
Strana idea quella di F.S.Blumm per il suo nuovo album: realizzare una composizione per chitarra basata sui ritmi etiopi e farla suonare ai musicisti coi quali ha collaborato nel corso della carriera.
Coop Comp viene quindi affidata ai rimaneggiamenti di artisti come Anne Laplantine, Guido Möbius, Harold ‘Sack’ Ziegler e Semuin. Quest’ultimo ha poi aiutato F.S.Blumm. a ricombinare i remix e a dar vita a queste sette tracce che spaziano dalle dilatazioni ambient alle improvvisazioni per vibrafono e piano giocattolo; spiccano in particolare i lavori di Jan e Wilm Thoben (dolci, eleganti e sorprendenti), Greg Davis (sbilenchi e fortemente cinematografici) e Bernt Nellen (scomposta ninna nanna con finale caotico).
A completare l’album troviamo la collaborazione con Yumiko Matsui, che ne cura l’artwork, e Björn Kuhligk, che prepara tre scritti dai quali F.S.Blumm si è lasciato ispirare per la realizzazione di Laben Läuft. La traccia, semplice e melanconica, viene anche impreziosita dal vibrafono di Jan Thoben in una versione alternativa decisamente più interessante dell’originale. (6.7/10)

Esistono album adatti a tutte le stagioni (meteorologiche,fisiologiche o umorali), avendo all’interno un proprio mondo sonoro precostituito, organizzato e ben delineato, al quale si accede facilmente, basta premere il tasto play sul proprio lettore. Al contrario ci sono dischi che invece rappresentano in tutto e per tutto la realtà che ci circonda, o meglio, parte di essa, magari un aspetto in particolare come un sapore, un ricordo o, appunto, una stagione. Bene, Zweite Meer è la quintessenza in ambito musicale della primavera, grazie a dei suoni concepiti e registrati dentro le quattro mura domestiche (o di uno studio di registrazione, poco importa) ma proiettati verso sconfinati e coloratissimi paesaggi agresti.
Il polistrumentista Frank Schultge Blumm è nato e cresciuto a Brema, dove ha effettuato studi accademici riguardanti sia la musica (specialmente chitarra classica) che le scienze comportamentali, focalizzando però curiosamente la propria attenzione per i primi esperimenti sonori sui noises per chitarra elettrica (crisi di rigetto?).
Trasferitosi, come tanti altri musicisti prima e dopo di lui, a Berlino nel 1997, incontra Harald ‘Sack’ Ziegler, con il quale da lì a poco darà vita al progetto Sack & Blumm (segnaliamo Shy Noon del 2000 uscito per la Grefiem di Colonia). In veste solista esordisce invece con un 10” intitolato Bettvanille Weiter per i tipi della Tomlab, mentre il primo full-lenght, Mondkuchen del 2001 è firmato Morr Music, conquistandosi il titolo di primo, e finora unico, album completamente acustico all’interno del catalogo della label berlinese. Dopo aver collaborato e aver visto pubblicare i propri lavori da importanti etichette come la Staubgold (l’estatico Ankern del 2002), la Audio Dregs. e la nipponica Plop, F.S.Blumm torna ad incidere per la Morr, e lo fa con un disco fortemente impressionista, ricco di sfumature e dai suoni molto ricercati, ma sempre con un mood di nostalgica piacevolezza di fondo.
Passando in rassegna i dodici brani che compongono il lavoro non si può non notare la varietà degli strumenti utilizzati (xilofono, vibrafono, glockenspiel, organetto, melodica, fino ad arrivare alle tastiere casio e addirittura alla mitica bontempi!), e soprattutto la bontà degli arrangiamenti,assolutamente non appesantiti dall’ampia scelta strumentale disponibile, anzi, sempre molto equilibrati ed eleganti. Il risultato è un disco minimale, sobrio, coeso, ma per fortuna anche emozionante, che richiama alla memoria, a seconda del singolo episodio, artisti come Steve Reich (per i continui giochi percussivi), John Fahey (il dolcemente ipnotico suono della chitarra), il Jim O’Rourke di Happy days e Bad Timing, i Gastr del Sol, inaspettatamente i Radiohead (ascoltatevi Nie e ditemi se non sembra un omaggio strumentale e bucolico a No Surprises), la colonna sonora di The Straight Story composta da Badalamenti, ma in particolare può essere definito come una versione ripulita dai vari corpuscoli elettronici dell’ultimo lavoro dei Mùm, Summer Make Good. Discorso a parte invece merita Nachhall/ Chroma key, ultimo brano presente in scaletta, con la partecipazione vocale di David Grubbs (Bastro, Gastr del Sol): tre minuti scarsi di meraviglioso abbandono estatico che ci riportano in un attimo alle atmosfere che il musicista di Chicago aveva creato nel 1998 con The Thicket. Dunque, dopo un lungo e gelido inverno, la primavera finalmente è alle porte. Non ci resta che spalancarle e lasciarla entrare. (6.7/10)

