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Introduzione
Critica
Webografia

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di Edoardo Bridda.
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  • Smoke on the Water
  • Negra Mi Chachacha
  • Riders on the Storm
  • Smooth Operator
  • El Rey de las Galletas
  • Oxygene, Pt. 2
  • Blue Eyes
  • Las Maracas de Machin
  • Beat It
  • Electrolatino
  • Humo en el Agua

Fiesta Songs (Emperor Norton)

di Edoardo Bridda

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  • My Name Is Coco
  • Yellow Magic (Tong Poo)
  • Coco Agogo
  • Limbo
  • What Is Coconut?
  • Behind the Mask
  • Coco Rallado
  • Pure Jam
  • Mambo Numerique
  • Simoon
  • Coconut Am
  • Madmen
  • What Is Coconut?
  • Music Plans
  • Breaking Music
  • Rydeen
  • Coco Roco Roto
  • Ongaku
  • What Is Coconut?
  • Firecracker

Señor Coconut and His Orchestra (feat. Argenis Brito) - Yellow Fever! (Essay / Audioglobe, 12 giugno 2006)

di Edoardo Bridda

Dopo aver stupito con le cover di alcuni classici dei Kraftwerk, Señor Coconut - ovvero Atom Heart, Atom™ e svariati altri nickname dietro cui si cela il musicista elettronico Uwe Schmidt -  ritorna sul luogo del delitto accompagnato dalla sodale band latina (capitanata da Argenis Brito), con un secondo progetto a tema. Questa volta ad esser sottoposte al “laser latinizzante” non più cover sparse (come era accaduto nel precedente Fiesta Songs), ma un progetto pioniere della musica elettronica, gli Yellow Magic Orchestra.
Macchiati di sudore e del ritmo delle balere più veraci di Santiago, questi rifacimenti dei primordi dell’ elettronica di consumo sono un seguito ideale del remodel dei manichini dusseldorfiani; ma la vera novità, a scansare il pericolo di un’inevitabile sterilità, è il ritorno all’electro-latino che caratterizzò il primo lavoro a firma Coconut.

Yellow Fever si caratterizza per una maggior presenza della manipolazione elettronica, protagonista sia in fase di raccolta delle fonti musicali (catturate separatamente da session dal vivo) che in quella di trattamento delle stesse. È un lavoro coerente eppure più “evoluto” rispetto ai due precedenti: oltre alle dieci cover trattate elettronicamente a partire dalle “strutture”, ecco altrettanti interludi frapposti tra una traccia e l’altra in cui il sound viene macinato senza veli, alla la luce del sole. Da una parte, la musica degli YMO diventa una febbre latina sospesa in un anello di Saturno, esotica e synth-pop, rétro e futurista, dall’altra un pugno di sketch s’inseriscono come elementi sabotanti della contemporaneità.

E se per questi ultimi Schmidt ha voluto numerosi ospiti tra i quali Akufen, che ha curato l’electro house al minipimer di Coco Agogo, Schneider Tm, autore delle afose microwaves di Breaking Music e Marina (dei Nouvelle Vague) e Towa Tei, dietro il robo ragtime Mambo Numerique, gli episodi più importanti vedono protagonisti gli stessi Yellow Magic Orchestra al completo. Attraverso il loro contributo, il surplus acquista i connotati dell’imprevedibilità: dall'esotisomo catapultato nel futuro dei brani originali si passa all'operazione inversa come accade nella bella cover di Pure Jam, che sotto l’incedere metronomico dei fiati riporta indietro al nostrano Nino Rota per Fellini, nelle spassose Limbo e Behind The Mask o ancora nell’exotica anni Cinquanta di Simoon.
In perenne oscillazione tra caldo/freddo, Nord/Sud, Est/Ovest, passato/futuro Yellow Fever è un lavoro ubriacante, giocato su più livelli dove il concettuale s’insinua nel fruibile senza affogarlo.
(7.0/10)