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The Shins

di Edoardo Bridda. Foto:David Ondrick
Sensibilità meticce tra albione e california che all’inizio significano hardcore suonato con il cuore e poi surf pop Sessanta tra vivace psichedelia e una nostalgia tutta interiore. Un ritratto degli Shins.
Foto: The Shins

Jangling New Mexico

Come la Tucson di Howe Gelb in Arizona (ma più piccola), Albuquerque è un sogno di cui gli americani vanno fieri. Uno dei prediletti a dirla tutta, di quelli che gli europei preferiscono osservare angolando un misto di apparenza e bad moon (rising). Una città del Sud, seppure Sud degli States, cresciuta molto in poco tempo. Immortalata da un folkster prima che tutto ciò accadesse, e anche il luogo di partenza dalla famiglia Morrison verso Santa Fè, quel giorno in cui il piccolo Jim fu posseduto dall’anima dello sciamano.

L’antefatto di ogni psichedelia possibile, magia che Mr. Young omaggia attraverso un placido country rock dei suoi, sorvolando le case basse distese ai lati del sontuoso Rio Grande (il fiume di 3000 km che taglia il capoluogo da parte a parte, da Nord a Sud) con lo sguardo abbagliato da natura e clima intinti delle aurore e dei tramonti delle rocciose Sandia Mountains. È una fotografia bagnata di folk del 1975 e non più del 1949. Altri tempi. Soltanto cinque anni più tardi, la storia si ribalta di nuovo. I R.E.M., via Route 66, fanno una capatina da queste parti esibendosi in un locale di single al posto del consueto spettacolo d’aste e piroette open your heart. Suonano jingle jangle freschi e pungenti ma gli abitanti del luogo, che non sono certo gli universitari di Athens, passano a far cantare le mani. E non si tratta di applausi.

Nei Novanta, altra diapositiva. La città è in fermento e con essa la popolazione che cresce a quattrocentomila abitanti, le dimensioni sono quelle di Bologna ma con un clima secco e soleggiato che in Europa non s’è visto mai. Com’è capitato all’Arizona, anche il New Messico è meta del Nord Americano che conta e così Albuquerque avvia il motore, brulica di gente spinta da emozioni pioniere simili a quelle che animavano la California degli anni d’oro. L’hi-tech impazza e un passato di foschi esperimenti nucleari e cacce grosse all’indiano sono un lontano ricordo. As always, tutto ok. Perfetto per la noia e quel feeling da complete control che è da trent’anni a questa parte l’humus del punk e del do it yourself.

Albuquerque è come la criptonite per i ragazzi del neighborhood convinti che sotto quel sole cocente si stanno perdendo tutto ciò che d’imprevedibile il mondo ha da svelare. Incalzano il mito dei navajo hippy sapendo che per far fronte ai cugini anglo, ispano e (persino) nativi alla ricorsa di una carriera scientifica occorre ben altro. Se l’orizzonte è schiacciato sul presente, quel qui e ora dev’essere per forza un misto di cose da dire al mondo a tutto volume, una manciata di risposte racchiuse in un sound, quello Dinosaur Jr. È la band del Massachusetts a riportare la chitarra elettrica agli antichi fasti in quel cavallo Ottanta-Novanta, l’autentico mito generazionale in grado di mietere emuli su vasta scala in ogni angolo degli States dopo la generazione Replacements e Husker Du. E così, anche il New Messico partorisce il suo piccolo rettile, i Blue Roof Dinner, una band immediata, bubblegum hardcore senza nitroglicerina Pixies. James Russell Mercer, studente magro e belloccio, ne è il leader. Quel gruppo dura il tempo che dura, perché non è altro che il necessario step per dire la propria subito dopo.