F.S. Blumm torna con Summer Kling, un lavoro strumentale che, per atmosfere e arrangiamenti, non si discosta molto dai precedenti. L’avvertimento per i novizi è d’obbligo: non fatevi ingannare da quel marchio - Morr Music - che campeggia in basso a sinistra della copertina. Qui, infatti, di indie c’è solo lo spirito, mentre di -tronico, beh, non c’è neanche l’ombra.
Perché qua tutto è sfumato, come se ci trovassimo in un esclusivissimo circolo jazz per gente dalla barba leggermente incolta e dall’aria assorta e sognatrice. E Blumm in questo ambiente ci sguazza e si esalta, per quegli arpeggi delicati di chitarra acustica (Halbton), per quei fraseggi di pianoforte commoventi come un ritorno di fiamma inatteso e trasbordanti di passione e romanticismo (Flocke), per quegli strumenti a fiato che di notte hanno la capacità di disegnare la malinconia nelle sue tonalità più scure e diluite (Walde).
Con una sforbiciata qua e là, togliendo alcuni pezzi che poco dicono e men che mai emozionano, avremmo avuto pelle d’oca e cuore a pezzi. Così, invece, il succo è un po' troppo annacquato. Ma Blumm merita comunque di essere ascoltato. Perché rimane un grande. (6.8/10)

Il fascino indolente e dinoccolato del fiato di Fadda e le minuterie a perdita d’occhio di F.S. Blumm. Il jazz da after dinner e la placenta di animaletti sonori. I suoni dei giocattoli, dei “fields” e della tromba tra il “trovato” e il “ritrovato”. La riflessione e il rilascio sul/del quotidiano. Sprofondare nella più comoda delle poltrone con in mano il migliore dei liquori, oppure l’immagine del robot con il joint in mano simbolo dell’IDM reincarnato uomo che si fa coccolare da una grossa, grassa mano. Oppure. Pensare che dal buco più profondo e onirico sia possibile levarsi in aria e rimanerci all’infinito. Il sogno di Wyatt.
F.S. Blumm Meets Luca Fadda è, almeno per tre quarti della sua durata, pura alchimia sulfurea come se i due musicisti si fossero capiti e completati da subito. Giorgi and Lucy, posta in capo alla scaletta, tratta proprio dal primissimo live set newyorchese, ne è la riprova: una sorta di streaming fusion tropicalista per chitarra, basso e tromba “innaturale” difficile da dimenticare. Trans-etnica leggermente sporcata d’elettronica come la ama il musicista tedesco ma decisamente più esotica-amniotica rispetto alla produzione quartomondista di un Hassell. C’è dentro la sensibilità indietronica e l’eleganza New York like del jazz e tutto sembra suonato e pulito, pure quando c’è il “processo” di mezzo, quando cioè l’intervento della tromba di Fadda è filtrato (ma non come quella di Jon) e i suoni di Blumm manipolati come un bravo zoologo del suono. In fin dei conti è come se i due smascherassero continuamente la sterilità di certi dibattiti sulla musica calda e quella fredda. Schizzano sulla tela una varietà di colori e sfumature senza voler ricomporre figure o narrazioni. Niente pop. Piuttosto sensazioni.
Umori anche complessi da sciogliere il timpano come accade nell’abbacinante Ricke and Dina, l’altro brano lungo presente in scaletta. Una savana interiore. Senz’altro una pastella dolcissima e non è un caso che la traccia sia stata pensata per un’audience di bambini, e nulla ci fa se Fadda l’ha suonata a duemila chilometri di distanza mentre Blumm era a Berlino. An Ideal for a leaving room. (7.0/10)

Gentile morbidezza artica. Tre parole che sintetizzano perfettamente la proposta musicale contenuta nell’esordio di Bobby & Blumm, ovvero la svedese Bobby Baby (Ellinor Blixt) e il già noto tedesco F. S. Blumm (Frank Schültge). Una voce femminile che piroetta delicatamente su tredici canzoni minimali e scheletriche, oltremodo. Infatti, è soltanto il suono pulito, algido ed essenziale di una chitarra a costituire la base di tutte le tracce. Menomale che tempestivamente fanno la loro comparsa anche un piano, una celesta e glitcherie varie, altrimenti il risultato finale rischierebbe addirittura di toccare temperature sottozero. Il paragone più vicino è quello con Susanna (con o senza The Magical Orchestra): stesso minimalismo sonoro, stessa eterea atmosfera, stesse latitudini glaciali. Ma è l’approccio vocale a planare a quote molto più basse rispetto a quelle siderali raggiunte dalla norvegese. Rispetto agli album di quest’ultima, infatti, Everybody Loves riesce ad annoverare canzoni dalle melodie molto più accessibili e di più facile ascolto. E ciò non è da considerarsi esclusivamente come un demerito, anzi. Not At Home, B To B e In Future Present, ma non solo, sono fragili canzoni pop di tutto rispetto che si fanno ben ascoltare: sognanti, quiete e leggere al punto giusto.
Bobby & Blumm: una valida versione tascabile di Susanna. Sicuramente un buon rimedio contro l’afa estiva che verrà. (6.3/10)