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Richard Youngs

di Stefano Solventi, Antonello Comunale e Gianni Avella
 

Richard Youngs è uomo di vizi e di virtù. Tra i primi, rientra sicuramente l’incredibile prolificità e la volubilità delle sue sortite musicali. Per parlare delle seconde, bisognerebbe scomodare un’intera carriera, che ha origine all’inizio degli anni ’80 quando Advent, disco autarchico e spregiudicato, apparve come un fulmine a ciel sereno, mostrando in pratica un’idea personalissima di ripensare il minimalismo. Youngs, sostanzialmente, ha sempre usato gli stessi contenuti musicali, ma di volta in volta ha cambiato registro e argomentazioni, spostando continuamente la sua ricerca un po’ più in là. Un instancabile e coltissimo esteta del suono, che ha usato folk inglese, kraut rock, minimalismo, prog, noise, space rock, canterbury, psichedelia e musica concreta per disegnare un affresco del mondo, da un spiraglio situato in Scozia.

  • Coastaline
  • Rare Islands
  • Remember When
  • Make Believe
  • Illusion of Summerbreeze
  • December Haze
  • Everlas

Airs Of The Ear (Jagjaguvar)

di Stefano Solventi

In Sapphie (2000) e May (2002) – gli altri lavori che conosco dello scozzese Richard Youngs - si fa strada una linea estetica flagrante e rigorosa, epifania di piccole vivide intuizioni acustiche reiterate in loop estenuanti che, ignorando a bella posta gli steccati del formato-canzone, riescono a spremere il succo di un folk scabro e arcaico, pulsante e spettrale, pervaso di apnee guizzanti e torpore (es)agitato.
Provate ad immaginare una The Needle And The Damage Done in versione ora sdrucita ora eterea, ora ipnotica ora febbrile, con un po’ di Scozia impressa negli occhi e piantata giù nel profondo del cuore. Con tutto ciò, l'emozione sembra troppo ancorata al progetto, a quella ricerca di unisono canto-chitarra, alla definizione di un linguaggio folk epidermico e arcaico, spirituale e impellente per decollare a dovere.
Rispetto a quelli, quest'ultimo Air Of The Ear segna un determinante passo in avanti, una scossa, il decollo. Pennellate di feedback che mangiucchiano l’anima, fraseggi abrasivi, elettroniche a friggere la polpa di melodie minimali, insomma sembra un Roy Harper spedito in orbita sulla Vostok, un bardo dei sixties chiuso nella nicchia del tempo tra pionieristiche inquietudini valvolari, ingenuamente evocative, prese ancora dal mistero del proprio innaturale manifestarsi.
Pochi i titoli in programma per altrettanti granuli melodici da cui sbocciano acidissimi fiori di malanimo & visioni, come semi ancestrali scaraventati nello spazio buio delle anime irrisolte - novero a cui il buon Youngs con ogni probabilità appartiene. Frammenti folk sottoposti a vibratile trasfigurazione, dilatati in uno spasimo astratto, macerati tra sintesi druidiche e palpiti d’incubo, come quella Halifax Amore che sembra un balbettio acerbo di Kaukonen tra farraginose elettroniche vintage. Trattasi della traccia più breve del lotto, "appena" tre minuti e trenta, mentre a Life On The Stream e Fire Horse Rising ne occorrono più di cinque per far brillare l'impasto di feedback crepuscolari, incandescenze galattiche, arpeggi stringenti, organo lacerante, basso torrenziale e ring modulator ossessivi, mentre la voce saetta traslucida tra i flutti di un maelstrom ora vaporoso ora urticante, onirico, inafferrabile.
Quasi sette invece i minuti di Oh My Stars, quanto basta per trascinare i fantasmi di Neil Young alla corte dei Kraftwerk o - se preferite - l'agra impulsività dei Grateful Dead acustici tra le folli nevrastenie al banco del mixer del genio Barrett.
È però con la fluviale Machaut's Dream (oltre il quarto d’ora) che l'estetica di Youngs coglie degna apoteosi, riuscendo ad imporsi ed imporci tredici minuti di scheletrica serialità (un breve giro armonico, un grumo di parole e melodia, riverberi a folate, l'ululato intrinseco del theremin) per poi di schianto spalancare le cateratte del cielo: feedback radenti, picchiate (di)storte, sirene in compulsivo ed etereo mulinare, come una tempesta immobile, o la manifestazione aerea dell'elettricità, rimestate in un pozzo di straziante malanimo moderno.
Ruspante e ipermoderna, potremmo divertirci a pensarla come la versione cosmica della bassa fedeltà, dove l'esecuzione e l'ascolto sembrano far parte di uno stesso processo di ricerca: assediare una sola particella per volta per estrarne tutta la profondità, l'enigma, la bellezza, nell’angoscioso incanto di un gesto ancora umano. (7.5/10)

