Recentemente balzata a rango di cult act grazie alla distribuzione di Wide e alle critiche positive della stampa specializzata, l'etichetta friulana Riot Maker è una delle scene now on del panorama …off italiano

I protagonisti sono tutti giovani, probabilmente il più vecchio non raggiunge i trent'anni, molti di loro hanno aspetti cartoneschi e perché no da videogioco d'annata della Lukas Art.
Nelle parole dei suoi stessi fondatori, ovvero i due membri di FareSoldi, la monkey island in questione propone una traiettoria definita wrong way to pop. E dove starà lo sbaglio? In verità se di errore dobbiamo parlare non è quello d'incappare in facili intellettualismi o in popolari etichette quali gli ismi del caso o il glitch: scopo di questi Guybrush Trepwood è quello di far cozzare, clashare, generi e stilemi che ancor oggi nell'immaginario comune non possono coesistere né per il fighetto né per l'ultrà del centro sociale.
Lo spirito - basta dare un occhio al merchandise a base di motoseghe, doughnuts da Homer Simpson e cappellini da drugstore americano per rendersene conto - è quello dei b-boys scazzati e impertinenti, quelli dalle braghe larghe e i capelli indie-rock, cresciuti in quel nord-est anni Novanta dove Mtv e massicce dosi di tv convivevano con l'hardcore autoctona, nel quale il mainstream pop si mescolava a un giro in discoteca l'estate, un tuffo nelle linee sagomate dei murales e un teletrasporto in un video di Beck.
Così Britney e lo speaker truzzo che parla al microfono della disco di campagna, Bud Spencer e il musical all'italiana di Vianello e Walter Chiari sguazzano in uno scenario che potrebbe benissimo riportare la mente alla stagione Notte Vidal bolognese, con i Nuovi Cinema Inferno e i Johnson Rigeira del caso, eppure Riot Maker interseca la retta della famosa serata dello storico Link prevalentemente sul versante estetico-visivo e non tanto musicale. Non è la lounge music o lo spaghetti western a venir riesumato, piuttosto le biografie sonore dei vari personaggi fatte di giocattoli, rap, videomusic, e tanta tanta disco, subìta - afferma il Pasta - più che praticata.
Un perno oltre a questo, a dir il vero c'è ed è il laptop, strumento cheap ma soprattutto congeniale a alcune delle sonorità dei nostri tempi elettronici. E nel macinino digitale ci entra di tutto: dallo scoppiettante pop dei recenti Mouse On Mars all'elettronica minuta e bofonchiosa dei Notwist (Amari), dall'action painting sonoro dei The Books (Ricciobianco) all'house dei Master At Work (Scuola Furano e FareSoldi).
Dariella - membro degli "storici" Amari - non sbaglia quando riassume l'etichetta come la "nemica numero uno dell'indie rocker purista" e l'equivalente di un “cocktail martini con l'elettronica giocattolo e l'House più caciarona”. Più che avant, è disco an'dré! Eppure l'operazione, oltre alla più o meno inconsapevole impellenza del piccolo musicista pop-tronico tutto campionamenti e sintetizzatori "who is Elvis", apre a palette di suoni scontatamente inediti.
In questo senso Fare Soldi, Scuola Furano, Riccio Bianco e Amari riservano un'autentica ventata d'aria fresca, di sorrisi, dondoli di nuca e frivolezze e abbondati dose di tresciumi ben oliati.
Sembra che per gli Amari suonare sia un gioco. Si pensa ad un trio che marina la scuola per chiudersi con grande gusto in una di quelle stazioni di videogames vecchio stile, farcite dalle carcasse irregolari che inglobano schermi, pulsantoni e joysticks. Li si immagina divertirsi come dei Peter Pan senza età precisamente definibile. E si sorride.
