Sir Richard Bishop è divenuto, nell'arco di quasi un decennio, un maestro nell'arte dell'improvvisazione “ per forme già stabilite”, Dopo esserlo stato - e continuare ad esserlo - dell'improvvisazione tout court in quella anomala, deviante ad ogni classificazione, creatura del deserto che ebbe nome Sun City Girls.

Sull'arte dell'improvvisazione molto è stato scritto. Fondamentale, però, rimane ancora oggi, e a distanza di più di settanta anni, un testo scritto da T. Carl Whitmer. Edito nel 1934, il saggio contiene affermazioni, oggi evidenti per verità e chiarezza, che bene esemplificano quali siano le modalità nell'improvvisazione di sempre: “In generale ci sono due modi di improvvisare. Il primo è per espansione, il secondo è per forme già stabilite”. Il saggio uomo non citava (e non avrebbe potuto farlo, visto che sarebbero state definite solo 30 anni dopo nell'ambito dell'improvvisazione libera anglosassone) le “composizioni istantanee”, sebbene di fatto esse siano implicite, per astrazione, nella summenzionata definizione. Sir Richard Bishop è divenuto, nell'arco di quasi un decennio, un maestro nell'arte dell'improvvisazione “per forme già stabilite”. Dopo esserlo stato - e continuare ad esserlo - dell'improvvisazione tout court (anche di quella free) in quella anomala, deviante ad ogni classificazione, creatura del deserto che ebbe nome Sun City Girls.
Lui alla chitarra, il fratellino Alan al basso e Charles Gocher (RIP) a dar giù di tamburi, furono le glorie sotterranee che da Phoenix, Arizona, abbracciarono idealmente le musiche di tutto il Mondo in una sorta di worldfusion psichedelica a tinte desertiche. Tanti gli stili che Richard ha assorbito nel suo modo unico di suonare lo strumento. E ce ne accorgemmo bene al suo esordio solista. Geniale sin dal titolo, Salvador Kalì, l'album esce nel 1998. E' patrocinato dalla Revenant del compianto John Fahey. Riconoscimento implicito d'un talento alla sei corde dell'eredità ideale imbracciata dal più giovane. Burning Caravan apre il disco. E è un colpo di genio assoluto. Come se Pepe Romero suonasse l'Allegro Moderato del Quintetto Per Chitarra E Archi n°1 In Re Minore di Luigi Boccherini flirtando, nello stesso tempo, col suon de la risacca del buon vecchio Dick Dale. Ma è il valore della composizione in sé che lascia una traccia duratura. Così come i nove minuti di musica indianeggiante di Rasheed, o ancora le “spagnolerie” di Cadaqués. Il flamenco, come radice di certa improvvisazione libera alla 6 corde, passa dal magistero di Derek Bailey - mediato forse dalle istanze roots di un Fahey – alle musiche del nostro Sir. Molto filmiche, invero. Pedro's Last Ride ne testimonia. Superbamente. L'atteso seguito di cotanta meraviglia si fa attendere. E' solo nel 2005, infatti, che Improvika vede la luce. Maggiormente devoto al fingerpicking faheyano, il disco palesa meno genio del precedente, addentrandosi però molto più nel profondo dei suggestivi antri dell'improvvisazione. ProvenanceUnknown, di fatto, è un tour de force della chitarra fra temi abbozzati e poi non rifiniti sui quali le dita di Bishop arpeggiando allo strumento donando mirabilmente azione e anima alla “divagazione”stilistica virtualmente infinita. Un po' tutto l'album si muove così. Ostico, prezioso. Lo strumento, vale ricordarlo, è una “single string wooden guitar”, la musica è autodefinita come “1 parte di muscolarità a la Peckinpah, 2 parti di illuminato simbolismo Jodorowskiano”. Chi ha orecchie per intendere, intenda.
A partire da questo album, la produzione discografica si infittisce. Richard incide tanto, ufficialmente e anche su cd-r. Fingering The Devil (Latitudes, 2005), ispirato al chitarrismo raga di Jack Rose e da Stephen Basho-Jugans, torna al virtuosismo improvvisativo lirico del passato. Almeno in parte, se si tiene fede ad Abydos, composizione notevolissima per tecnica e maestria esecutiva, imbevuta d'un pathos colmo d'attese mai dissoltesi. E' la colonna sonora d'una terra immaginaria, un paradiso latino e caldo dove dissolvere le allucinazioni desertiche cui c'avevano abituato i Sun City Girls. I cd della serie Vault, e soprattutto l'albo All Strung Out, datano 2006. Il lavoro prosegue con pervicacia nell'ambito del lirismo chitarristico lirico ed epico. Ha un che di eroico questo suo far musica così antispettacolate e così fedelmente ancorata alle teniche e alle possibilità del proprio amato strumento. Echoes Of Spain, come al solito già dal titolo palese, è il racconto in note d'un paese fantastico, fatto di mille e mille spartiti visti e rivisitati da Richard, tanto reali da sostituire l'immaginario d'un paesaggio al paesaggio stesso. Mass Of The Jack al chiude il cd soffocandolo, atipicamente, nei riverberi della chitarra trattata. L'atmosfera è davvero demoniaca qui! While My Guitar Violently Bleeds e l'ultimissimo Polytheistic Fragments (Drag City, 2007) pongono il nostro Sir al rango di maestro fra i chitarristi odierni. Sono esercizi tecnici che focalizzano la vera vocazione (negli anni sempre più chiara) di Richard: nobilitarsi anche come “composiotore contemporaneo”. Progetto ambizioso ma non velleitario per il nostro eroe!

