Che effetto fa ritrovarsi a 52 anni - 25 dei quali di onorata, stupefacente carriera - con Barrett nella testa, Lennon nella voce e Dylan tra le corde? Lo abbiamo chiesto a Robyn Hitchcock, che ci ha raccontato il suo ultimo album Spooked.

Quest’intervista via e-mail con Robyn Hitchcock è finalmente andata in porto dopo una lunga gestazione: non potevamo lasciarci sfuggire l’occasione di approfondire con il grande menestrello alcune tematiche riguardanti Spooked, il suo ultimo, stupendo lavoro. Quello degli album recenti (incluso Luxor, 2003) è un Hitchcock ormai maturo, calato ancor più intensamente nel suo tipico songwriting meditabondo ed onirico, ma con un afflato folk / dylaniano più accentuato (e non poteva essere altrimenti dopo il tributo di Robyn Sings, doppio live interamente dedicato al cantastorie di Duluth); i voli lisergici dei Soft Boys e delle sue prove soliste più riuscite con gli Egyptians (Black Snake Diamond Role, fegMANIA!, Element Of Light) sono ormai lontani nel tempo, anche se riaffiorano talvolta quasi con un piglio nostalgico, una nostalgia simile a quella che permeava un capolavoro come I Often Dream Of Trains. Robyn ha comunque conservato, almeno dal tenore delle sue risposte, quel proverbiale spirito ironico-surreale che contraddistingue da sempre l’uomo quanto l’artista.
In effetti, più invecchi e più i tuoi tempi rallentano. Ormai suono alcune delle mie vecchie canzoni a metà della loro velocità originale. Sai, quando é giovane,l’universo si espande fino a coprire milioni di chilometri in un lampo secondo, quando è maturo, diventa fisso, immobile, uniforme e pulsa al ritmo di profonde vene emozionali, e poi quando invecchia implode su stesso. Per me è la stessa cosa. Sono come una vecchia colonna romana che aspetta di finire in nella mostra in un museo o di disintegrarsi.
Si tratta di una vecchia canzone che ho composto circa vent’anni fa o forse più. Lavorare con Gillian e David me l’ha riportata alla mente, così l’ho ripescata dal fondo della memoria e gliel’ho proposta. Ero sicuro che loro erano perfetti per quel pezzo, come nessun’altro sarebbe stato mai. Mi hanno interrotto pensando che stessi scherzando!
La “beatle-music” colpisce ancora! Anche senza percussioni e chitarre elettriche, quel particolare ronzio ritorna. Avevo 13 anni nel 1966 e questo resterà sempre un fatto importante. Non si dimentica ciò che ti ha influenzato a quell’età. Ho sempre adorato quel suono, e ce n’è in abbondanza anche nei Soft Boys,no? Il sitar elettrico è una chitarra con delle corde fatte apposta per creare quel suono, che risuonano proprio accanto ai microfoni, e una corda di metallo sottile o di carta (non so, ero senza occhiali) contro cui le altre corde si strofinano, producendo quel tipico scricchiolio.
Dovresti chiederlo a Bob Dylan, ne parla in una delle sue canzoni, no? Probabilmente si perde l’opportunità di una bella cena col Papa. Ma Dylan l’ha incontrato ugualmente e quindi almeno lui è a posto!
Significa essere ridotto al terrore da un gioco (e da un bel mucchio di soldi), un po’ come l’America di oggi. La minaccia potrebbe essere reale, ma la paura assume una dimensione teatrale che fa molto comodo sia al governo sia a coloro che controllano i mass-media.
Conservavo alcune mie registrazioni mentre cantavo canzoni di Dylan e alcune di questo le ho fatte ascoltare ad alcune persone che mi hanno chiesto se avessi voglia di inciderle ed alla fine ho accettato. Poi sono state aggiunti altri tre pezzi per rendere completa la raccolta. Ne è venuta fuori una gran bella collection, ma per nulla meditata, credimi.
Bob Dylan era il primo autore di cui imparavo le canzoni alla chitarra. Erano facili da suonare, ma difficili da interpretare e soprattutto da eseguire con una voce che non sia quella di Dylan o almeno un’ombra di quella di Dylan. Sto ancora imparando come suonare Visions of Johanna, anche se sono passati circa quarant’anni dalla prima volta che l’ho ascoltata. Ma devo dire che la suono meglio di quanto faccia Dylan oggi, forse è un brano che riveste più significato per me che per lui! “Great master” è un termine troppo delicato per definirlo, di solito ci si rivolge a Dylan con termini come “brillante” o “terribile”. E’ vero che dal vivo, “massacra” le sue vecchie canzoni, ma i suoi due ultimi album sono stati molto forti.