Dariella, il Pasta e il Cero sono il nucleo resistente della band, la zona inossidabilmente creativa di una piccola ma curata discografia che spesso e volentieri si serve di altri volti ed altre mani (specie dal vivo) per aggiungere qualche altro buon metallo alla lega. Ed in tutta evidenza la combinazione funziona, perchè all'indomani di Grand Master Mogol gli Amari si affermano come una delle band più scanzonate ed interessanti dell'intero panorama indie italiano. Ed "indie" è una di quelle parole gommose e versatili di cui ai tre fanciulli friulani piace abusare silenziosamente, di soppiatto: senza che la si consumi o la si pronunci a sproposito, la si usa come croce e delizia di un'estetica decisamente idiosincratica; basta solleticarla, parafrasarla con quel giusto senso dell'umorismo incantato/disincantato di cui, così bene, sanno infarcire le loro canzoni da Part(y)-Time Jobs a Campo minato.
Pasta: No, non è grave se ti curiamo in tempo, magari prescrivendoti qualche antibiotico, per cominciare Enter The Wu-Tang del Wu-Tang-Clan e De La Soul Is Dead dei De La Soul.
Enri Colibrio: Va tutto bene, ma adesso cerca di respirare. L'Hip Hop non è cattivo. Sicuramente questo tipo di suono e la sua cultura hanno poco a che vedere con le fragili emozioni che può regalare una sala da liscio, ma una volta ho visto una coppia litigare durante una polka e non mi è piaciuto.
Dariella: A me è successo parecchie volte di stare con ragazze che non digerivano affatto la black music. Ho passato anni a cercare di far entrare nelle loro orecchie rap e derivati e nel momento in cui raggiungevo il mio obiettivo sono stato regolarmente mollato! L’hip hop è ripetitivo, un po’ come le abitudinarietà dei maschi. Che ci sia un nesso?
P: Credo di sì, forse per qualche mese, per il resto abbiamo sempre ascoltato anche altri generi (cosa che il b-boy medio normalmente non fa, al massimo se vuol far il cattivo ascolta il nu-metal e se vuol far il trasgressivo balla la drum&bass).
D: Pasta! Traditore! Così tradisci la scena! Scusalo, non sa quel che dice, lo siamo tuttora ovviamente! Però di quelli che assomigliano a Jovanotti! Le nostre nonne ci hanno sempre visto così.
P: Vorrei precisare che piu che Major ci riteniamo Majorenni, e che Sesso Soldi e Spumante (sennò cade la regola delle tre "S") erano una nostra priorità fin da piccoli, rispettivamente: i manga erotici della clinica dell'amore, i soldi finti del monopoli, la gazzosa o peggio la spuma del discount.
EC: Sei alla ricerca di una storia da raccontare, vero? Qualcosa che possa scuotere il lettore e che alimenti la vecchia trama a base di "sesso, droga e rock'n roll"! Vorresti sentire che la nostra vita è piena di eccessi e che una volta regalai al Cero una torta di compleanno con dentro un commercialista biondo. Bene! Anch'io vorrei davvero averlo fatto ma la realtà è diversa: vendiamo fiammiferi in un parchetto ed abbiamo tanto freddo.
P: Crediamo sarà d'aiuto alla nostra di musica, permettici di essere egoisti una buona volta!
D: Beh sinceramente sarebbe bello fosse un esempio positivo per l’intero sistema discografico italiano. Ma sì, qua si parla di utopia.
EC: Warner commercializza le opere pubblicate nel catalogo Riotmaker attraverso la propria rete di distribuzione, mentre a Riotmaker viene garantita una totale autonomia decisionale e creativa (Luka Carniful dixit). In pratica continuiamo a fare di testa nostra ma con l'aiuto di una struttura più forte. In più, ogni volta che qualcuno ci fa notare quali rischi si corrono in questo ambiente ci facciamo coraggio ripensando al miracolo Cesare Ragazzi.

EC: Ci sentiamo sempre più uniti e crediamo sempre di più in quello che stiamo facendo. Per il nuovo tour abbiamo cambiato abbigliamento, pensato a nuove scenografie e ovviamente suoniamo una scaletta nuova. A parte questo non c'è moltissima differenza se consideri il fatto che anche la scimmia, come la balena, è un mammifero.
P: E siamo molto piu incazzati.
D: Neri, aggiungo io!