Incontrati il batterista Jasse Sandoval, il bassista/tastierista Marty Crandall e il chitarrista Neal Langford, il cantante chitarrista dà vita a un nuovo progetto nel 1992, un anno peraltro importantissimo dalle uscite capitali quali Nevermind e Sebadoh III (quando pochi mesi prima era uscito Slanted and Enchanted dei Pavement). I quattro scelgono di chiamarsi Flake (poi Flake Music) e sono una versione meno prodotta e tecnica di Mascis e co. Soprattutto, ne costituiscono una versione essenziale, senza hard rock, grunge e svirgolate acustiche, un motore d’hardocre melodico con due pistoni a scoppio marca Pavement. Il loro è college rock avvezzo al power pop, un po’ come i loro parenti di Boston, i Lemonheads, ma con alcune cose in comune con l’indie di Chicago e il nascente indie-rock dei Built To Spill.

Flake music

Mentre dall’altra parte dell’atlantico, i kid impazzano per gli Suede, il primo eppì Spork mette a punto quelle coordinate, miscelando deflagranti distorsioni e melodia sia vocale che armonica. Pull Out Of Your Head Size e la Dinosaur Jr (via Nirvana) Nuevo appartengono ancora alla fase punkeggiante, eppure in Dying Lack Of Spit s’avverte già quello scazzo a volte dolce a volte fuoriso dei primi Pavement, come anche un lieve tocco pop-californiano nei cori (Down Patron). Un anno più tardi – nel 1996 - Sue Defender batte quella strada arricchendo il sound di una scrittura fresca e un approccio maggiormente dissonante, quasi una versione (a)psicotica dei Jesus Lizard e Polvo. Così, mentre le trame chitarristiche s’intensificano e Mercer dà i primi segni di incontinenza da strofe, il long playing a lungo sperato è pronto per essere scritto.

Datato 1997, When You Land Here, It’s Time To Return (OMB-Omnibus Records, 1997) rappresenta un distillato dell’hardcore melodico americano ’90, i Weezer di Pinkerton, e naturalmente i Pavement. Siamo ancora nell’underground che guarda le produzioni maggiori con il binocolo, eppure, lontana mille miglia dalle pose bowieane e dalla dance della Britannia di allora, l’instabile miscela scoppia di freschezza e genuinità grazie ai vocalizzi ben inseriti in un interplay chitarristico che ora vira verso garage, Sixties e un pizzico di Crazy Horse.

Non sorprende che gli indie kid americani considerino l’album importante quanto quelli successivi targati Shins. Il platter sfodera una bella Spanway Hits - tra stop-and-go, intrecci Pavement e appeal Lemonheads – che, melodicamente parlando, è già un ponte gettato verso il futuro, mentre non sono da meno gli episodi più garage come Blast Valve o le cavalcate chicagoane di Structo e il quasi emo di Vantage. Piccoli gioielli indie-pop s’avvistano poi in Roziere (Sixties psichedelia) e Deluca (basata su un giro Sonic Youth addomesticato e Mercer a giocare di falsetto), laddove a completamento troviamo tre istantanee intimiste strumentali in odor del post-rock che verrà (Untitled #1 con la tastiera a tenere il riff e Untitled #3 tra dark-rock inglese anni ottanta e echi di Mogwai senza detonazione!), nonché quadretti infantili che il gruppo coltiverà assieme a una vena introspettiva (Untitled #2).

When You Land Here segna però il compendio e l’inesorabilmente fine dei Flake. Passati cinque anni assieme, i ragazzi si sentono troppo cresciuti per suonare le cose che amavano da adolescenti e di fatti, già l’anno precedente, Mercer e la band s’erano concentrati su una scrittura diversa con l’idea di un side project a prendere il nome da una canzone dell’album dei Flake, The Shins.

