Luci e ombre di Bill Callahan, cantautore per eccellenza del movimento lo-fi. Dai capolavori ‘casalinghi’ di no-folk rock fino all’ammorbidimento crepuscolare delle più recenti uscite, in un’armoniosa caduta verso un’alternative music oggi politically correct.

È nella natura delle cose: del mal di vivere, in una maniera o nell’altra, prima o poi ci si libera. E quando si scende a patti con le proprie fobie, con quel dolore che credevamo inestirpabile e che soffocava l’anima spremendone fuori sensazioni malsane e contagiose, beh, è quasi impossibile tornare indietro. Per questo (ma certamente anche per altro) oggi Smog non ha più ragione d’esistere e tocca apprezzare mestamente l’onestà del suo assassino, il cantautore statunitense Bill Callahan. La sua estetica durante i primi anni ‘90 e per quasi tutto il decennio ruotò attorno all’implacabile evocazione di un microcosmo sgangherato e approssimativo, dominato dalla volontà di suonare spontaneo, ‘vero’. Grazie a un songwriting elementare ma efficace e all’originale reinterpretazione delle più alte istanze del pop alternativo, oggi possiamo crogiolarci con le atmosfere claustrofobiche contenute in una discografia nutrita e stimolante, capace purtroppo di rivelare tra le righe una verità che vale per tutte le anime sottili: niente dura per sempre.
Bill nasce nel 1969 nell’anonima Silver Spring (Maryland, U.S.A.). Praticamente nulle le informazioni sulla sua vita privata così come discrete saranno le strategie della carriera musicale: pochi concerti, pochissime interviste, scarsa promozione, spartane e mai chiassose le vesti grafiche degli album e i pochi videoclip (si vedano I Feel Like The Mother Of The World o Rock Bottom Riser). Eppure in questa ritrosia complessiva, in questa abilità di negazione risiede gran parte del fascino di un artista sì introverso, ma non criptico. La sostanza è subito esposta con schiettezza nelle prime prove autoprodotte. Inutile giocare all’archeologia storico-musicale dissezionando le cassette dei tardi anni ‘80 (Macrame Gunplay, Cow…); l’esordio ufficiale è con Sewn To The Sky (inizialmente per la propria Disaster Rec, poi acquisito dalla lungimirante Drag City nel 1990), raccolta disordinata di acquerelli espressionisti prevalentemente strumentali. Per i ghiottoni dell’allora nascente movimento lo-fi questo è uno scrigno inestimabile: c’è l’estetica beefheartiana scarnificata da qualsiasi ironia (Souped Up II) e una passione per il collage pasticcione, il rumore incontrollato, la saturazione (Puritan Work Ethic) da far pensare allo scherzo. Là dove Beck lavora di cesello seguendo l’esempio dello Zappa di Lumpy Gravy, Smog si avventa scriteriato e nichilista (differenza sostanziale per spiegare la distanza tra i due). Forgotten Foundation (Drag City / Wide, 1992) si espande verso il cantautorato barrettiano con imberbe noncuranza, pur mantenendo alti i bassissimi standard sonori. I 22 schizzi registrati raccontano un mondo in bianco e nero dov’è possibile rintracciare echi del blues texano anni ‘20, paragoni futuri con l’autoindulgenza di Daniel Johnston e performance elettriche (condite da qualche trucchetto meravigliosamente naïf) tanto imprecise quanto viscerali. Ma Smog non è il pur geniale Jandek e, per nulla intenzionato a suonare e lasciare che sia, nel 1993 partorisce un capolavoro di coesione e obliqua bell