P: Probabilmente adesso no, in quegli anni invece sì, i concorsi aiutavano le band a far circolare il nome fra gli addetti ai lavori. Ora c'è internet, non serve quasi nemmeno suonare! Ricordo che in quel periodo dire "abbiamo vinto Arezzowave" creava un timore quasi reverenziale fra gli amici, e sicuramente per noi è stata una tappa importante, un’occasione che credo abbiamo sfruttato a fondo arrivando al festival ben agguerriti, anche dal punto di vista della promozione fatta in casa.
D: È un peccato che questo festival sia stato assassinato in quella maniera. Oltre all’esposizione che il festival forniva alle band emergenti, era soprattutto l’unico evento musicale italiano che metteva artisti, giornalisti e promoter spalla a spalla. Era bello perché poi nella quotidianità imparavi veramente tante cose sul panorama musicale italiano e soprattutto come funzionano le cose sopra e sotto un palco importante.
EC: Partecipare ai concorsi sicuramente aiuta a rafforzare lo spirito di una band ma gli obiettivi di un gruppo devono essere altri: suonare tanto, ovunque e lavorare per sviluppare un'identità forte e riconoscibile. Esistono tanti strumenti di promozione molto più efficaci dei concorsi: il mio consiglio alle band è di unirsi ad un circo!
P: È un'idea ottima, ma tale operazione ha senso (e successo) solo se attuata da una band già famosa (altrimenti è un buco nell'acqua, esistono altri esempi in merito) che è diventata famosa grazie agli investimenti di una Major. Cosa succederà quando le Major non esisteranno piu e le band non disporranno di quei capitali da investire per "diventare famosi"?
EC: Sappiamo tutti che se i Radiohead non avessero fatto uscire il loro disco in mp3 ci avrebbe pensato qualcun altro a convertirlo!
D: Però hanno fatto un disco splendido!
P: C'è chi a causa dei prezzi decide di comprare online su Amazon, chi passa al digitale su itunes e chi scarica gratis tutto quanto. Ma c'è davvero un dibattito?
EC: Si parla sempre di crisi nelle vendite del mercato tradizionale del disco. Da un lato il file sharing e dall'altro un sistema discografico che fa acqua da tutte le parti condannano il commercio di dischi al declino. Secondo me questo non significa che tutti i negozi siano destinati a sparire perché la musica è un bene troppo importante e di cui nessuno farà mai a meno. Si tratta solo di pensare a nuove strategie di distribuzione e vendita.
D: Il fatto è che forse in Italia manca la cultura del “negozio di dischi”, che ha perso quella funzione didattica che nelle decadi passate possedeva.
P: Nasce in furgone o a pranzo in autogrill, come quasi tutto quello che produciamo ormai!
EC: La nascita della copertina di Scimmie d'amore è stata preceduta da un estenuante rituale di corteggiamento, molto simile a quello del pavone. A questo è seguita una fase di accoppiamento, ancor più agghiacciante. Vuoi veramente sapere i particolari?!
P: Evidentemente sì, c'è qualcosa di confortevole e comodo nell'accodarsi ad un filone musicale, classico o trendy che sia, noi siamo matti ed abbiamo scelto la via in salita …
EC: È giusto che ci siano dei movimenti capaci di generare delle tendenze, soprattutto in riferimento al suono, ma queste dovrebbero funzionare da stimolo o, al limite, produrre del citazionismo intelligente. E' pazzesco il fatto che proprio nella musica, uno dei campi in cui dovrebbe esserci più libertà creativa, oggi ci sia un livello di conformismo imbarazzante!
D: Non lo so, forse è una questione di amare la musica fino ad un certo punto. Per poi rinnegarla. Così hai le idee più chiare su quello che ti interessa realmente negli artisti che ascolti e ti ispirano.
EC: Se avessi saputo che avremmo parlato di questo! La nostalgia è uno dei nostri sentimenti preferiti: ci rifugiamo continuamente nel passato e siamo così nostalgici che di solito usiamo tutti i verbi all'imperfetto.
EC: Stai pensando all'effetto "violini"?
P: Per carità, l'ha fatto la Pausini di recente con risultati pessimi, lasciamo al bravo Bersani le sue canzoni!