Art Pop sixties psychedelia

Gli “stinchi” appunto diventano main course, sempre su Omnibus, nel 1999 con l’eppì Nature Bears a Vacuum. L’asse armonico è completamente rinnovato, protagoniste chitarra e synth. Acerbo, acido e festante, l’ep è la collezione più spensierata, chiassosa e prorompente disegnata dal quartetto finora. Del resto, non è soltanto questione di volumi, la trasformazione mira un wave rock a rotta di collo con Mercer incontenibile, quasi isterico e la sezione ritmica a base di tastiere acidissime e lame garage. È tutto molto arty come i Flake non erano stati mai, la rotta verso un pop californiano carico di richiami anglosassoni come accade in Eating Styes From Elephants dove fanno capolino i Blur degli esordi, o in Those Bold City Girls nella quale la particolare inclinazione vocale di Mercer richiama esplicitamente Robert Smith (“Già, me l’hanno detto in moltiChe ci posso fare, è la mia voce che è fatta così”, dichiara il cantante nella nostra intervista).

Nel 2000, dopo la pubblicazione del singolo When I Goose-Step (un brano psych pop più addomesticato), la band s’imbarca in un tour di spalla ai Modest Mouse (vecchi estimatori e amici della band assieme ai Califone) e incontra Jonathan Poneman, inviato della Sub Pop, a San Francisco. Il rappresentante chiede alla band di partecipare a una compilation di singoli, in vista di un contratto per la produzione di un album.

E così andrà: conclusa la tournée accanto a Preston School of Industry e Red House Painters, Oh Inverted The World, è il debutto degli Shins sulla lunga distanza, nonché l’ennesimo scarto di rotta. Messi da parte gli scatti acidi, quel che si ascolta è un pop agrodolce raffinato garage psych accompagnato da testi sulle difficoltà e le costrizioni dell’amore. Tinte marittime, californiane, qualche punta acida e spunti desertici (Meat Puppets) sono le coordinate di un sound che se da una parte è chiaro debitore di Crosby- Byrds (The Celibate Life) e Wilson-Beatles (Girl Inform Me), dall’altra è ancora più ficcante per merito di trovate wave eighties quando non persino glam.

Tutto il brit ascoltato dal cantante durante l’adolescenza trova così un output privilegiato: Echo & The Bunnymen, Cure, Smiths sono spezie sparpagliate sulla tavolozza armonica, eppure è la sola Girl On A Swing a suonare apertamente dedicata (a Morrissey). Altro elemento sono i fifties delle sale da ballo (r’n’b soprattutto) evidenti negli arrangiamenti di Weird Divide e ancora Girl Inform Me. In una tracklist tanto variegata e non mancano nemmeno i manifesti: Know Your Onion! e Caring is Creepy saranno veri format per gli Shins, miscele instabili di guizzi wave e mestizia acida, quando non ballate lo-fi per cuori tristi come New Slang (con spezie folk à la Donovan).

Oh Inverted The World è il primo esperimento di un po’ Sessanta americano reinventato con sensibilità anglofone. L’america indie lo eleva tra gli act migliori dei primi duemila ma non è tutto oro il contenuto dell’album: episodi come le byrdisane One By One All Day e The Celibate Life o la marcetta Pressed In A Book mostrano più l’aspetto del modernariato di classe che quello creativo. (7.0/10)

French fries pop quest

Del resto sono aspetti che Mercer conosce bene. La tracklist del successivo Chutes Too Narrow è infatti tutto uno scavalcare quell’ostacolo. Ritornato Dave Hernandez (leader dei Scared of Chaka) al posto di Neal Langford, e con la band al completo trasferitasi a Portland (Oregon), l’album esce nel 2003 missato dallo spirito affine Phil Ek (produttore e dietro al mixer di molti album di Built To Spill e Modest Mouse).

Eccezion fatta per le sezioni di batteria, registrate da un Mercer pentito, il sound acquista quella pienezza e rotondità che mancavano. Forse a perdere è il lato fascinoso dell’“indie”, ma la band ha fame d’espandere la formula anche attraverso la produzione, appetito che, in questo stesso periodo, si rivelerà un’arma a doppio taglio. Gli Shins infatti stringono un accordo per uno spot sulle french fries di McDonald’s lasciando che il brano New Slang (singolo del precedente lavoro) faccia da sfondo. Non c’è da stupirsi che le seguenti interviste saranno incentrate proprio su questo tema.