  • Life On A Beam
  • Illumined Land
  • Sonar In My Soul
  • Once It Was Autumn
  • Summer's Edge

The Naive Shaman (Jagjaguwar / Wide, 6 settembre 2005 )

di Antonello Comunale

Per Richard Youngs un settimo disco solista (senza contare, cioè, l’ingente quantità di collaborazioni) che sorprende ancora una volta per la sfrontata e impertinente messa in scena: una lunga e articolata suite per basso ed elettronica.

Il solipsismo digitale di Naive Shaman ci dice di un lato del suo carattere musicale, non del tutto inedito, che può facilmente trovare dei prodromi in dischi come Festival, Motorway, e soprattutto nelle collaborazioni con Alexander Neilson.

Con quest’ultimo Youngs ha dato alle stampe due dischi recenti, Ourselves e Beating Stars - ma un terzo è in arrivo sul finire di ottobre - tesi a disegnare un’articolata tela krautedelica di grande verve ed inventiva. The Naive Shaman segue alcune delle coordinate di questi dischi e le evolve, perdendo in parte il sottile lavorio percussivo di Neilson e trasformando il tutto in solitaria poesia digitale. Interamente costruito al computer, il disco viene tagliato, per tutta la sua durata, dal suono modificato del basso. Posta in apertura, Life On A Beam, si appoggerebbe al nulla se non ci fosse un basso effettato di frangler e qualche scampolo di percussioni a sancire l’ingresso del ritornello. Il massimo dell’austerità. Il secondo brano, Illuminated Land, è ancora più severo e lontano. Una fitta trama di rumori digitali sciama in sottofondo e Youngs, strimpellando un basso cupo e orribilmente deturpato in sede di effettistica, è libero di intonare il suo personalissimo salmo della mestizia. Sonar In My Soul è un lungo corridoio di suoni isolati, con il basso mandato in loop a supportare la ritmica costituita solo da un metronomico clock digitale. Questo brano, per la fredda interpretazione e anche per l’alterato clima di ansia che promana, giustifica similitudini con grandi angosciati dell’elettronica “nera”, come Nurse With Wound o i misconosciuti Omit.

Il quarto pezzo, Once It Was Autumn, è il più progressive - in senso lato - del lotto. Sembra quasi un outtake dal disco degli Ilk, il progetto prog di Youngs, in uscita proprio a settembre con un secondo lavoro dal titolo Cantiche. Le arcane involuzioni vocali provengono sicuramente da quell’ambiente. A chiudere il disco, Summer's Edge II , un lungo (16 minuti) canto di dolore che si stende sul consueto mondo di suoni freddi e meccanici.

The Naive Shaman ha una sotterranea parentela con i dischi per solo basso di Jandek, l’oscuro texano per cui Youngs, insieme a Neilson, ha costituito la sezione ritmica per la sua prima apparizione live di sempre. E’ come se la dolente e rustica austerità di dischi come Shadow Of Leaves o l’ultimissimo Raining Down Diamonds fosse stata trasposta in una personalissima versione hi-tech per voce scozzese.

Non credo che si possa parlare del disco più accessibile di Richard Youngs, anzi, è certamente uno dei più difficili e scontrosi, ma l’arte e la ricerca di suoni inediti, indomiti e originali con dischi come questo è al suo massimo. Per quanti lamentavano un’eccessiva esposizione mediatica, dettata dagli ultimi lavori e dagli ultimi eventi, un’ennesima lezione di stile. Inimitabile. (7.5/10)

  • 2002
  • 2003
  • 2004
  • 2005
  • 2006

Richard Youngs & Simon Wickham-Smith - 5 Years (VHF, giugno 2006)

di Antonello Comunale

Dopo Lammergeier (2001), l’ultimo lavoro vergato a quattro mani, torna la coppia Richard Youngs – Simon Wickham-Smith con un disco di improvvisazione elettronica, preparato un brano alla volta lungo questi cinque anni. Cinque infatti sono le composizioni qui raccolte, una per ogni anno partendo dal 2002. L’ispirazione però non è all’altezza dei loro lavori migliori. Le metallic sonatas e l’artigianale musica concreta con afflato religioso, che aveva trovato sbocco in lavori notevoli come Ceausescu, Lake e Knish fanno fatica a trovare la giusta compiutezza in un assemblaggio di improvvisazioni e rumorismi elettronici che non trovano un’adeguata apertura armonica, né tanto meno l’arditezza di soluzioni inedite.