Dunque, la domanda è: a che gioco giochiamo? Quale che sia il gioco, quali che siano le regole, il pericolo è dietro l'angolo. Se si è alle prese con uno di quei videogiochi vintage ambientati in un sottomarino ventimila leghe sotto i mari, si tratta di una piovra gigante; se si scrivono canzoni il nemico non è così facilmente identificabile, ma non meno minaccioso. Forse, si tratta di piacere: ma a chi, a cosa? Agli altri, a se stessi?
A questa annosa domanda risponde Squadritto, l'opener di Gamera; una ventina di righe crude, tirate giù e annegate nella salsa che piace agli Amari, cioè un intruglio poco mescolato (perchè se ne possano sempre ben riconoscere gli ingredienti) di ironia cupa che si arrampica su di un hip-hop/pop destrutturato che fa fatica a resistere ai paletti della forma-canzone. La voce di Dariella è distante, prodotta come se venisse da un angolo non inquadrato, fuori-campo; le tastierine Casio e le percussioni lavorate dal Pasta e dal Cero gracchiano alle sue spalle e si spargono su dolce-amari anthems generazionali come Part(y)-Time Jobs. La band gira, volta e manipola suoni che schizzano ovunque. O forse sono i suoni a girare, voltare e manipolare la band. Ascoltando 5 Words si ha la sensazione che le parole stesse smettano di significare, limitandosi a suonare, echeggiare programmaticamente vuote in questa doppia sfida Nintendo tra l'uomo e la macchina.
In ogni caso, gli Amari vanno allo spareggio a mento alzato. E con Gamera, lavoro tendenzialmente sperimentale e dunque difficile, i Nostri si aggiudicano l'attenzione che meritano. Al termine del gioco il sottomarino ha imparato come schivare i tentacoli della piovra gigante finendo per ignorare ogni volta la schermata del "game over". Si ricomincia. Ogni volta più forti, più pronti, più esperti. (6.5/10)

Così come Gamera, il nuovo disco degli Amari Gran Master Mogol si nutre a grandi morsi di una passione per il retrogaming, chiamata in causa in maniera programmatica dalla grafica quanto dal sound. Eppure le cose sono cambiate. A differenza del lavoro precedente la tracklist di questa nuova piccola creazione Riotmaker si avvita attorno ai temi scomodi e difficili di un'adolescenza non-finita, indescrivibilmente lunga, dalla quale è faticoso uscire. Non c'è meno ironia, ma c'è più sincerità e, gioco di parole scontato ma calzante, molta più amarezza. Dariella, Pasta e Cero si (in)scrivono nelle canzoni spesso in toni personali, si e ci (in)cantano, (ri)suonando in un certo senso più maturi e risolti. Costruiscono una miniatura curata in ogni dettaglio di usuali paesaggi individuali nuovamente e diversamente percepiti, balzando con continuità sorprendente dal piccolo al grande: dai calzini a righe nuovi da abbinare per uscire la sera facendo bella figura, fino alla solitudine curata dall'intimità degli sconosciuti su un treno.
Il fatto è che - fuor di metafora - si entra con grande facilità in canzoni universali come Campo minato o Tremendamente belli, le si impara a memoria nel giro di due giorni. Le si succhia via. Le si (ri)vive agilmente proprio perchè il velo degli esordi, la distanza tra la musica e il testo, viene colmata. E' importante pensare i pezzi nella cornice ben fatta dell'hip hop/indiepop in cui si inscrivono (reminiscente ancora una volta dei primi e migliori Casino Royale ma anche dei Death Cab for Cutie e di certo indie-electropop ad essi affine), ma è altrettanto importante pensare gli episodi della tracklist nella loro immediatezza e spontaneità. Come dire che per una volta è quasi bene non vivisezionare, non cercare di aprire questi giocattoli sonori atipici per contarne gli ingranaggi e le molle. E' questione di andare oltre i generi o i paragoni, di condividere, di immedesimarsi e di lasciarsi andare. Bolognina Revolution peccherà di ingenuità, forse e La prima volta o Arte bruciante potranno suonare come ultimo singulto post-liceale, ma il loro fascino è proprio lì, in questo esercizio ostentato di giovinezza che è ben lontano dall'essere incosciente o gratuito.