C’è davvero molto da contemplare intorno a te ed io sono in questo stato contemplativo da quando avevo 12 anni. Ho sempre preferito la dimensione contemplativa al gioco del calcio. Queste due canzoni che tu citi potrebbero essere cantate da una donna ed, in effetti, le canta Gillian Welch, ma anche David Rawlings che è un uomo, come me.
A ciascuno il proprio “media”, potrei dire. Per quel che mi riguarda, sono i giornali a stampo liberale e la TV a raccontarmi il mondo come io credo che sia. Altri naturalmente preferiscono il mondo dipinto da Murdoch o da Berlusconi. Grazie a Dio c’è la BBC! E’ difficile avere le notizie nel modo giusto in America.
Non l’ho notato, ma penso che si possa facilmente trovarvi un filo conduttore. Credo immensamente nella verità dell’inconscio.
Bram e Sophia stavano insieme alcuni anni fa. Non li ho mai incontrati ma avevo sentito che erano delle persone assolutamente speciali. Ma come si può raggiungere delle persone ormai lontane? Avrei voluto incontrarle e dare i loro nomi agli album che contengono le mie sessions dal 97’ al 99’.
Morris Windsor suona le percussioni e a volte canta anche con me, alle feste o durante gli show in Inghilterra. Per un bel po’, non ho più visto Andy Metcalfe, ma credo stia bene. Il circo degli Egyptians/Soft Boys non è molto socievole, ci siamo sempre solo incontrati per suonare insieme.
Nel 1996 Jonathan Demme organizzò e filmò un concerto in cui suonavo in una vetrina di un negozio sulla 14esima strada a New York. E’ bellissimo sia dal punto di vista del suono che da quello delle immagini, anche se io sorrido una sola volta nel video. Deni Bonet suona il violino in alcune canzoni e Tim Keegan si unisce a me con la chitarra verso la fine. Il film si chiama “Storefront Hitchcock” ed è disponibile in DVD.
Penso che abbia commesso un grosso sbaglio alleandosi così strettamente con l’America di George Bush, specialmente quando ha deciso di invadere l’Iraq. Posso capire il desiderio di legare l’Europa all’America, ma Blair sembra aver semplicemente rimorchiato la Gran Bretagna attraverso tutto l’oceano Atlantico per andarla ad ormeggiare direttamente a Washington DC. Non potrei più votare per lui adesso, sarebbe come votare per Bush. Non riesco proprio capire se Blair si renda conto di ciò che sta facendo?!
Queste sono state sicuramente le mie due maggiori influenze musicali, insieme a Dylan, che a sua volta ha influenzato Lennon e Barrett. Non credo di aver avuto nessuna influenza su di loro, ma piuttosto mi vedo come uno di loro, questo si. Dylan ha liberato il musicista che era in me, Barrett mi ha aiutato a forgiare il mio stile e la mia identità e John Lennon è quello che più spesso sento risuonare nella mia voce mentre canto, soprattutto ultimamente.
Un doveroso grazie per il buon esito di questa intervista a Marco Grompi della I.R.D., Davide Sapienza e Donatella Portoghese per la sua sagacia di traduttrice.

Tempi strani, i primi anni Ottanta in terra britannica. Tempi in cui i suoni roboanti e maleducati del punk scemavano inesorabilmente in favore delle decadenti stramberie claustrofobiche della nascente new wave e dove l’irriverenza di band come Sex Pistols, Buzzcoks, Damned veniva rapidamente soggiogata e annichilita dalle turbe psichico-esistenziali dei lacrimosi Joy Division, Cure, Bauhaus. Difficile in un clima musicale plumbeo e rassegnato come quello ipotizzare una rinascita musicale a tinte forti, ancora più complicato procrastinare l’avvento di esperienze sonore legate a filo doppio alla cultura psichedelica e poppeggiante dei Sixties.
Eppure tra le viuzze malandate della Cambridge universitaria, scaldati dai rari sprazzi di sole di un cielo grigio per contratto, nascevano nel ’78, su iniziativa di Robyn Hitchcock, Kimberley Rew, Matthew Seligman, e Morris Windsor, i Soft Boys.
