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Shout Out Louds

di AA. VV.

Shout Out Louds

  • The Come Back
  • Very Loud
  • Oh, Sweetheart
  • A Track And A Train
  • Go Sadness
  • Please Please Please
  • 100 Degrees
  • There’s Nothing
  • Hurry Up Let’s Go
  • Shut Your Eyes
  • Seagull

Howl Howl Gaff Gaff (Capitol / Budfox, settembre 2005)

di Marina Pierri

A volte succede il miracolo: un semplice disco indiepop, per lo più influenzato da un certo numero di altri dischi indiepop, ti parla. Ti mette all’angolo, ti afferra, ti fa ballare. E quando ha finito di scuoterti, di riempirti, sembra quasi chiederti di investigare la sua algebra sonora solo apparentemente decifrabile, di comprendere il suo teorema.

È così che, armati di pazienza, curiosità e costanza si penetra in Howl Howl Gaff Gaff, il lavoro di debutto degli svedesi Shout Out Louds. Un lavoro molto più intenso, pregnante e significativo di quanto ci potrebbe aspettare. È vero, le canzoni di questo disco (che è un disco, come si dice, “di canzoni”) non sono particolarmente differenti quanto a forma e sostanza dai momenti più tondi ed efficaci di certa discografia di Bright Eyes, dagli anthems casalinghi dei Lucksmiths o dalle nenie sincopate dei Belle And Sebastian; ma dopo avere saltato per mesi su pastiches d’eccezione come 100°, Very Loud o Please, Please, Please, frammenti colorati perfettamente colorati e compiuti, ci si accorge di avere realmente a che fare con i pezzi di un puzzle. Dunque, sembra quasi necessario tirare ancora una volta fuori la vecchia, abusata ma sempre affascinante etichetta di “concept album”: sciogliendo il rebus composto dal nome della band, il nome del disco - un non-sense quasi onomatopeico - ed i testi tanto dei pezzi già citati (Very Loud è il racconto di una relazione tra una persona che parla troppo ed una che è decisamente stanca di parlare) quanto di There’s Nothing (“there are words that never should be said, but there’s nothing I can do about it ‘cause the words are always in my head”) oppure la programmatica Oh, Sweetheart (“whatever I said, I didn’t mean it; whatever I said, I take it back”) viene fuori una piccola opera sulla non-comunicazione, o piuttosto sulla non-comunicabilità.

In altre parole, è come se il disco intero degli Shout Out Louds fosse un cubo di Rubik che confonde e ricompone nient’altro che la sensazione spiacevole di voler davvero gridare a squarciagola quello che si prova - anche se ogni volta viene fuori non meno sconnesso e confuso di un qualsiasi howl howl gaff gaff. (7.2/10)

  • Tonight I Have To Leave It
  • Parents Livingroom
  • You Are Dreaming
  • Suit Yourself
  • Blue Headlights
  • Impossible
  • Normandie
  • South America
  • Ill Wills
  • Time Left For Love
  • Meat Is Murder
  • Hard Rain

Our Ill Wills (Merge, 11 settembre 2007)

di Andrea Provinciali

“L’ultimo disco dei Cure.” Questo è ciò che si pensa una volta inserito Our Ill Wills nel lettore. Ed è anche ciò che si ripete una volta terminata l’ultima traccia, aggiungendo anche: “in gran forma ‘sto giro”. Fin quando non si scopre che in realtà non è la band di Robert Smith a originare siffatta allegria pop, ma gli svedesi Shout Out Louds. Che dire, allora? Che il richiamo vocale e musicale ai Cure è sì fortissimo, ma che canzoni così tanto immediate, solari e semplicemente pop è dai tempi di The Head On The Door (1985) che non se ne sentivano.