ezza:: Julius Caesar (Drag City / Wide, 1993). Il numero dei pezzi scende. I dettagli sono tutti a fuoco. La qualità delle composizioni (al solito elementare, ma non troppo) registra un passo in avanti. I testi bizzarri ma opportuni: “La maggior parte delle mie fantasie/ riguarda l’essere di qualche utilità/ (…) come una candela, un cavatappi” (da To Be Of Use). Sovraincisioni e strategie compiono il piccolo miracolo. Chosen One verrà riproposta dai Flaming Lips. Strawberry Rash aggiunge qualcosa alla psichedelia dei primi Red Crayola. I Am Star Wars! insozza un funky bianco e complica il tutto campionando segmenti di Start Me Up e Honky Tonk Women degli Stones. Il resto è indolenza, intuizione e abulica creatività. L’EP Burning Kingdom (Drag City, 1994) inasprisce le composizioni con una sensibilità per archi minimale e ipnotica. Ottimo il rock distorto My Shell e la ballata del non ritorno Renè Died 1:45. 20 minuti di rassegnazione esistenziale a cavallo tra Nick Drake e Nick Cave (periodo The Boatman’s Call). Wild Love (Drag City / Wide, 1995), da molti considerato masterpiece della maturità, è più semplicemente il primo prudente tentativo di mettere ordine nella poetica del nostro. Bathysphere figura come l’ennesima hit mancata, per classifica indie. La titletrack, Bathroom Floor, The Candle vantano idee di prim’ordine ma, nell’esercizio di
confezionare un prodotto tecnicamente inattaccabile, qualcosa si perde lungo il cammino. Per i nostalgici del primo periodo il contentino ha nome The Emperor. L’EP Kicking A Couple Around (Drag City / Wide, 1996) ribadisce l’evanescenza di un sound tutto bisbigli (I Break Horses). The Doctor Came At Dawn (Drag City / Wide, 1996) elargisce statiche miniature intimiste (You Moved In, All Your Women Things) o uscite acustiche suonate con goffa compiacenza. Il gioco è quasi sempre lo stesso: un giro di accordi più o meno sconsolati attorno ai quali è fatto accadere qualcosa. La voce monocorde di Smog appone il marchio di fabbrica. Red Apple Falls (Drag City / Wide, 1997) invece stupisce con una raccolta di pezzi melodici e disperati, summa di un cantautorato acustico che attinge nelle atmosfere lacrimose del country tradizionale quanto nella sregolatezza del migliore indie americano e non. Morning Paper in apertura (la sua Pink Moon) e Finer Days in chiusura (la sua Horn) evocano con successo lo spirito di Drake. Blood Red Bird rischia e trionfa con un arrangiamento di sola batteria e chitarra elettrica. I Was A Stranger contiene la sconsolatezza universale del migliore Neil Young. Knock Knock (Drag City / Wide, 1999), come il precedente, segnala lo zampino di Jim O’Rourke il tuttofare. Nel complesso si respira una compostezza che regala scampoli rock à la Lou Reed che ‘neanche Lou Reed’ (Held, No Dancing) e rarefatte situazioni pop ormai ridotte a un timido sospiro (Left Only With Love).

Il nuovo millennio si apre con The Mantra Rays Of Time (Drag City / Wide, 2000), EP elegante e sperimentale, forse superiore all’album Dongs Of Sevotion (Drag City / Wide, 2000) del quale si segnala solo la presenza (neanche fondamentale) di John McEntire (Gastr Del Sol e Tortoise) e l’efficace rock da camera Dress Sexy At My Funeral (tormentone mancato per le generazioni post-grunge). La versione EP di Strayed (Drag City / Wide, 2000) ripesca per i fan della prima ora la cassetta Cow. L’EP live Neath The Puke Tree qualitativamente non aggiunge nulla
al già detto. Rain On Lens (Domino, 2001) è opera di un professionista dello spleen nell’esercizio del mestiere. Song è granito e groove invidiabile. Natural Decline gioca sapientemente con minimalismo e pop notturno. In Live As Someone Is Always Watching You la voce di Callahan si tinge finalmente di uno spessore baritonale che sarà la sua salvezza negli anni a venire. Nel 2001 partecipa a un supergruppo formato da artisti della Drag City nell’interessante Tramps, Traitors & Little Devils. Il risultato è una serie di session piacevoli e mai banali con picchi nei momenti Zero