Bisogna cominciare dalla fine di questo disco per capire quanto vale come chitarrista Richard Bishop. Perché senz’altro Mahavidya è una delle “canzoni” più belle ascoltate quest’anno, una bellezza profonda costruita intorno a un ritmo raga che cresce, si allarga e si flette all’infinito senza spezzarsi mai. Il fingerpicking nervoso e visionario diventa immediatamente la base su cui si sviluppa tutto il resto - variazioni e modulazioni, accelerazioni e sospensioni - lungo venticinque minuti che sembrano non finire mai, come certe cavalcate chitarristiche di Roy Montgomery. Un discorso che vale anche per Zurvan, fra le cui movenze si fa largo una meditazione che, nonostante tutto, ha ben poco di misticheggiante e sa invece risalire continuamente sulla superficie terrestre in un’atmosfera da western metafisico dove i proiettili escono dalle pistole al rallentatore. Non ci si meravigli quindi se While My Guitar Violently Bleeds è un titolo che non solo esplicita al meglio quanto appena detto, ma fa di questo disco il perfetto pendant della colonna sonora di Dead Man suonata da Neil Young. Stesse pulsioni introspettive ma di segno diverso, immerse come sono in una tradizione altra, in cui l’occidente è miniaturizzato, Lilliput dall’altra parte del cannocchiale. Chitarrista ispirato, che si spinge coraggiosamente verso tradizioni musicali così distanti da noi, Richard Bishop sembra sempre avere sulla punta delle dita la risposta giusta e, dopo tanti dischi coi Sun City Girls, dopo un album come Salvador Kali, non sembra dover dimostrare più niente a nessuno. While My Guitar Violently Bleeds diventa, infine, un requiem inaspettato per Charles Gocher, batterista dei Sun City Girls morto proprio pochi mesi fa. (7.5/10)

Il Pantheon di riferimento, in copertina, è quello delle divinità induiste. Richard, le cui origini familiari incrociano da vicino quella porzione di mondo, indugia di fatto nel suo privatissimo Pantheon di eroi alla sei corde. Jack Rose , Stephen Basho-Jugans, John Fahey, Django Reinhardt, Ravi Shankar (raga, alapa, gat) , il flamenco, le musiche zigane...Cross My Palm With Fingers non deve inventare nulla, deve solo lasciarsi eseguire, tenendo fede ai neumi personali dell'autore, a quella punteggiatura tutta sua personale, fatta di intervalli e pause fra le note improvvisate su stili e temi ben definiti. L'album ha una sua grammatica precissima, dunque. E le composizioni sono il riflesso, in forma strutturata, di quanto ha investito negli anni l'immaginario del nostro Vescovo. Hectate's Dream riprende (evviva evviva!) il suono dilatato, lisergico, sporco, di certo chitarrismo che fu del glorioso Torch Of The Mystics (1990). I Sun City Girls non sono passati invano nella vita del Nostro! Qui si fanno sospensione di glissandi fantastica e appiccicosa come glassa. Un quadro d'espressionismo puro a firma SRB. Il resto dell'album suona desertico, viscerale, filmico come da anni (dall'esordio) non era dato sentire. E (finalmente, sitar incluso) c'è un raga vero e proprio, Saraswati, inchiodato alle sue armonie da un pianoforte allucinato. Speriamo non siano questi gli ultimi frammenti del politeismo apolide dell'ottimo Richard Bishop. Di lui non se ne avrà mai abbastanza. ( 7.5/10 )