Insomma, Grand Master Mogol ci fa e ci è. Gli Amari si divertono e noi ci divertiamo con loro, come prima, più di prima. La novità è che, forse, tra i ghigni un pochino cinici ed il gusto per l'humour nero ci scappa qualche smorfia di malinconia.
Il loro talento finalmente ci sembra canalizzato non solo in schemi sonori così curati e meticolosi o in effetti tesi e corposi - batterie calibrate ad hoc, chitarre eloquenti - ma anche in cantati sentiti, soggettivi, intensi.
Grand Master Mogol merita un NB sul registro di scuola Riotmaker - quell'edificio coperto di graffiti e colori accessi in cui chi bigia le lezioni per correre a giocare a Tetris si merita la lode. (7.5/10)

L'occhio strizza oltralpe mentre il mulino macina chic a più non posso. I campioni ritmici prediligono i breakbeat (senza disdegnare le sincopi), le chitarre scorazzano nell’aia dello Zio Sam (e ci sono pure le tartarughe…) e i synth, infine, istigano i ragazzi della (fumosa) camera accanto (nonché i loro cugini sulla via di Lignano Sabbiadoro).
Dall’indie rock all’House, dal post-rock al Hip Hop, dalla lounge all’exotica, il progetto FareSoldi de il Pasta (già negli Amari) e Luka Carnifull è un’autentica invasione di ultracorpi sonori e la scaletta, prevalentemente strumentale (ma ricca di siparietti tratti da film trash, o presunti tali), è stracolma di citazioni e situazioni.
Non si balla - anche se è dance - non rilassa - seppur non manchino momenti lunge - piuttosto l’ascoltatore viene invogliato a prendere il joystick in mano e giocare al sempre estenuante Wonder Boy (in Monster Land) delle associazioni e dei rimandi. In questo caso, a distanza di tre anni dall’esordio, la domanda più ovvia è "cosa sarà sviluppato da chi" e così l’errebì delle Persone che assomigliano a cose porta dritto agli Amari dell’ultimo Grand Master Mogol, la folktronica (con più di un riferimento Tortoise) di Supercolazione in famiglia ricorda la coesione elettroacustica di Ricciobianco, mentre i Daft Punkismi House palesati in Glenn Danzing troveranno sede fissa nell’album degli Scuola Furano (e negli stessi FareSoldi del sequel).
Inutile dirlo, i ritmi, le sincopi, le virate (e le zampate) del mouse fanno girare la testa, proprio come è indicato negli effetti indesiderati della pasticca Riotmaker, un farmaco che, al posto dell’mdm, pare un cocktail di grappa, coca-cola e Big Bubble.
Del resto, dietro alla copertina che ritrae Hulk Hogan, si nascondono i titolari dell’etichetta, e quell'omonimo FareSoldi, scheggia impazzita o sampler malcelato, troverà un pronipote maggiormente dance nel successivo sforzo sampledelico. (6.5/10).
Abbandonati i riferimenti indie-rock e i breakbeats a favore di casse (quasi) dritte, Pasta e Carnifull dedicano il loro secondo lavoro - dal titolo emblematico One Nation Under A Big Cassa - alla sottocultura che maggiormente, nelle loro stesse parole, hanno subito nei novanta, quell’House Revolution che invase il divertimento notturno del Nord-Est negli anni novanta.