Degrees e The Girl On The Billboard. Accumulation: None (Drag City / Wide, 2002) pesca tra 7’’, 12’’ ed EP materiale eterogeneo e prezioso. Supper (Drag City / Wide, 2003) può considerarsi l’album di un cantautore americano in bilico tra tradizione e stravaganza. Feather By Feather è uno dei pezzi migliori di questo secondo periodo, un country valzer che sarebbe piaciuto a Hank Williams. Gli episodi più delicati (Truth Serum, Driving) si avvalgono delle sottolineature vocali di Sarabeth Tucek. Magiche e irripetibili Vessel In Vain (prelevata per il thriller Dead Man’s Shoes di Shane Meadows) e Our Anniversary. Nel 2004 l’artista pubblica tre raccolte di disegni: Women, The Death’s Head Drawings e Ballerina Scratchpad, a testimonianza di un talento visivo e visionario ben
manifesto nelle copertine di gran parte dei suoi album. A River Ain’t Too Much To Love (Drag City / Wide, 2005) amplifica il sogno ovattato esposto negli episodi più intimisti di Supper confermandosi cuscino acustico sul quale adagiarsi per un sonno appena scomposto. Say Valley Never, Rock Bottom Riser, Drinking At The Dam cantano sentimenti tenui, pallidi di una stanchezza fisica più che di poetica languidità. Di tanto in tanto (The Well, Let Me See The Colts) piovono un paio di bucoliche sferzate. L’ispirazione si risolleva dalle polveri nell’impalpabile In The Pines, ma complessivamente si scorre con lentezza.
Alla luce delle più recenti piccole/grandi conferme (perfino l’inclusione di Cold Blooded Old Times da Knock Knock nella colonna sonora del successo da cassetta Alta Fedeltà di Stephen Frears), good ol’ Bill prosegue il suo cammino dalla pacifica ma frizzante Austin (Texas) in una sorta di morbida indolenza, imbronciato più che ombroso, ristorato all’idea che il suo modus abbia finalmente raggiunto standard politicamente corretti.
C’è questa sgradevole sensazione che negli States le elezioni saranno truccate e che i repubblicani vinceranno di nuovo. Il tuo voto, praticamente, non conta nulla. È come essere sposato a una persona che detesti e che non ti concede il divorzio.
Quella che crede di dover dimostrare qualcosa agli altri. Tranne i pugili. Mi piacciono quelli che combattono per davvero e che devono dimostrare qualcosa al proprio avversario.
Mi sa che ci sono riuscito con Sycamore. È la canzone del mio ultimo album che tutti preferiscono e quando la suono in giro pare sia apprezzata all’unanimità. Non era mai successo.
Posso solo osservare la montagna e darne testimonianza.
Beh, non puoi sconfiggere il ‘brutto’. È come tentar di debellare le droghe, bisogna farsene una ragione.
Nessuno riesce a essere tanto autobiografico; solo la vita vera lo è. Facendo ‘accadere’ qualcosa in una canzone dai la possibilità all’ascoltatore di identificarsi con il dolore, il mistero, la gravosità ecc. che essa contiene.

Forse John Lee Hooker ma è tanto che non l’ascolto. Un paio di giorni fa mi hanno passato un album di Lightnin’ Hopkins e c’è una canzone della quale voglio registrare una mia versione.
I miei preferiti sono Merle Haggard e Dolly Parton.
Mi limito a scrivere canzoni. Non posso esprimere un giudizio in merito al mio songwriting.
Dipende a che età ti riferisci. Quando ero piccolo c’era sempre qualcosa che mi preoccupava un po’. Nella mia testa avvertivo costantemente qualcosa di sbagliato e pregavo “Se solo questa cosa fosse irreale, se non l’avvertissi, allora sarebbe tutto perfetto”. Mi piacevano quelle piccole emozioni che ti davano la sensazione di aver combinato qualcosa di temerario. In casa ero solito saltare su una sedia, farla barcollare fino a quando perdevamo l’equilibrio; simulavo di trovarmi in bilico su di una gola abissale.