So che McDonald’s non è un’azienda fantastica, tuttavia volevamo visibilità”, dichiarerà Mercer più avanti. L’operazione tuttavia non frutterà granché, se non l’ira di molti fan. Querelle e scelte artistiche a parte, sono le soluzioni armoniche a segnare la vera evoluzione di Chutes, un album riuscito e per nulla ruffiano, dove ogni brano è il contenitore di più sipari e situazioni melodiche senza che questo puzzi di retroguardie prog-pop (Saint Simon in particolare, piccolo capolavoro). Inoltre, dove Inverted The World era un pacato compendio del Mercer pensiero (“per quell’album avevo scritto non solo i testi, ma anche gli spartiti per la gran parte degli strumenti” ), il nuovo lavoro è un prodotto di una squadra su di giri: brani come Kissing The Lipless (ballata acida e wave verticale), So Says I, Fighting In A Sack (cow punk multiscenario) e Turn A Square (Roy Orbison in salsa Blur) sono vicini alla veracità di Nature Bears a Vacuum, e tanta energia non può che giovare al mood complessivo.

Come benvenuta è pure la scrittura maturata in ballate del calibro di Young Pilgrams (con echi di About A Girl dei Nirvana), la malinconica Pink Bullets, oppure nella conclusiva Those To Come, degna di quel Sufjan Stevens che nello stesso periodo sta covando la piena maturazione artistica. Altri episodi come Mine's Not A High Horse marcano infine le conquiste rispetto al format byrdsiano, chiudendo il cerchio della ricerca degli amati Cinquanta (rivisti da chi ama i Sessanta). (7.1/10)

Di fatto Chutes segna l’approdo ad una firma riconoscibile e generosa, il frutto maturo di una pop band ancora poco nota, con tutto quel corollario di timidezza, insicurezza e voglia d’emergere che questo stato di cose comportano. La riprova è nelle parole dello stesso Mercer: “È grazie a Phil se la mia voce è così in primo piano, ero molto più timido tre anni fa e non mi faceva un bell’effetto scoprirmi così esposto”. Eppure, nel 2004, le cose sono oramai pronte. Golden State, un film indipendente (la storia di un neolaureato che torna nei luoghi dove ha trascorso l’adolescenza), diventa inaspettatamente culto e le canzoni dei ragazzi del New Messico, presenti nei momenti caldi della trama, fanno breccia presso migliaia di ragazzi. Ironia della sorte, New Slang, la pop song delle patate fritte più malinconica della storia, è il brano che tutti ricordano del film, un episodio che sa di riscatto e di riappacificazione con i fan. Nei mesi seguenti Inverted World e Chutes vendono un totale di un milione di copie in tutto il mondo. Alla faccia delle patatine.

Major wince

Ma veniamo all’attualità: finita la tournée della consacrazione del 2004-2005, gli Shins ritornano in studio per il fatidico third. C’è da stupirsi se sarà l’album più prodotto e rotondo della loro carriera? Certo che no. Anticipato dal gran battage autunnale con tanto di Sub Pop in gran sfodero pubblicitario, Wincing the Night Away punta alto e nessuna meraviglia se il risultato sono una manciata di canzoni confezionate per il mainstream, maggiormente lineari rispetto allo sforzo precedente e meno legate ai sixties.