L'album mantiene la stessa proverbiale ossessione per il guazzabuglio kitsch (genialoide il cut’n’paste pubblicitario di Le aziende informano) e gli spezzoni dei film più ridicoli (e in questa puntata pure dei vocalist più sfigati), tuttavia la collezione è maggiormente curata e - soprattutto - calibrata. A dirla tutta, più che old skool House o Techno (La Musica dei camion e Benvenuto nel '92, ragazzo del phuturo), c’è molta disco-music (Oratorio Faster) e funk (Calippo dappertutto), con camei errebì direttamente dal catalogo Amari (Primi baffi e Big In Jpg). Infine, genialata delle genialate (oppure, a scelta, motivo per il quale non comprare assolutamente il disco), una Militari che gridano (Ode 2 Tortoise) che non è altro che TNT Tortoise (peraltro autentica fissazione dei nostri) in versione happy house, decisamente la cover definitiva per qualsiasi October Fest che si rispetti. (6.5/10)

Se i FareSoldi sono caciarosi fabulatori della cultura stellestrisce e gli Amari degli adolescenti rapper che non si definiscono tali, all’interno della proposta dell’etichetta i Ricciobianco rappresentano senz’altro l’alfiere più avant dello scacchiere. Nati per mano di Dariella, il Cero (già Amari) e l’enigmatico Zoraide, ovvero Lorenzo Commisso (membro del collettivo performativo OK NO), il progetto, pur in continuità con il mood scazzato di casa, approda a una folktronica talmente al passo con i suoi tempi che, realizzato soltanto un anno prima, sarebbe sicuramente stato annoverato tra i precursori del genere inventato dai The Books.
Proprio come il famoso duo aveva predicato nel 2002, Palmanova mescola sampeling acustico (prevalentemente chitarre trattate al laptop) e concreto (i consueti sampeling farfugliati e centrifugati), synth ambientali come glitch; in più però, rispetto al menù di un Thoughts For Food, troviamo abbondanti riferimenti radenti certo post-rock (Kabubi, $he e Temporaleintemporeale paiono provenire dai Remix del primo album degli Aerial M) e più in generale, a prezzemolo, molte delle intuizioni delle scuole Karaoke Kalk e Staubgold (nessuna delle quali però presa con troppi crauti a contorno).
È un lavoro mite, studiato, sornione (si ascoltino i breakbeats e i gracchi della piacevolissima Royal Cactus o il momento Amari di Whiskey & Videogames), che alle volte si fa un po’ prendere la mano da soluzioni abusate e “di moda”, ma che rappresenta un prodotto indie-tronico targato Italia che nulla ha da invidiare agli stranieri, anzi. (7.5/10)

Con l'esordio dei FareSoldi, Riot Maker aveva messo in chiara evidenza quali erano le coordinate dance predilette, nonché la filosofia di base. Gli Scuola Furano, ovvero il duo goriziano Borut Viola e il singer (pure co-produttore) Marco “Lil Booso” Busolini, non hanno fatto altro che sintonizzarsi su quelle frequenze e infilare un cocktail senza troppa frutta e ombrellini sul bordo del bicchiere. Il risultato va ben oltre le più rosee aspettative: l'approccio dei Daft Punk prende le forme di un flipper con le Roland al posto dei pulsanti e una ricca sampledelia '80 a sostituire i movimenti della pallina.
C'mon Girls posside la spina dorsale di certa old skool rap impiantata in un corpo funk, dalle stesse coordinate, #iz4 riprende il melting-pot dei Basement Jaxx dalle fondamenta rielaborandolo nell'ottica di un nuovo Kish Kash, mentre Golden Gate e Chocolate Glazed puntano dritto a certo synthpop giocandosi un azzeccatissimo tocco House.
È un abile gioco di riferimenti quello degli Scuola Furano, un modernariato da pista da ballo suonato con un tocco talmente leggiadro e vellutato da sembrare modernissimo. E attuale lo è davvero: si ascolti Milkyway, ottimo scacco matto alla ditta degli Human After All, oppure Sam, stesso sublime approccio à la Jaxx prima maniera con un tocco di svacco friulano della casa. La classica Garage House di U&Me, suggella infine uno degli album dance italiani più azzeccati degli ultimi anni. (7.7/10)

Salgono sul palco luminescente i cinque Teletubbies della Riotmaker e ci ipnotizzano con il loro indie-hop accattivante portandoci a conoscere serial-killer tremendamente belli sul divano minato, sempre meglio che stringer la mano alla rovescia al posacenere che sta dentro te. Che faremo il 15 gennaio quando finiranno i soldatini immersi nella scarpa farraginosa? Giallo, rosso, blu, viola, verde. Supereroi della Generazione iPod. Generazione Blog. Degenerazione Nerd. I'm a loser baby, so why don't you kill me? Ogni tanto sale il retrogusto Samuele "Belle Tettine" Bersani e il déjà vu del secchione che hai menato il primo giorno di scuola, ma torni in fretta nel vortice di chitarre lo-fi e suoni giocattolo su cui scivolano le rime sbilenche alla cLOUDDEAD e i coretti Battisti-style dei rivoluzionari furlani. La gente canticchia, salta, scodinzola e si diverte, i ragazzi sul palco pure. Una festa ben riuscita ma resta l'impressione che sia tutto troppo studiato, dai siparietti all'abbigliamento (addirittura le stringhe delle scarpe abbinate con la felpa!). Ma poi quel secchione è diventato il tuo migliore amico.