È un grande Stato. Naturalmente non è possibile fare di ogni erba un fascio; in fondo ‘Texas’ è solo un nome che abbiamo attribuito a un posto. Però è innegabile che le cose appaiono diverse qui nel sud-est degli States. Il terreno è diverso, persino gli alberi sembrano crescere in maniera diversa e l’aria, anche quella, ha un profumo unico.
Sì, è possibile. Oserei dire che una passione dominante fonde tutti gli album in un’unica opera che, considerata nella sua totalità, è quanto di più vicino alla mia visione di ‘Sacre Scritture’. È come un ronzio costante che mi rapisce affinché io lo renda manifesto attraverso un’incisione musicale.
I miei pensieri sono ricchi di animali. Quando chiudo gli occhi riesco a vedere una specie di landa desolata e poi durante il risveglio questa terra sinistra è come se si avventasse improvvisamente sull’umanità.
È tanto che non ho un mio album favorito. Una volta ce ne possono essere stati ma adesso non li ascolto più. Tranne Cat Stevens… continuo ad ascoltare Cat Stevens.
Non so se mi dispiaccia Mistrial. Diciamo comunque che sono 10 - 15 anni che non lo prendo in mano. Non ho ascoltato con attenzione le ultime cose di Reed ma quel poco che ho sentito era buono. La sua carriera solista è ammirabile. The Raven e quel genere di cose; non puoi criticarle.
Ci sono un paio di cose che mi angosciano, quando ci ripenso. Ma non credo si tratti di nulla di catastrofico.
Se c’è un messaggio è rivolto principalmente a me stesso. È una specie di promemoria per ricordarmi di mantenere un nuovo approccio con il lavoro. Come ‘Smog’ ero solito controllare ogni aspetto di un album: la produzione, gli arrangiamenti, i musicisti, la grafica. Da adesso in avanti mi concentrerò solo su alcuni aspetti ossia la voce, i testi e la chitarra d’accompagnamento. Voglio delegare il resto a produttori, tecnici del suono ecc.. In questo modo credo di potermi spingere in luoghi nei quali non sarei mai riuscito ad arrivare come Smog. Abbandonare il modus che mi aveva contraddistinto si è rivelato un processo in salita ma ci sto lavorando tenacemente.
Non ricordo nulla dei ‘90.
Vestiti comodi ma con un certo stile e qualche carezza da mio figlio / dai miei figli. E spero che mia moglie guardandomi pensi a me come al “Caro vecchio Bill”.
No, perchè dovrebbe abbandonarmi proprio ora?! Sarebbe davvero troppo strano; se avessi al mio attivo solo un paio di album potrei ipotizzarne la possibilità. Ma ne ho fatti un sacco e continuo a migliorare. Sono un pozzo senza fondo io.
Solo nell’Europa occidentale.
Stavo concentrandomi sui miei appetiti. Intendo dire: ti mettono al mondo, giusto? Ti guardi attorno; sei il nuovo arrivato in città, ecco come ti senti. Stavo dando troppo di me stesso, mi sa che ero sin troppo fiducioso. Quell’album è imperniato attorno a pensieri notturni e a situazioni vissute in sogno. Morning Paper, la canzone d’apertura, è ispirata da un mio amico che non riusciva ad addormentarsi prima di aver sentito il tonfo del quotidiano sul gradino della porta d’ingresso. Se ne stava sveglio tutta la notte e quando finalmente passavano a consegnargli il giornale poteva addormentarsi. Qualche volta ho dormito da lui e sapendo di questa situazione mi procuravo un vecchio giornale, lo sbattevo contro l’atrio di casa così lui poteva concedersi un po’ di sonno. Red Apples invece descrive un sogno. Verso la fine dell’album quello stato onirico viene interrotto e irrompi dall’altra parte.
Se dovessi averne uno sarebbe quello del cielo. E anche il verde delle olive.
Mi piacciono i cani e le capre.
Il cibo indiano sul genere del Saag Paneer.
Prediligo tutto quello che sta al di fuori dell’essere un artista.

