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Six By Seven

di AA.VV.
Tra cambi in corsa, defezioni, ammutinamenti e avversità di ogni genere, la storia degli inglesi Six By Seven si è progressivamente trasformata in una lotta per la sopravvivenza. Abbiamo voluto raccontarvela, analizzando la produzione più recente.
Foto: Six By Seven (2005

Fuoco Sotterraneo

di Antonio Puglia

C’era chi li dava ormai per spacciati, eppure i Six By Seven sono ancora in giro. Il combo di Nottingham guidato dal cantante e chitarrista Chris Olley ha attraversato negli ultimi tempi una serie di peripezie che lo ha portato dagli esordi promettenti ma tormentati di The Things We Make (1998, realizzato ben 7 anni dopo la nascita dalla band), attraverso i fasti di un capitolo riuscito come The Closer You Get (2000, riconosciuto in patria come uno dei migliori album alternative di quell’anno) a subire progressive menomazioni della formazione (prima il chitarrista Sam Hempton, poi il bassista Paul Douglas), fino a ridursi a trio (lo stesso frontman, il batterista Chris Davis e il tastierista James Flower). Concluso il sodalizio con la Beggars Banquet, per cui era uscito il deludente The Way I Feel Today (2002), il presente è all’insegna dell’indipendenza e dell’autoproduzione, con la costituzione di una propria label (la Saturday Night Sunday Morning) e la conseguente pubblicazione del quarto Lp in studio 04 (e di un relativo disco di outtakes, Left Luggage At The Peveril Hotel, pubblicato prima in esclusiva su Internet e poi commercializzato regolarmente), a cui segue a ruota libera nel maggio 2005 il nuovo di zecca Artists Cannibals Poets Thieves . Insomma, una ripartenza in piena regola, di cui però – purtroppo – continuano a non vedersi i frutti sperati: la band sembra condannata irrimediabilmente a una semi-clandestinità che, nel loro caso, diventa quasi elemento indispensabile e caratterizzante.
I Six By Seven sono solo uno dei tanti casi di band promettenti poi cadute nel dimenticatoio; forse più che in altri casi, proprio in considerazione del panorama attuale, la loro vicenda artistica può essere considerata a pieno titolo un vero e proprio paradigma della sconfitta, suffragato dal loro cronico e irrimediabile status di loser eccellenti o - per i più ingenui - di icone di un’etica che si pensa ormai in via di estinzione. Volendo essere onesti, la qualità media della loro produzione non è mai riuscita ad elevarsi significativamente al di sopra dagli standard di quel The Closer You Get, (disco godibilissimo e ricco di spunti, fatto però più di promesse che di sostanza vera e propria), senza lasciare in realtà un segno definitivo, finendo col dare – soltanto? – qualche scossone alla scena di inizio ’00. Forse alla fine quello che rende questi (ormai ex) ragazzi unici all’interno del loro contesto è proprio la caparbietà e l’onestà con cui continuano a fare la loro cosa, nonostante tutto e tutti, mantenendo una dignità e un’integrità artistica che oggigiorno, ammettiamolo, è cosa di pochi (specialmente in Gran Bretagna). Anche se dalla messe di materiale recentemente pubblicato emergono inconfutabili sintomi di vitalità artistica, non siamo ancora certo arrivati al disco definitivo, e forse a Chris Olley e compagni non è questo che interessa. Ciò che conta, probabilmente, è continuare ad avere l’ultima parola. Non è abbastanza?

Copertina: 04 (Saturday Night Sunday Morning, 2004)

Tornati ad essere una realtà puramente underground come ai tempi dei difficili esordi nel lontano 1991, con 04 i Six By Seven proseguono imperturbabili il loro percorso sotterraneo, rialzandosi dopo il passo falso di The Way I Feel Today. Se in quel disco la mancanza della chitarra del defezionario Sam Hempton (che aveva contraddistinto significativamente i primi lavori) aveva fatto virare il suono verso un songwriting melodico ma stucchevole e verso un wave-rock banalizzato e privo di mordente, qui quel vigore e quella personalità vengono parzialmente riacquistati, anche se la primordiale furia punk si stempera nei vortici delle tastiere, assolute protagoniste del disco insieme ai laptop.
Prodotto dall’ormai onnipresente Dave Fridmann, l’album è incentrato in prevalenza su un songwriting melodico che tende ad annegare in suggestioni psichedeliche e space-rock ( Spacemen 3 / Spiritualized e My Bloody Valentine sono influenze più che evidenti); tra momenti in cui la scrittura appare decisamente migliore rispetto al recente passato (su tutti l'apertura kraut di Untitled, o Some Times I feel Like e Leave Me Alone, che aggiornano i mantra dell’opera prima The Things We Make), fa capolino qualche caduta di tono ( Say That You Want Me, scialba pop song, o il 4/4 del singolo Bochum) e qualche episodio buono ma non sconvolgente (il mood sacrale di There’s a Ghost, il rock di Ocean e Catch The Rain). Sorprende piacevolmente la presenza di tre brani ambient ( Hours, Lude 1, Lude 2) che precisano ancora di più l’estetica dell’album e danno buoni segnali di vitalità artistica. (6.4/10)