La band svedese ci aveva ben colpito due anni fa con un esordio più che positivo: un puro condensato indie-pop fatto di canzoni tanto orecchiabili quanto contagiosamente trascinanti da non lasciare indifferenti per la loro urgenza melodica. Adesso ritroviamo gli Shout Out Louds sempre sulla stessa strada, ma con una produzione molto più attenta che ha affinato e particolareggiato la loro proposta musicale. C’è molto meno trasporto fisico in confronto al loro primo album, ma c’è molta più ricercatezza per un’estetica pop cristallina da lasciare esterrefatti. È proprio questa caratteristica ad avvicinarli in maniera sorprendente ai Cure più pop e solari. Dunque non sorprendetevi negativamente se Normandie sta a Close To Me come Tonight I Have To Leave It sta a In Between Days - e i paragoni, fidatevi, non finiscono qui: canzoni così non saltano fuori tutti i giorni. You Are Dreaming ne è un chiaro esempio: si candida a diventare la canzone pop perfetta, malinconica al punto giusto.

Non ci resta dunque che augurare a questa band di non perdere mai per strada la capacità di creare siffatti gioielli pop. E se riuscisse anche ad acquisire un’originalità maggiore, allora la band di Robert Smith avrebbe davvero di che temere. Per adesso, però, il primo pensiero rimane ancora “l’ultimo disco dei Cure”. Purtroppo. (6.8/10)

Live: Circolo degli Artisti, Roma (27 marzo 2008)

di Andrea Provinciali

Se il secondo album degli Shout Out Louds, Our Ill Wills, l’avevamo scambiato ironicamente, ma neanche troppo, con “l’ultimo disco dei Cure”, la sua trasposizione live potrebbe venir paragonata al “primo concerto dei Cure”, tanto è stata energica, coinvolgente e divertente la performance che questi cinque svedesi hanno attuato sul palco del Circolo degli Artisti. Infatti, come si disse in sede di recensione, tale paragone con la band di Robert Smith non deve essere assolutamente interpretato negativamente, anzi. Non è per niente facile azzeccare melodie accattivanti in puro stile Head On The Door, ornarle con una cura per i particolari unica e sprigionarle dal vivo con un allegria tale in grado di far muovere il culo anche all’indierocker più snob. Certo, l’originalità è un’altra cosa e quando si sente dire che i veri Cure, giusto un mese prima, hanno svolto sempre a Roma un’esibizione formidabile durata addirittura tre ore dopo trent’anni di carriera c’è da ridimensionare non di poco i paragoni. Ma in un’epoca, la nostra, tutta revival e specchietti retrovisori e dominata dai quindici minuti di successo warholiani, a una band come gli Shout Out Louds c’è da augurare l’eternità tanto è onesta e semplice la loro proposta musicale.

Nonostante la primavera teorica, una pioggia novembrina e gelida ci intasa nel traffico della capitale facendoci così perdere le esibizioni dei nostrani apripista Atari, prima, e My Awesome Mixtape, a seguire. Il locale è inaspettatamente molto affollato, e l’età media non è così bassa come potevamo immaginarci. Quando i Nostri imbracciano gli strumenti il pubblico tributa loro un caloroso benvenuto complice nel rompere subito il ghiaccio. Immediatamente ricambiato dal vivace crescendo di South America, tratta dall’ultimo album, e dalla micidiale melodia di Very Loud, cavallo di battaglia dell’esordio Howl Howl Gaff Gaff, che evidenziano benissimo l’andamento del live: pescare qua e là tra i due dischi finora pubblicati, che tanto quasi tutti i loro brani sono contagiosi oltremodo, e la folla affezionatissima a cantare fino alla fine. Ecco così succedersi in modo del tutto spontaneo e repentino l’acclamata The Comeback, le frenesie ritmiche di Tonight I Have To Leave It, il malinconico pop di You Are Dreaming, l’immediatezza anni Ottanta di Shut Your Eyes, fino a quando una solare Please Please Please chiude un live conciso e senza sbavature facendoci dimenticare il maltempo fuori. Anche ai Cure penseremo un’altra volta, per un po’ di giorni fischietteremo ancora questi appiccicosi motivetti impossibili da scacciare. Shout Out Louds da encomiare anche per il fatto, come ha raccontato il cantante a inizio concerto, che hanno dovuto suonare con strumenti di fortuna dato che l’Alitalia (poveri noi) aveva smarrito quelli originali al loro arrivo a Roma.