Less is more: per l’etichetta più massimalista del panorama italico sembra quasi un controsenso. Nella nuova produzione Riotmaker usando solo una chitarra, delle percussioni, l’immancabile elettronica e una voce, si distilla l’anima della scuderia friulana: il puro e sacro ritmo del funk.
Già nel progetto dance Fare $oldi, Luka Carnifull ci aveva allietato con ritmi e insert di elettronicherie anni 70/80. Qui riaggiusta il tiro con suoni di chitarra noisy che vanno ad amalgamarsi in modo perfetto alla sua ben nota vena ritmica.
Il sound chitarristico dell’accattivante incipit (Perché le ragazze dicono no) ci ricorda gli stop dei Don Caballero, mescolati a progressioni in stile anni ‘60. Le canzoni strumentali si basano sempre su questo schema: ripetizioni e stop tanto cari alla scena post-rock, seppur mescolate con percussioni che le rendono più calde e con distorsioni e feedback che sporcano ulteriormente il risultato.
La vera sorpresa si ha negli episodi cantati (43140, Cold Pizza, L’amore prima di internet): un miscuglio che attinge dalla melodia dei vicini Amari, senza ingredienti hip-hop e con una maggiore vena ‘black’, allietata da coretti e da vari ‘parappappappà’ che ricordano le sgommate delle sigle dei CHiPs o i riff supersoul di Curtis Mayfield.
Un altro ingrediente che spezza la monotonia e rende l’ascolto più pacioccoso e nerdy è l’inserimento di samples dal sapore di sale: un ricordo di sala giochi in Subliminal Heavy Metal , un estratto di Big Jim (sic!) in Song For Guido, e una vocetta innocente di bambino che vi lascio scoprire.
Un album che apre un sentiero alla meglio gioventù del rock nostrano, sempre più alla ricerca di nuovi input, innestando la wave con diavolerie ritmico-elettroniche e un gusto rétro mai nostalgico e invece pieno di spunti creativi. (7.1/10)

“In fondo ti avevo avvertito, dicevi che sarebbe andato tutto bene…” Appunti di viaggio dal presente off-cantautorale italico. Sette anni di Amari. Sette anni lungo tutto lo stivale. Lo scorso anno poi, hanno bissato l’exploit indie degli Offlaga in quanto a band con più date e affluenza di pubblico; oggi, questo è il disco della maturità, quel disco che fa paura a tutti. Staccare o farsi travolgere. E la gente che dice: non c’è gara con l’arroganza e la propositività dei due precedenti. Dopo i primi vagiti con Apotheke e Corporali, Gamera è stata la sperimentazione, Grand Master Mogol il botto pop. E ora? Adolescent pop fatto da thirty something boys. Non servono più le prove di forza sperimentali, non serve strafare, gli Amari convertono la scuola romana masticando Nord-Est e post-hip hop, riuscendo a fare quel che non ti aspetti: non un’altra manciata di coloratissime cartoline del “proprio come allora” (Conoscere gente sul treno uber alles), ma un po’ di quel “poi” da vecchi/giovani che ascoltano la tardoadolescenza con distacco, ma con immense voragini di nostalgia. “Quanti amici ho perso nella nebbia”, “vorrei conoscerti tra quindici anni” e naturalmente tutti quei “e se…”, più sottotraccia che tracciati. Il revival buono insomma. L’impianto agrodolce alita dietro la nuca e la musica che ne esce è più viva che mai, con l’elettro a graffiare quando serve, i groove a muoverti le gambe, il tocco rockista nella stanza da letto e le piroette camp - perché no - per il pubblico più omosex (che furbastri…).