Immaginatevi la scena: un club di periferia, stipato fino all’inverosimile di revanscisti della spilla da balia e depressi cronici dal muso lungo. Sul palco gli headliner della serata, quattro malandrini dal coretto facile che citando indirettamente il William Burroughs di The Soft Machine, si fanno chiamare “ i ragazzi soffici” e cantano di vibrazioni positive. Può esserci qualcosa di meno cool e più fuori tempo di tutto questo? E infatti i Nostri rimarranno una band di culto fino all’ ’82, anno che sancirà definitivamente la fine della loro avventura.
Un peccato se si pensa a A Can Of Bees, acerba raccolta di psichedelia retroattiva farcita di chitarre à la Television e data alle stampe dal gruppo nel ‘79.; quasi una tragedia se ci si attarda a considerare l’opera pubblicata un anno dopo, quell’Underwater Moonlight che sancirà definitivamente l’ingresso del quartetto nello scintillante quanto misconosciuto empireo della neo-psichedelia inglese.
Tra le tracce del disco trovano posto i Byrds più jingle jangle e i tracciati irregolari di Captain Beefheart, le deviazioni acide di Syd Barrett e l’afflato melodico di certi Beatles, l’approccio strumentale dell’art rock americano e un’indole squisitamente pop, in un'emulsione spigolosa ed eccentrica, fuori sincrono e surreale, policroma e fantasiosa. Una musica che imbastardisce il punk storpiandolo nell’inno politico di I Wanna Destroy You – invettiva dedicata all’allora primo ministro inglese Margaret Thatcher -, si srotola in armonie corali e anfetaminiche degne dei migliori Beach Boys in Positive Vibrations, cita il Bowie più cavernoso tra i colpi di riff che decorano il blues drogato di I Got The Hots, si abbandona ad arpeggi alla Byrds “otto miglia più in alto” in The Queen Of Eyes. Dal cilindro del gruppo non escono soltanto conigli bianchi ma una varietà di creature fantastiche degne del miglior Carroll, insoliti scarti melodici e progressioni mai banali, a dimostrarlo il crescendo di Insanely Jelous e Tonight, lo strumentale di You’ll Have To Go Sideways o l’ironica title track.
Se la personalità delle armonie non passa inosservata, lo stesso dicasi per i testi di Hitchcock: una ratatouille di cieli cremosi, bulbi elettrici, gelosie insane, vecchi pervertiti,insetti che scorrono sottopelle, parte integrante di un immaginario narrativo figlio delle ossessioni di Syd Barrett ma al tempo stesso estremizzatosi verso un’esaltazione dell’accostamento insolito, del gusto per l’iperbole.
Un disco da classificare alla voce “pop psichedelico” , sopravvissuto all’inesorabile trascorrere del tempo in virtù della forte personalità ed eguagliato soltanto da quel Nextdoorland che nel 2002 sancirà la reunion ufficiale della cricca di Hitchcock.

Molte delle canzoni messe su disco da Mr. Hitch in oltre un quarto di secolo sono belle di una bellezza sghemba e terribile, tanto da far saltare i metri di giudizio e le categorie estetiche a cui da sempre - un po' stancamente - appoggiamo i pensieri. Facile ma appropriato rimandarle alle intime e scontrose meraviglie del Syd Barrett solista oppure alle malferme nudità del cugino d'oltreoceano Skip Spence, fautori di bozzetti talvolta sgangherati eppure solenni, ineffabili concrezioni di (inconsapevole) genio.
Ecco, la mente di Robyn doveva essere sintonizzata su frequenze assai simili mentre escogitava i primi due album in solitario, Black Snake Diamond Role (1981) e Groovy Decay (1982), azzeccando - soprattutto col primo - la giusta misura di incubo beffardo e visione nebulosa. Ne uscì però drammaticamente insoddisfatto, al punto da lasciarsi tutto alle spalle per cercare rifugio e meditazione nel natio Sussex: una fuga interiore tanto repentina quanto provvidenziale, perché fu allora che concepì e realizzò il capolavoro I Often Dream Of Trains. Suonato quasi interamente dal solo Hitchcock nello storto splendore di un lo fi più esistenziale che programmatico, è disco indifferente al tempo, isolato, anomalo, puro. Uno schizofrenico, lancinante riassunto d'uomo.
Occorre innanzitutto tener presente che dei 24 titoli che compongono l'ultima - forse definitiva - edizione, solo 14 costituivano l'originale: a parte i soliti più o meno ovviabili alternate takes, sono 5 le tracce inserite a mo' di cuscinetto tra gli ideali lati del vinile. Quest'ultime, vi assicuro, tutt'altro che scarti o riempitivi: romanticherie fumose (Mellow Togheter), rabbrividenti scheletri folk (Winter Love), pure reminiscenze Skip Spence (The Bones In The Ground), cha cha cha spettinati in salsa Beatles (My Favorite Buildings) e clamorose invenzioni melodiche che sembrano sbocciare dallo stesso nulla in cui riposa(va) lo spirito barrettiano (I Used Say I Love You). Molto vicine insomma al cuore dell'opera, dentro al quale il breve preludio di Nocturne (un piano ramingo, barbagli di puro romanticismo) sembra volerci sofficemente accompagnare.
