Divulgatore dell’idioma indietronico, poptronico o glitch pop che dir si voglia, e sorta di complemento dell’umbratile weltanshauug dei Tarwater, il berlinese Dirk Dresselhaus è noto soprattutto per aver codificato in chiave digitale la There Is A Light That Never Goes Out degli Smiths, brano culto che ha unito indissolubilmente le nuove sonorità a certo pop intimista degli anni Ottanta, tra radiofrequenze e romanticismo estetizzante. Eppure il marchio Schneider TM va ben oltre ogni revivalismo di comodo: dalla pubblicazioni IDM degli esordi ora è il simbolo di un cantautorato elettro-etnico-acustico di tutto rispetto. Abbiamo deciso di ripercorrerne storia e conquiste.

Curioso, ottimista, vivace, attratto tanto dalle indie quanto dalla sperimentazione più ostica, il berlinese era partito come chitarrista, batterista e cantante (!) in varie formazioni locali verso la fine degli anni Ottanta tra le quali Hip Young Things e Locust Fudge (entrambe legate al folk-pop), per approdare soltanto verso la fine del decennio successivo alla musica elettronica.
In seguito a una manciata di eppì, Moist (City Slang / Wide, aprile 1998) segna il varo del marchio Schneider TM su long playing, un lavoro all’insegna della techno berlinese e dell’elettro krauta, una raccolta seminale, che già dalla traccia omonima risulta un chiaro esempio di sonorità quadrate ma sinuose, giocose alla maniera di AFX ma già proiettate verso il glitch.

Brani come Moonboots denotano timide proiezioni in direzione del passato indie, altri come Raum Im Ort sono Kraftwerk oriented (quelli di Tour De France Soundtracks che dovevano ancora venire, per inciso), altri ancora (Masters) presagiscono le sperimentazioni mellow delle prove successive, eppure niente è approfondito o pensato in una direzione particolare, un aspetto che ritornerà nei lavori successivi e che qui distingue appena il musicista da migliaia di sperimentatori elettronici. (6.0/10)
Il rientro nella band folk-pop Locust Fudge (il gruppo aveva realizzato nei Novanta due ispidi album per la Glitterhouse Records), e il successivo impiego come VJ presso una televisione tedesca, sembra riportarlo nei ranghi del rock, ma di fatto è una pausa necessaria per ritrovare a casa il giusto habitat per comporre e creare. Dirk abbandona gli stilemi techno e pensa a un’originale miscela di soul, hip-hop, psych e folk pastorizzata al computer; soprattutto riprende in mano la chitarra e fantastica sul vocoder-pop francese.
Il 2000 è il suo anno. Esce un eppì in collaborazione con l’amico Kpt Michigan Binokular (City Slang / Wide, ottobre 2000), una collezione di tracce nel solco dell’IDM. Niente più dance, ma tortuose linee melodiche in accattivanti basi glitch, eppure la novità del lavoro è racchiusa nella traccia conclusiva, The Light 3000, una cover degli Smiths, il perfetto viatico tra un’asciutta melodia “transistorizzata” (ma riconoscibilissima) e i nuovi stilemi ritmici. Il brano ha un sound post-Mouse On Mars, o meglio, costituisce un ponte importante verso dei Duemila che si annunciano ricchi di interesse per gli anni Ottanta: presto arriverà il tempo degli Interpol, dei Franz Ferdinand e di tutti gli act emul rock della Terra, come pure il pop al silicio (Morr Music) farà la sua bella fortuna presso gli indie aficionados. In tutto ciò, un buffo marchio chiamato Schneider TM indica una rotta rilevante. (6.8/10)