La mutazione è compiuta. Smog non ha più motivo di essere: Bill Callahan l’ha fagocitato in nome di una pericolosa maturità artistica. D’altronde il nuovo millennio ci aveva già introdotti a un cambiamento se non drastico almeno sostanziale (nell’approccio più che nei contenuti) con gli episodi Supper e A River Ain’t Too Much To Love. Inutile sperare in sprazzi obliqui còlti da un passato neanche così lontano; Bill ha scelto la comodità del formato pop intimista e, ci mancherebbe, intende percorrerla pagandone pure lo scotto.
Certo, non suonerà mai celebre o rassicurante alla stregua di un James Taylor (il nostro viene pur sempre dai tempi dell’indie che conta e del modus lo-fi); ma il country-folk-pop sempre più da camera (anzi da cameretta) cantato soavemente in From The Rivers To The Oceans o The Wheel è intruglio ormai più indicato agli appassionati di Willie Nelson che a quelli di certa alternatività acustica alla Barrett o alla ‘Skip’ Spence. Bella Sycamore, quasi un ‘classico’ giocato con il vocabolario universale della natura e delle sue metafore e, al solito, ricavata da quella manciata di accordi reediani (questa volta è toccato a Satellite Of Love) buoni per ogni rilettura. Gli arrangiamenti di Neil Hagerty (Royal Trux) non fanno la differenza. Deani Pugh-Flemmings non conferma il pathos discreto che la voce femminile ha finito con l’assumere nell’ultima produzione di Callahan.
Il violino di Elizabeth Warren rischia appena più di quello suonato durante un lento qualsiasi in un qualsiasi honky tonk. Noia nei paragrafi Day, Honeymoon Child e nel singolo (brillante, ma solo nell’andamento) Diamond Dancer. Night concede scampoli del solito/solido romanticismo rarefatto del quale faremo bene ad accontentarci. A concludere il sound del primo Johnny Cash in A Man Needs A Woman Or A Man To Be A Man, pervenuto da una Nashville mezza irradiata da un indolente sole pomeridiano. (6.7/10)
Davanti il microfono, a tracolla una Telecaster da accarezzare appena, sul viso un'espressione che non tradisce emozioni. Un Bob Dylan del '65 o anche un Lou Reed del 2008: impassibile, assorto nella musica, capace di descrivere con gli arpeggi della chitarra un tappeto di note quasi ipnotico. Dietro di lui la band, muta, con lo sguardo fisso sul leader, motore pensante di un suono che è feeling, prima di essere tecnica applicata allo strumento.
L'ultimo Bill Callahan non è più quell'artista obliquo e decentrato che stupiva ai tempi di Red Apples Falls o Knock Knock ma un crooner preparato, impostato, per certi versi convenzionale. Uno che senza troppe remore spiattella il country variegato di Woke On A Whaleheart assieme a pregevoli articoli delle passate stagioni, privando questi ultimi delle ombre irrequiete dell'età giovanile e donando loro passaporto e carta di identità. Una rilettura che è una sorta di revisione consapevole della propria arte, quasi a eliminare quella metà oscura che risponde al nome di Smog in favore di un equilibrio neo-borghese da quarantenne brizzolato. Come nel caso di Justice Aversion, orfana delle basi elettroniche e delle distorsioni acuminate della versione su disco, o di Cold Blooded Old Times, splendida nella sua semplicità ma forse un po' troppo canonica. Il cinismo delle origini lascia il posto alla cura, alle microvariazioni emotive, a un sentire che rimane comunque significativo e dolente. Una poesia sommessa e dalla spiccata eleganza formale che si esplicita nel pop tremolante di Sycamore, nel groove di Diamond Dancer, nelle aritmie di Bloodflow, nelle rifrazioni di TeenageSpaceship.
A pensarci bene è un po' come il Nick Cave di Nocturama, l'ultimo Bill Callahan: un artista di spessore, un ammiratore della forma canzone, un musicista traviato dal “metodo” e, forse, fin troppo rassicurante. Il che non dev'essere per forza un difetto, visto l'ottimo livello della musica.