Superata così la pellicola dello specchio, Sometimes I Wish I Was A Pretty Girl può liberare senza remore il proprio bizzarro e facinoroso sarcasmo: grattano le corde un riff ruspante pieno di sacra approssimazione, mentre la voce gorgoglia, slitta e si sdoppia inerpicandosi su scale mobili ubriache, col piano che segue a ruota, puntuto e sbilenco, preda di indecifrabile passione. Un primo passo nel delirio, che in Cathedral - arpeggio di ragnatela e piano sgocciolante sotto una luce di luna - diviene trepido incanto e disarmante abbandono, contemplazione stupita di labirinti visibili e invisibili.
Piuttosto che tendere alle asprezze di Lennon o alla bieca follia di Barrett, la voce di Robyn sceglie di mostrare tutta la propria fragile luminosità, l'anti-virtuosismo fremente e sornione: la scheggia a cappella di Uncorrected Personality Traits riesce così scellerata scorribanda Monty Python, mentre il mood della successiva Sounds Great When You're Dead sembra estorto alla teatralità viscerale degli Who (ma l'inarrestabile impennarsi del chorus è pura emulsione Kinks), vibrante e madreperlacea nonostante la ruvidezza dell'impianto che in Flavour Of Night si concede appena una brezza di sax, intanto che l'anima rabbrividisce al passaggio di valzer fumosi e un piano alla deriva, in questo spazio senza risposte nella notte profumata di freddo e dolore. Con il RnB ebbro di Ye Sleeping Knights Of Jesus (basso caracollante e cori in derapage) si concludeva l'originale lato A, lasciando all'irruenza fragile di This Could Be The Day il compito di iniziare il contropelo, forte di jingle jangle intrecciati su prospettive clamorosamente dischiuse finché un'armonica non spazza tutta la polvere e i sogni che deve spazzare.
La successiva Trams Of Old London sembra infatti scuotersi da un appiccicoso torpore, danza di pensieri indolenti attraverso chissà quali nebbioline, memorie ingannevoli che il gospel schizofrenico di Furry Green Atom Bowl disperde nell'acido profluvio dei sensi in rivolta, per essere poi raccolte dal toccante svolgersi strumentale di Heart Full Of Leaves, minuetto rappreso per anime senza più giudizio né parola. Sprofonda in un vapore psichedelico la successiva Autumn Is Your Last Chance, memore a tal punto dell'armamentario di visioni Ultimate Spinach da imbarcarsi in prodigioso decollo sulle ali di uno straniante mantra vocale, con il che possiamo dirci ben pronti ad affrontare la title track: una mazurca d'altroquando, il legato argentino delle corde come un fiocco sullo stupore, la voce ormai arresa a se stessa e franca come un Roy Harper ad alzo zero, melodia che non si sa dove voglia arrivare (e se vuole farlo) lasciandoci così sull'orlo di un'attesa, che si risolverà forse al risveglio, quando l'ultimo palpito di basso, quando l'allarme irrisolto di quel piano e quelle corde saranno il sapore di un sogno finito.
In ultimo, ancora il Nocturne: ma è per chiuderci il cuore.

Sono lontani i tempi di Black Snake Diamond Role (1981), quando Robyn Hitchcock, lasciatosi alle spalle l’esperienza dei Soft Boys, decise di imboccare la strada che - nel giro di qualche anno - lo avrebbe portato a realizzare un album memorabile come I Often Dream Of Trains, raccogliendo in certo qual modo l’eredità del Syd Barrett solista.
Da allora è trascorso quasi un quarto di secolo, e l’Hitchcock della maturità, per esser chiari questo di Spooked, somiglia sempre più a un cantautore americano, quasi dylaniano, preso a tirar fuori dalla chitarra acustica splendide canzoni di matrice folk e country. Non a caso i brani che compomgono il disco sono stati registrati a Nashville con il contributo di Gillian Welch e David Rawlings.