Copertina: Left Luggage At The Peveril Hotel (Saturday Night Sunday Morning, 2004-5)

Le buone impressioni vengono confermate da Left Luggage At The Peveril Hotel, raccolta di outtakes e demo da 04 prima messa in vendita esclusivamente attraverso il sito della band e successivamente distribuita nei negozi. Accantonato ogni dubbio sul lato puramente commerciale di quest’operazione (nelle liner notes che accompagnano il cd Chris Olley è trasparente come l’acqua: “these songs were worthy of an album compilation.. and, besides, we need your cash...”), i dodici episodi “naufraghi” del lavoro ufficiale ci mostrano un gruppo in parte diverso, ma sostanzialmente uguale a sé stesso, anche se le sorprese non mancano. Dall’ascolto di queste tracce è evidente come la band abbia voluto dare coesione al quarto disco, lasciando fuori episodi che si discostavano dal mood space-rock al laptop di fondo (che qui ritroviamo comunque in My Own Haunted Life e ACremix); ecco quindi brani decisamente più rock e guitar-oriented, in cui i Nostri si muovono in territori forse a loro più congeniali, benché già ampiamente esplorati in precedenza (vedi Around, l'abrasiva Wallflower o What’s Wrong With Understanding, parente stretta di So Close da The Way I Feel Today). Ma è nella seconda metà del disco che si coglie – finalmente! - una verve che latitava da un po’ di tempo nella musica di Olley e soci: nelle movenze Primal Scream di Bring Down The Government, nell’indie pop (inedito per i Nostri) Pixies/Cure Dreaming Of A better Life, nello scarabocchio noise su una base Talking Heads (Memories Can’t Wait) di I’ll Take My Chances With You, nel gorgo spaziale in stile Dark Side Of The Moon (con tanto di sax voluttuoso alla Us And Them) diHere Comes The Sun, nelle scosse Neu! di Wasted ci sono i Six By Seven che potrebbero essere, ma che ancora non sono del tutto.
Non solo un prodotto per fan (come inizialmente era stato concepito), Left Luggage At The Peveril Hotel mostra da un lato quanto 04 fosse legato a una precisa estetica, dall’altro come i Six By Seven abbiano ancora un potenziale che, anche se talvolta finisce per girare a vuoto a causa di una scrittura non sempre all’altezza (Clouds e AC su tutte), aspetta ancora di sbocciare in pieno. In ogni caso, un’ulteriore conferma che i Six By Seven stanno rialzando la testa. (6.6/10)

Copertina: Artists Cannibals Poets Thieves (Saturday Night Sunday Morning, 2005)

Segno inequivocabile di questo andazzo è la fulminea realizzazione e pubblicazione di Artists Cannibals Poets Thieves (Saturday Night Sunday Morning, 23 Maggio 2005). Divertendosi a parafrasare la The Fly degli U2 nel titolo (every artist is a cannibal, every poet is a thief… come a voler confessare una delle palesi ispirazioni del sound dei Six By Seven), Olley consegna un lavoro sicuramente più rock - leggi: più ”suonato” - rispetto a ‘04, che conferma ancora una volta gli elementi caratteristici dello stile della band di Nottingham. Quello che spicca rispetto alla produzione immediatamente precedente è di certo una maggiore omogeneità, ma soprattutto una carica abrasiva che latitava da qualche tempo: Tonight (I wanna make it out)e Let’s Throw Some Mud At The Wall sono vere e proprie colate di lava, mentre All I Really Want From You Is Love, Stara Paris Rescued Me e You Know I Feel Alright Now mettono a fuoco intuizioni precedenti in direzione di un’identità più compatta, ovvero uno psych-rock venato di wave e benedetto da numi tutelari come Spiritualized, Neu!, Primal Scream e gli U2 e Bowie berlinesi. Resta comunque la sensazione che i Six By Seven si siano ormai accontentati (rassegnati?) di giocare in serie b. Preso atto di ciò, non resta (per chi volesse) che godere di una musica sicuramente sincera ma che il più delle volte finisce per girare a vuoto, retta principalmente dalla sua caparbia volontà di esistere, nonostante tutto. (6.5/10)

