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Introduzione
Critica
Webografia

First Nation - Rings

di Giancarlo Turra
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  • Awakes
  • Creation (Exquisite)
  • Female Trance
  • Monkey
  • Omen
  • Swells
  • Cave Jam
  • You Can Be
  • Child’s Eyes
  • Waterfall

First Nation - First Nation (Paw Tracks / Goodfellas, 2006)

di Giancarlo Turra

First Nation è un trio - allegro e pieno di brio - tutto femminile che taglia il traguardo importante dell’anno di vita con un primo lavoro sulla lunga distanza, anticipato da un 7”, per l’etichetta degli Animal Collective. Un dato, questo, che dovrebbe in teoria parlare da solo, non fosse che in realtà Nina, Kate e Melissa si possono incasellare solo in parte nel composito filone neo folk, con ben altre invitanti direzioni segnate in rosso sulle loro mappe.

A trame insieme semplici e stratificate ordite con chitarre acustiche, rade percussioni, fiati e synth modesti, le ragazze intrecciano vocalità cristalline (squisite in You Can Be, ironicamente medio orientale, e Child’s Eyes, forte di un senso di approssimazione studiata che ricorda da lungi Young Marble Giants), più spesso che no sorrette da una capacità di scrittura che oggi brilla più per la sua assenza.

Quando al contrario quel poco di sbraco gratuito di prammatica riaffiora, ci si smarrisce in una tediosa Waterfall e nello sfiancante incipit di Awakes, infine trovando meta e rifugio in quella musica notturna - da bambole a spasso nella giungla - che animava The Return Of The Giant Slits (Female Trance e Monkey, molto riuscite). Per ora promuoviamo con qualche riserva in attesa di un’auspicata maturazione, che si spera non tardi troppo a sopraggiungere. (6.8/10)

  • All Right Peace
  • Mom Dance
  • Is He Handsome
  • Scape Aside
  • Double Thanks
  • You Remind Me
  • Tone Poem
  • Teepee

Rings – Black Habit (Paw Tracks, 15 gennaio 2008)

di Giancarlo Turra

Recensendo nel 2006 il debutto di questa band americana al tempo nota col nome di First Nation, annotavamo come la loro proposta potesse solo in parte ricadere nei pur ampi confini del chiacchierato filone “neo folk”. Si rinveniva e rinviene tuttora in loro l’influenza marcata delle Slits fotografate all’altezza del secondo e splendido lp, come delle innocenti sarabande allestite da Rip, Rig And Panic se fossero state depurate dal free jazz. Medesimo per lunghi tratti il suono da jungla surreale, popolata da bambole isteriche e tribali intente a pestare sugli strumenti con entusiasmo e idee bastanti a sopperire la (mancanza di) tecnica. Ancor più fattibile il confronto ora che The Return Of The Giant Slits è nuovamente disponibile, ciò nonostante siamo lontani dalla “sindrome della copia carbone” che affligge quasi ogni formazione che si rifaccia al post punk. Nella recensione di cui sopra auspicavamo per Nina Mehta, Abby Portner e Kate Rosko una maturazione che alcuni episodi impedivano di pronosticare certa: difficile dire - alla luce del fenomenale progresso qui esibito - se il sostegno di una Kristin Anna Valtysdottir fuoriuscita dai Mum abbia giocato in studio un peso decisivo; se costei abbia infuso nelle colleghe maggior fiducia sulla bontà della strada intrapresa e abbia contribuito a gettare colore su una tela un po’ monocromatica.

Indagheremo al riguardo e in ogni caso tanto meglio se così fossero andate le cose, giacché mettere ordine nell’anarchia creativa e arricchirla sono i requisiti di un produttore o di chi ne prende il posto. E’ pertanto molto più focalizzato e profondo del predecessore Black Habit, col suo snodarsi tra tessiture che adombrano le chitarre (eccetto la dondolante acusticheria All Right Peace e l’elettrica tensione sfaldata in sabba Scape Aside) a favore di percussioni fitte e un pianoforte minimo però classicheggiante; su questo intreccio fluiscono leggere le voci, bambinesche e chiazzate d’effettistica ed elettronica povera, in una rincorsa continua che diviene abbraccio reciproco di melodia e agitazione. L’effetto ipnotico dell’osservare il crescere della marea, una questione di ambienti dentro i quali calarsi pian piano fino a farsi ottundere i sensi da uno stile perfettamente riassunto in Is He Handsome. Dal suo blog Simon Reynolds lo definisce uno dei dischi più belli del giovane 2008: fin troppo facile afferrarne i motivi e concordare sulla base di tante e tali suggestioni. Le prove abbondano in questi quarantacinque minuti: ad esempio nell’eterea You Remind Me, negli slarghi precolombiani in dub di Tone Poem, in una Teepee che trasferisce in azzurri cieli gli scenari subacquei dei Pram. Soprattutto in quel senso del passato illustre che non schiaccia e anzi rinverdisce, che ci lascia esultanti a mandare a memoria un “qui e ora” di autentica, ineffabile, magia. (7.8/10)