Meno plastici e gai, Pasta e Dariella riescono a mantenersi leggeri in un modo nuovo, un po’ come i personaggi della letteratura contemporanea giapponese. Le storie di Banana Yoshimoto o di Haruki Murakami. Quelle descrizioni di un attimo. La bellezza diabolica dei dettagli (“nessuno di noi avrà più camicie stirate… … Quanto le ho sognate”). E naturalmente quel tocco naïf come dovrebbe essere: un po’ Bersani (ma senza spocchia) e un po’ Baustelle (ma senz’esser i soliti maudit, perdio). La cute generation italiana troverà negli Amari i suoi alfieri. Li ha già incontrati, è vero. Ora (grazie anche a una distribuzione major) li consacrerà mettendoli come uno scudo stellare per tutto ciò che è adulto… e sarà un casino, sarà una nuova stagione intimista, puro concentrato soulgazing.
Prima che tutto ciò accada, i nostri heroes convertono tempo e spazio in un misto di synth pop al compressore, indie Ottanta e Novanta e un andamento da b-boy emozionati, da scimmie in amore (singolo e ritratto fauve di noi voi tutti). È il top artistico e neanche a dirlo, il singolo Le gite fuori porta lo fischiettiamo già tutti. Lo stesso, vedrete, accadrà con tante altre canzoni di quest’album,perché è solo un raffreddore. Non è sangue di naso. Vedrai fra qualche giorno non ci farai più caso. Per questo scappa via.(7.5/10)

I discorsi sul funk italo da qualche anno a questa parte passano sempre per la Riotmaker. Se ci mettiamo poi l’electro(rétro) derivata dalla Scuola Furano o la malinconia wave-hop del trentenne medio degli Amari, in bilico tra sindromi di Peter Pan e contratti a termine, il bingo è matematico. L’estetica indie del Bel Paese è quindi piacevolmente costretta a misurarsi con il pop, intrecciando ad ogni uscita della piccola grande etichetta di Udine delle maglie strettissime con il ritmo e l’elettronica. L’eco della piccola “revolution“ friulana si fa sentire sempre più pesantemente sul panorama mainstream: ogni nuovo numero di catalogo ci assicura qualità e freschezza, divertimento e – perché no? - classe.
Il ritorno del trio di Luca Carnifull prosegue la direzione presa un paio d’anni fa dal combo sui binari del funk rock. Se Modamare apriva a soluzioni e direzioni eterogenee, lasciando però qualche ingenuità e imperfezione dovute probabilmente all’ansia da debutto, oggi i nostri cavalieri sfoggiano l’arte della costruzione del ritmo in maniera compatta, con una produzione che in alcuni punti raggiunge le vette p-funk di newyorkese memoria. Andiamo con ordine. Il disco varia fra tre coordinate di base: la sensibilità melodico rock (inevitabilmente una canzone d’amore per il singolo che sarà Mama Uba), il richiamo della foresta punk (Hot Chip e Le Tigre nella veloce Noi voi alcool) e il Funk con la effe maiuscola (in Kaiserfunk e nella stupenda ‘O puzzone).
Ma il bello arriva nel mezzo: la disco. Ebbene sì: Ti faccio causa (ed effetto) è l’inno derivato dalle ritmiche chic anni ‘80 delle ragazze cin cin mescolate a un testo che va oltre il pop di Dariella & C.; Steamy Wonder ancora in zona dancefloor vira dalla parte dei padri DaftPunk (assonanza non casuale con le accelerate di Steam Machine). Si conclude poi con un’enigmatica e per questo singolare avventura nella progressività di 100 estati.
L’unica pecca in questo dischetto stiloso e consapevolmente uber-kitsch, è che il divertimento dura troppo poco. Meno di mezz’ora di distillato ritmico non basta. La bottiglia finisce troppo presto. Direte voi che molte volte basta la qualità; ma se le premesse ci sono, perché non tentare di fare il botto? Noi lo aspettiamo, intanto ci mangiamo la paffuta batteria “chocolate glazed“ della copertina. La prossima volta rischiate di più. Probabilmente sarà un successo.(7.0/10)