Rimandando la lettura della recensione a qualche riga più in basso, diciamo già che il gioco è comunque valso la candela. E se dobbiamo chiosare ci piace vedere la peculiarità dell’epopea Shins come la capacità innata della Band di far applaudire i vecchi e i nuovi fan del pop. Di chi è cresciuto con i Beatles e i Rolling Stones (ma è maturato con il prog e l' hard blues) e di chi, più giovane, si è avvicinato al rock grazie allo spirito scazzone di Beck e Pavement. Il linguaggio musicale maturato album dopo album è limpido e vivace eppure in bilico, pronto a mostrare il fianco dell’amarezza. Il gusto delle citazioni sixties, l’amore per il brit degli Ottanta infine sono caratteristiche di una firma originale e soprattutto di peso nel panorama melodico internazionale. Rimangono certi leziosismi melodico-arrangiativi, quel mancato acceleratore nell’ultima prova che farebbe fatto la gioia dei critici. Ma c’è tutta una carriera davanti. Da portare avanti.

  • Sleeping Lessons
  • Australia
  • Pam Berry
  • Phantom Limb
  • Sea Legs
  • Red Rabbits
  • Turn On Me
  • Black Wave
  • Spilt Needles
  • Girl Sailor
  • A Comet Appears

The Shins – Wincing The Night Away (Sub Pop / Audioglobe, 23 gennaio 2007)

di Edoardo Bridda

Un lavoro dalla scrittura limpida e dagli arrangiamenti rotondi. Sezioni ritmiche compatte e voce in primo piano. Un suono potente ma levigato. Un’attitudine scanzonata unita a momenti agrodolci e meditativi. Comporre un album pop a tutto tondo, con ogni tassello al giusto posto, è sempre stata l’ambizione di James Mercer. Per questo aveva scelto Phil Ek nel precedente Chutes To Narrow e per lo stesso motivo ora punta anche su un nome di peso come Joe Chiccarelli, un pezzo da novanta del desk con un curriculum zeppo di stelle (Beck, Elton John, U2, Rufus Wainwright, Bon Jovi, Bangles, sua eminenza Brian Wilson, Zappa e dozzine di altri) e Grammy. Il personaggio chiave insomma, colui in grado di dare la sferzata giusta a quegli Shins che nel frattempo sono diventati fenomeno di punta di un certo pop-psych che ama giocare di sponda tra la California e l’Inghilterra, un gruppo la cui notorietà è cresciuta tantissimo negli ultimi due anni riempiendo sale e facendo rientrare abbondantemente la Sub Pop degli investimenti fatti.

Registrato nel seminterrato di proprietà del cantante a Portland, Wincing The Night Away - terzo album per l’egida Shins dal 2001 - è lo specchio di queste speranze e desideri. E con un singolo come Phantom Limb tutto sembra tornare perfettamente. L’attacco è splendido, l’equilibrio tra slancio emotivo e nostalgia altrettanto misurati, il contorno di batteria, tastiere e chitarra ineccepibile. Funziona pure la saga della speranza a base di “oh oh” anni ’80 sul finale. Si rischia lo stucchevole, è vero, ma siamo dalle parti del classico e tutto si perdona.

A primo acchito l’album pare l’Ocean Rain (Echo And The Bunnymen) degli Shins, poco slancio in sedicinoni panoramici, ma non è esattamente così. Di fatto, il suddetto brano di punta divide idealmente la tracklist: da una parte l’iniziale Sleeping Lessons dall’attacco onirico in circolarità di tastiere che detona in un pop-punk aereo (roba da far saltare le folle ai concerti), la brillante attitudine psych sotto mestizia Morrissey di Australia e il rombo di chitarra di Pam Berry (omaggio ai Jesus And Mary Chain, secondo Mercer), dall’altra una Sea Legs con la chitarra legata, le sincopi e il canto leggermente salmodiato, poi la tensione che scema nella ballata bucolica Red Rabbits e nelle non eccelse Spilt Needles e Black Wave, salvo poi recuperare mordente in brani dal jangling chitarristico come Turn On Me o nella smithsiana Girl Sailor (in odor degli amati twang sessanta). Un andamento ondivago dunque, che toglie il riflettore dal capolavoro e lo posiziona su un set comunque vivo, generoso e non meno intrigante. Pagato il pegno all’arto fantasma, gli Shins sono entrati in major league con il beneplacito degli indie-kid. (7.0/10)