Ecco quindi che tra rimandi nostalgici (English Girl), ballate stralunate (Everybody Needs You, Sometimes A Blonde), canti a cappella (Demons And Fiends) e sottili allusioni di pop e ironia (Television), si levano Full Moon In My Soul e Flanagan's Song, gli episodi migliori di un'opera intensa, brillante e particolarmente ispirata. Uno sfavillante intreccio acustico sospinto, qua e là, da ritmiche contenute, in cui trovano spazio la stravagante Welcome To Earth (breve interludio vocale), Creeped Out, il frammento più zigrinato e rockeggiante del cd, e Tryin' To Get The Heaven Before They Close The Door di Bob Dylan: lieve come il vento che sfiora il paradiso. Abbiate fiducia: Spooked non fa affatto paura. È il caso di procurarsene una copia, possibilmente originale. (7.7/10)

Imbattersi in nuovo disco di Robyn Hitchcock è come ricevere la lettera di un vecchio amico che si fa sentire ogni tanto: non importa che in fondo racconti sempre le stesse cose, l’importante è sapere che stia bene.
Olè Tarantula non solo conferma lo stato di salute del Ragazzo Soffice, ma se possibile porta anche qualche buona e gradita notizia. Come il ritorno a una backing band dopo gli anni folk (tutt’altro che secondari, culminati in dischi di spessore come gli ultimi Luxor e Spooked): al posto dei mitologici - in ogni senso- Egyptians, archiviati definitivamente con Respect (1993), troviamo oggi i Venus 3 composti dai Minus 5 Bill Rieflin, Scott McCaughey e – rullo di tamburi – Peter Buck.
L’ammirazione di Robyn per il lavoro dei R.E.M. (ovviamente ricambiata con riverenza) non era un mistero, e una joint venture del genere non poteva che dare esiti felici: non solo il songwriting di Hitchcock è sempre in forma – pur non spostandosi di un millimetro dalle solite coordinate - ma addirittura qua e là si sente Buck tornare ai fasti garage-raga-psych di Reckoning e dintorni (Underground Sun,Red Locust Frenzy o The Authority Box, acida alla Monster).
Un sogno per gli estimatori di entrambi, ma non è tutto: laddove gli Egyptians erano pienamente immersi nei trip psych del band leader, adesso il suono è più bilanciato verso il classic rock (complici anche comparsate di Ian Mclagan dei Faces e il vecchio compare Kimberley Rev), senza però snaturare la sua poesia visionaria, a cui gli anni hanno aggiunto un’agrodolce malinconia che si cela dietro la maschera del giullare (vedi la toccante elegia per Arthur Kane dei New York Dolls, NY Doll appunto). E così tra un estremo omaggio al Diamante Pazzo (Adventure Rocket Ship), un folk sbarazzino macchiato da un piano vaudeville annata ’67 (Belltown Rumble), l’ennesimo tributo a Dylan (la title track) e una sciocchezza come Cause It’s Love (che pare uscita da Fegmania!) ritroviamo il caro vecchio Robyn di sempre, tuttavia capace ancora di regalarsi in maniera convincente e per certi versi spiazzante. Bentornato, ancora una volta. (7.0/10)

Compilation di demo e rarità assortite risalenti agli anni ’90 (copre il periodo 1993/1999), a pochissimo tempo dal ricco cofanetto I Wanna Go Backwards (2007), Shadow Cat offre una panoramica in acustico ed elettrico (tra outtakes e unreleased) delle innumerevoli gemme disseminate nella amplissima discografia del songwriter inglese, tra appunti, bozzetti e frammenti assortiti. Raccolta questa che ha il merito di far scoprire pezzi che altrimenti sarebbero rimasti negli archivi, e che testimonia la prolificità di Hitchcock.
Siamo di fronte alla consueta vena immaginifica del Nostro, sempre a suo agio in umori psych barrettiani e songwriting rock-folk di matrice byrdsiana. Con il valore aggiunto di una cover hendrixiana, The Wind Cries Mary, che riesce persino a tramutare in un classico dylaniano in acustico, talking compreso! Tra assonanze younghiane (Baby Doll) e l’oscura title track che vede Morris Teeper (Captain Beefhart) alla chitara acustica.
C’è un senso di sospensione, di inquietudine rarefatta (High On Yourself) in molte delle ballad qui comprese, di immagini che procedono a specchio l’una nell’altra, rimandando ad altre canzoni, come in un caleidoscopio psych. Un gioco di incastri dove le assonanze si rincorrono, mentre si crede di individuare qua e là dei frammenti noti. Sono pezzi che nella maggior parte dei casi avrebbero meritato di finire nella discografia ufficiale, sgrezzati dalla forma demo. E chissà ancora quanti altre ne ha in serbo. (7.2/10)