  • Ahoi Kaptain
  • Rising Early Makes The Road Long
  • I Hung A Stone Around Our Love
  • Plasma Reprise
  • Nothing Here Is Like It Seems
  • Airlock
  • Annie's Tune
  • The Rest Of My Life
  • Photographic Memories
  • Walking Drunk (With Murry Wilson)
  • The Anal Gunshot
  • So Long
  • Are You Recording Me?
  • Find A Way Back Home
  • All The Same
  • Untitled
  • Untitled

Twelve - Be Careful What You Don't Wish For (Cargo / Goodfellas, 9 maggio 2006)

di Manfredi Lamartina

Più lo ascolti e più ti fa male la testa. Perché, diciamoci la verità, i dischi – specie quelli indipendenti – difficilmente deragliano dalla fossa che si sono scavati con le canzoni. Sarà paura, pigrizia o consapevolezza dei propri limiti. Fatto sta che si comincia in un modo e si termina alla stessa maniera.

Chris Olley, invece, se ne frega bellamente di tutto ciò. L’ex Six By Seven tira fuori il suo secondo lavoro sotto lo pseudonimo di Twelve, buttando in pasto al mondo una raccolta quasi schizofrenica nel suo vagabondare tra le scintillanti vie della new wave, passando per i vicoli del post punk, le luci stroboscopiche della house e le brezze irlandesi della ballata pop targata U2. Stupore, quindi. E anche ammirazione. Perché il gusto della sfida dovrebbe essere il sale, l’ossigeno, l’essenza di chi fa musica. E dovrebbe essere anche la stella polare di chi le canzoni le ascolta soltanto, per orientarsi tra le continue tempeste oceaniche delle uscite discografiche.

Be Careful What You Don't Wish For è un album che fa su e giù. Dribbla generi e aspettative. E schiva soprattutto il rischio della dispersione delle idee in un progetto potenzialmente velleitario. Perché la tensione rimane alta, cosa non semplice quando il cronometro segna sullo schermo una prestazione sonora di un’ora e 10 minuti. Niente riempitivi. Tutta sostanza. C’è il post rock acustico di The Anal Gunshot, che come un mantra psichedelico si insinua nella mente e colpisce con forza. C’è il duetto sconsolato per pianoforte e armonica (una colonna sonora che cuce tenebre nell’aria circostante). Ci sono le raffinatezze mitteleuropee dell’elettronica Annie’s Tune. Certo, a volte si incappa in qualcosa di un po’ meno esaltante, come nel caso di Nothing Here Is Like It Seems (praticamente un lato b di Styrofoam) e della ballatona britpop So Long, che trasporta i furono Verve (grandezze e banalità comprese) oltre le colonne d’Ercole del nuovo millennio.

Al di là di questo, il menu è comunque molto – ma molto – più ricco e vario di quanto possa trasparire da queste righe. Soprattutto, si lascia ascoltare con piacere. E a tratti persino con sorpresa. Dargli una possibilità è un atto quasi dovuto. (7.0/10)

    Six By Seven
  • Nations
  • Radio Silence
  • Liberation
  • Push
  • World Army
  • Enemy
  • Diplomatique
  • War Nations
    Twelve - 03
  • Wolken
  • Escher
  • Traum
  • Zirkel
  • Mensch
  • Hoch
  • Rausch
  • Himmel
  • Ecken
  • Treppe

Six By Seven – If Symptoms Persist, Kill Your Doctor (Saturday Night Sunday Morning / Goodfellas, dicembre 2007)
Twelve – 03 (Saturday Night Sunday Morning / Goodfellas, 8 agosto 2007)

di Antonio Puglia

Non è dato sapere se i Six By Seven oggi sono la maggiore preoccupazione per Chris Olley; dopo il lancio del progetto electro-clash Fuck Me U.S.A. (in tandem con il tastierista James Flower), che è apparso perfino sul palco di Glastonbury la scorsa estate, il dubbio è lecito. Di fatto, non solo la vecchia band si è ricompattata, nonostante l’annunciato - e naturale…- scioglimento di due anni fa, per di più contando il ritorno clamoroso del figliol prodigo Sam Hempton (chitarrista noise che impresse a fuoco i primi due, ottimi e ad oggi insuperati – album, The Things We Make e The Closer You Get).