Due anni più tardi, lo sguardo è ancora più lontano: Zoomer (City Slang / Wide, settembre 2002) trasforma le sperimentazioni che lo avevano coinvolto nei due anni precedenti per un originale esempio di beat frastagliati e umori californiani in salsa glitch, di AIR e Neil Young a braccetto, di soffuse melodie home made in salsa digitale. Così brani come Reality Check (per melodia al vocoder e chitarra acustica, su tappeto di chincaglierie ritmiche, smalti panna al synth e breakbeat di derivazione hip-hop), Frogtoise (con canto “in chiaro” anni Ottanta e dub corrosivo), diventano piccoli gioielli in una nascente scena. (7.0/10)
I giornalisti la chiamano indietronica (e infatti è un’insieme di sonorità tascabili per piccoli grandi sognatori da stanza da letto) ma i tiri al bersaglio si sprecano. Dresselhaus, grazie alla selezione rap di Zoomer - Turn On e Cuba Tm (con accattivanti sonorità à la Diagable Planets) – viene addirittura paragonato a una sorta di Beckal laptop e se non altro, per merito del tam tam mediatico, i contatti nella sua agenda si moltiplicano.
Quindi è la volta di un tour mondiale che il musicista non intraprende da solo, fonda infatti l’Experience, un trio live che vede partecipi gli amici Kpt Michigan e Christian Obermaierm e sono molte le tappe in scaletta, sparse tra Inghilterra, America e Giappone anche se il culmine di notorietà è raggiunto al Sonar (nel 2003) e negli USA, grazie ai concerti in apertura per i Faint.
Di pari passo all’attività live, si moltiplicano le uscite discografiche: esce un eppì promozionale del tour stellestriesce (6 Peace Ep, Mute, aprile 2003, solo per il mercato U.S.A.) e la ristampa di The Light 3000 per la Rough Trade nonché, Angel Nr.1 (bip_hop, ottobre 2002), un album industrial noise risultato da una collaborazione con la metà dei Pan Sonic Ilpo Väisänen (e l’islandese Hildur Gudnadottir al violoncello). Figlio di aspri sperimentalismi tra white noise e fruscii di jack, il lavoro è più il frutto del lavoro del finnico che di Shneider TM e, a dir il vero, è pure un prova prescindibilissima. Dieci i brani in scaletta, tutti untitled, con la sola traccia conclusiva a sollevarsi dalla media: un lento e arcigno incedere di radiofrequenze sotto i rintocchi di un basso laconico in stile John Carpenter ne La Cosa. (6.0/10)
Arriva così un secondo momento di pausa. Dresselhaus scende sotto coperta e l’audience, in certo senso, lo tradisce, si allontana da lui per inseguire un’incessante proliferazione di bedroom kids (Arovane, Styrofoam, Isan ecc.) e nuove amanti (Lali Puna, Tarwater e soprattutto Notwist).

Reconfigures (Earsugar / Wide, aprile 2004), l’album che raccoglie un selezione di remix confezionati l’anno precedente, non ottiene molta considerazione dal pubblico, ma è una questione di miopia o di pregiudizio perché la collezione rappresenta un vero e proprio album del Nostro. Sentire per credere: sotto i ferri dell’abile botanico, la pop-tronica dei Pulseprogramming, l’Alt Country dei Lambchop e pure il dreamy sound dei Lamb fino al reggae/hip-hop dei Turtle Bay Country Club, diventano abiti Schneider, molto più di un esercizio di stile, anzi, un viatico perfetto per il naturale sviluppo del progetto indietronico intrapreso. (6.8/10)
Dirk non ha alcuna fretta di dare un seguito a Zoomer, fedele a una way of live casalinga in perfetto stile anni ’90, se la prende comoda tanto che tra la fine del 2004 e lungo tutto il 2005 per le etichette abituali escono soltanto una manciata di 7’’ per collezionisti (Dr Drek, 2005, The Schneider TM Experience, novembre 2004, tutti usciti per Earsugar / Wide) mentre alcune malelingue dell’Internet lo descrivono come un “più che discreto arrangiatore dalle deboli melodie”.

Ed è forse proprio in risposta a quest’ultime, che il successore di Zoomer chiamato Škoda Mluvit (City Slang / Wide), uscito finalmente nell’aprile 2006, rappresenta una collezione compiuta, senza troppe manipolazioni della voce. Per la prima volta Dirk scrive prima i testi degli arrangiamenti, limita i frullatori glitch, smussa al minimo il dub e le pose estatiche di brani à la Dj Guy (ripresi soltanto nella opener techno pop à la Kraftwerk More Time) e presenta un canzoniere che metterebbe d’accordo Spok e McCoy.
Grande gioco d’angoli e obliquità dunque, per un Dresselhaus che tiene con sé la risolutezza romantica dei fratelli Lippok allontanando i caleidoscopi multicolor del passato per una formula asciutta eppure calibrata più che mai. Nelle sue parole: “è spirituale, non intellettuale, più acustica ma in veste elettronica” e ascoltando Pac Man / Shopping Cart – dolceamaro arrangiamento ritmico con chitarre e violoncello in figura (la mano è quella di Hildur Gudnadottir già apparsa in Angel N.1) – c’è da credergli.
Un po’ come gli era capitato con il remix dei Pulseprogramming, Schneider TM si avvale della cosiddetta folktronica, mescola buone dosi di strumenti “suonati”, si fissa con le timbriche dei legni con la bilancia a dargli ragione: un braccio nei sogni e l’altro – in asse – nel design. Se Peanut tentenna verso i New Order più soffusi e Caplets parafrasa una canzone dei Beatles puntando le stelle, Cataractact e A Ride sono puro succo pop per piano bar sulla luna, mentre The Slide è la ballata da sempre cercata, con The World’s A Cup a chiosare tra un mantra e un afro-tronica scintillante (ospite Ilpo Väisänen alla “macchina da scrivere”).
In un platter tanto felice, non manca neppure lo scherzo del destino: la traccia migliore è quella dov’è ospitato il poeta-rapper di Berlino Max Turner, The Blacksmiths, transetnica à la Gabriel nei cori in un tessuto molle di percussioni balinesi (i 13 & God dovrebbero guardarla con invidia).
Non occorre aggiungere altro. Apettiamo l’experience di Dirk Dresselhaus al più presto dalle nostre parti. (7.0/10)