto le due scuole principali (la californiana e quella anglosassone) e certamente, un modo per appropriarsi del linguaggio punk in un momento storico in cui anche la comunità omosessuale ne ha bisogno.

Copertina: Do You Party? (Soundslike, /Wide 2002-3)
01 Everybody's Soft
02 Gender Studies
03 Promofunk
04 Make Up
05 Coat Check
06 Soft On Crime
07 For Satie
08 Soft Pink Missy
09 Big Booty Bitches
10 Over You (No Love)
11 I Want to Thank You

Do You Party? (Soundslike, /Wide 2002-3)

di ©2005 Edoardo Bridda

Anticipato dagli EP Soft Pink Missy e Promofunk (contenenti brani riproposti in questa sede), Do You Party? è il primo frutto della scommessa fatta con Matthew Herbert. L'etichetta è la Soundlike di proprietà dello stesso produttore (e anche ottimo musicista con la sua Big Band), e il risultato sono 11 tracce ibride che prendono il piglio dall'ipercinetico carosello Mouse On Mars per foderarsi di spezie come riff di vecchi synth analogici, voci soulful e tanti ritmi tra house, funk, glitch e R&B.
Qualcuno le ha descritte come un incrocio tra Prince, Timbaland e Akufen e sicuramente i riferimenti messi in gioco vanno anche in queste direzioni; tuttavia è lo humor dei Matmos e il flipper sonoro della Blectum a dominare il patchwork da un punto di vista tecnico (utilizzeranno tutti il Cubase?).
Ed è proprio l'ex delle Blectum From Blechdom a cantare in uno dei brani migliori del lotto - la torrida Make Up - che tra breakbeat, bassi da ghetto e synth rubati alla prima produzione acid house, sfodera un tipico canto robotico à la Max Headroom su testi che ironizzano su alcune frasi fatte delle donne che frequentano i club ("Highline / See What You Made Me Do / Maskara / I Wanna Look Good For You / Green / Blue / Purple / I Wanna Make Good For You / Smoke a Sigarette? I'm Not Ready Yet").
Da altre parti è l'house a farla da padrone sia in veste relaxing (il 4/4 di Coat Check tra remember Movida di Jesolo '93 e piccoli riff sbarazzini colati nella febbre fagocitante del laptop), sia in quella più tirata (Soft On Crime, Over You), come non manca un certo piglio atmosferico (la cinematica For Satie, la thrilling Soft Pink Missy nello di stile Murcof) e cartoon-esque. Daniel dà comunque il meglio di sé quando si prende gioco degli usi e costumi dei rapper e della cultura hip-hop, che qui viene ottimamente decostruita in Big Booty Bitches (ovvero "grasse puttane con gli stivali").

I modi di apprezzare e di ascoltare Do You Party? sono quindi molteplici e comunque, da qualsiasi angolatura le si guardi, sia come sia, queste tracce, nella loro straripante ricchezza sampledelica, sono buoni esempi di un prodotto che non martoria l'ascoltatore (come quelle di un Lesser) e nemmeno gli fa girare la testa (come quelle di Kid 606) …oddio un pochino sì, il giusto però. (7.0/10)

Copertina: Do you want new wave or do you want pink truth? (Soundslike / Wide, 2004)
01. Kitchen (L.Voag)
02. Do They Owe Us A Living? (Crass)
03. In School (Die Kreuzen)
04. Media Friends / Vampire State Building (Rudimentary Peni)
05. I Owe It To the Girls (Teddy & the Frat Girls)
06. Out of Step (Minor Threat)
07. Real Shocks - dub (The Swell Maps)
08. Confession (Nervous Gender)
09. Homo-Sexual (The Angry Saomoans)
10. Looking Back (Carol Channing)

Do you want new wave or do you want pink truth? (Soundslike / Wide, 2004)

di ©2005 Edoardo Bridda

Dopo il grande successo dell'album Civil War (sotto la ragione sociale di Matmos con Martin C. Schmidt) Drew Daniel, presosi una pausa dal suo Ph.D. all’università di Berkeley, indossa nuovamente il boa di struzzo rosa per sfoderare un album a nome Soft Pink Truth. L'idea è interessante: reinterpretare alcune chicche dell'hardcore e del punk in chiave (hard) electro-pop esaltandone le declamazioni. Rispetto al precedente Do You Party? i sapori sono maggiormente anni '80 e ritmi più serrati, minori gli interventi "frullatore" (quello che hanno reso famosa la scuola di S. Francisco Kid, Lesser, Blevin e gli stessi Matmos…), a tutto vantaggio delle numerose sincopi di basso e delle innumerevoli modulazioni delle frequenze più profonde (leggi alla voce Roland 303).
Tra gli ospiti del disco, vecchie conoscenze e amicizie come Dani Siciliano, Blevin Blectum (a prestare l’ugola nella buonissima Confession dei Nervous Gender - Marylin Manson in un club techno di Bruxelles con un pizzico d'ironia -, e nella scarsina I Owe It To the Girls di Teddy & The Frat Girls), Vickie Bennet (a cantare la cover Do They Owe Us A Livin? dei Crass, uno dei brani migliori che tuttavia ruba spudorato il riff di Flat Beat di Mr Oizo - ricordate la pubblicità della Levis con il pupazzo giallo?) e Jeremy Scott (a cimentarsi nel gotico medley di Media Friend e Vampire State Building dei Rudimentary Peni); Drew Daniel in persona declama infine nella mesta Kitchen di L.Voag degli Homosexuals (con spruzzi di cowbells amati dai DFA). Sufficienti infine Out of step dei Minor Threat - liquami acidi e interventi chic - e Real Shocks dei Swell Maps con basi P-Funk - dub giamaicano e voci circolari -.

Anche questa volta la critica si è sbizzarrita nelle definizioni e, tra le tante, quella di Time Out è stata sicuramente la più divertente. La popolare rivista ha definito quest'album "Voguing past dark-core, Studio 54-style disco, filtered house, robo-funk and twitchy two-step on his way to radical real-deal cool". Dietro a tutte queste etichette si nasconde un prodotto un po' autoreferenziale (non tutti i brani sono come l’ottima cover Do They Owe Us A Livin?) ma godibile e, a quel che dicono i dj, anche ballabile per cui… (6.3/10)