E’ inoltre uscito, anche se in sordina – as usual: è la dura via dell’indipendenza -, quello che è possibilmente il più sperimentale e “battagliero” - vedi i titoli - dei dischi del gruppo di Nottingham: otto lunghe tracce prevalentemente strumentali, molto trancey e psichedeliche, ricolme di drones alla Terry Riley (Nations), esplosioni shoegaze, ballad tecno-velvettiane (Radio Silence), ossessioni space-kraut alla Spiritualized e blues ambient apocalittici (World Army). Praticamente tutto come al solito, non fosse per un piccolo particolare: mancano il rock (dov’è mai finita la batteria?) e soprattutto il pop. Lo interpretiamo come un bel salto in avanti - o all’indietro, se preferite - rispetto alle deboli derive pseudo-easy-wave o finto-rock degli ultimi anni, e questo è senz’altro un bene. (6.7/10)

D’altronde che a Chris del rock ormai importi davvero poco lo si capisce anche dal terzo disco da lui pubblicato sotto il moniker Twelve, solo project che porta avanti ormai da qualche anno. 03 è un - affatto velato - tributo al kraut e alla kosmische musik, a partire dai titoli in tedesco; e immancabilmente tedesco suona il disco con la triade Cluster / Kraftwerk/ Neu ! a benedire dall’alto (sentite rispettivamente Traum, Escher, Wolken). Il risultato, ancor prima che pretenzioso - non possiamo accusare di ciò un musicista che mantiene uno dei profili più bassi dell’orbe terraqueo - è piuttosto noiosetto. (6.0/10)

 

 

    CD
  • Bochum (Light Up My Life)
  • For You
  • Iou Love
  • Catch The Rain
  • So Close
  • Candlelight
  • Ocean
  • Ready For You Now
  • New Year
  • One Easy Ship Away
  • Push
  • Always Waiting For…
  • “Untitled” (Ulrich Schnauss Remix)
  • Candlelight (Flaming Lips Remix)
  • Eat Junk Become Junk (2 Lone Swordsmen Remix)
  • Tonight (Dandy Warhols Remix)
  • Bochum (Bloc Party Remix)
    DVD
  • 88-92-96
  • Candlelight
  • For You
  • July August Winter New Year
  • Eat Junk Become Junk
  • Iou Love
  • Ready For You Now
  • Nowhere To Go But Home
  • Eat Junk
  • Become Junk (Live)
  • Sawn Off Metallica T-Shirt (Live)
  • Another Love Song (Live)
  • Sleep (Live)
  • Catch The Rain
  • Laundry Night - A Short Film By Stuart Allison

Six By Seven – Any Colour So Long As It’s Black (Saturday Night Sunday Morning, maggio 2008)

di Stefano Pifferi

Mastodonte celebrativo per i mille anni di onorata ed onorevole carriera degli inglesi Six By Seven. Any Color So Long As It’s Black è un CD compilativo di ottimo livello con aggiunto un DVD con chicche e chicchette varie. Andiamo per ordine. Il CD, pieno all’inverosimile, pesca un po’ qua e un po’ là nella ampia discografia dell’indefinibile quintetto di Nottingham, evidenziandone la plurisfaccettata proposta musicale e la capacità di sintesi di linguaggi musicali anche opposti. Drone-pop malato e ossessive dilatazioni shoegaze, kraut mutante e cosmic-rock, wave cerebrale e sensibilità pop a grana grossa, come dire Neu! e Spiritualized, U2 e Primal Scream, Jesus & Mary Chain e Spacemen 3. Ad arricchire un piatto già gustoso provvedono un recupero dalla discografia minore (una sognante e zuccherosa Always Waiting For… dall’ep Two And A Half Days…) e ben cinque remix ad opera di artisti talmente diversi tra di loro (Bloc Party, Two Lone Swordmen, Flaming Lips, ecc.) che non possono che sottolineare l’eclettismo della band inglese. Unica, vera e grande caratteristica del loro far musica.

Il DVD allegato è tutt’altro che un riempitivo perché contiene ben 9 video promozionali che, data la provenienza underground e fieramente indipendente dei Six By Seven, definire piuttosto rari è un eufemismo. Tra b/n dal taglio fortemente cinematografico e clip semi-amatoriali, i SBS mostrano di avere l’occhio clinico anche per l’accoppiata immagini/suoni con una certa predilezione per ambientazioni notturne e ambigue (I.O.U. Love). Il resto oscilla tra pezzi live (ben cinque tra cui la tiratissima Eat Junk Become Junk) in cui si può apprezzare il lato più selvaggio e diretto, e per concludere in bellezza, un bel cortometraggio di Stuart Allison musicato dal quintetto.

Insomma, non una raccolta stanca e di routine come nella maggior parte delle operazioni del genere, ma un ottimo viatico sia per neofiti che per fan sfegatati. (7.0/10)