Qualcosa di interessante c’è: il drumming effettato e irriconoscibile che apre 2003, il filtro opaco da sonata metallica che deturpa 2004 fino al puro rumorismo, il progressive rock alla Ilk, rettificato al laptop in 2005. Un lavoro che risente fortemente del mezzo, ovvero l’elettronica, e che rosicchia il classico minimalismo fin dalle fondamenta, come attesta inequivocabile il loop della finale 2006.

Non sarà certo un lavoro costruito in modo veloce, perché veloci devono essere stati gli incontri sottesi alla stesura dei brani, a cambiare il giudizio sulla coppia d'eccellenza dell’avant britannico anni ’90, ma visti i personaggi abbiamo voglia di ascoltare qualcosa di veramente nuovo da loro, sperando di non dover aspettare altri cinque anni. (5.8/10)

Electric Lotus

  • teeth
  • kickin' thru glass
  • mute action
  • electric lotus

Lotus Edition

  • kick vent
  • glass teeth
  • mute kestrel
  • sepia tear
  • lotus edition

Alex Neilson & Richard Youngs – Electric Lotus / Lotus Edition (VHF, 7 maggio 2007)

di Antonello Comunale

Un nuovo doppio album per la coppia d’oro dell’avant rock britannico contemporaneo, ovvero Alex Neilson e Richard Youngs. Electric Lotus, disponibile solo in vinile, ce li riporta alle orecchie con quello che è probabilmente il set più aspro e feroce per entrambi. Un infernale disco di free jazz noise da antologia che almeno nel caso di Youngs supera anche le prove più rumorose come Metallic Sonatas. Chitarre ultra sature, cupi e opprimenti giri doom di basso e un inarrestabile disastro sismico nella zona delle percussioni, costantemente brutalizzate da Neilson. Il disco va preso come un tutt’uno, come un unico flusso di violenza fine a se stessa, ma nel programma si segnalano soprattutto la doomeggiante Kickin' Thru Glass e la lunghissima title track. Il disco pur essendo interessante corre il rischio di stancare anche le orecchie più allenate e ben disposte, forse è per questo che in accoppiata al vinile, viene distribuito Lotus Edition, un cd con la ripresa dal vivo di cinque brani incentrati principalmente sullo shakuhachi, il flauto traverso di origine giapponese di cui si è infatuato Youngs e che è già stato oggetto di alcune delle sue numerosissime uscite. Il panorama percussivo di questi cinque brani è sempre governato dalla ritmica free di Neilson, ma senza mai deflagrare come nel primo disco. Lo shakuhachi di Youngs fa il resto, restituendo inevitabilmente un’atmosfera orientale da giardino zen, che non può che pacificare gli animi dopo la violenza del vinile. (7.0/10)

  • I Need The Light
  • Before We Were Here
  • Low Bay of Sky
  • One Hundred Stranded Horses
  • Paths In The City
  • Tinsel Matrix
  • No Edge
  • I Am The Weather
  • Something Like Air

Autumn Response (Jagjaguwar, 6 novembre 2007)

di Antonello Comunale

Su Jajaguwar di solito ascoltiamo il Richard Youngs più “normale”. Quello che si concentra maggiormente sul formato folk e lascia da parte la tendenza a sperimentare su suoni e strumenti. Autumn Response in particolare ritorna proprio su questo terreno fatto di sei corde e casse acustiche dopo l’episodio digitale The Naive Shaman di due anni or sono. Del resto Richard è l’unico uomo vivente capace di scrivere brani folk che abbiano la stessa pregnanza di quelli firmati Nick Drake. E infatti Before We Were Here e Low Bay Of Sky non sfigurerebbero affatto su Pink Moon. La qualità dei brani di Autumn Response però è meno omogenea del solito. Qui spesso l’autore si lascia andare e l’ispirazione viene affogata dal minutaggio eccessivo di alcune parti. Per altro la scelta di mettere un delay pressoché permanente su voce e chitarra non funziona sempre. Sul primo brano di certo stona. One Hundred Stranded Horses potrebbe essere un brano interessantissimo se il delay non rovinasse tutto. I Am The Weather invece è magica proprio per i ritardi, gli echi e le doppie voci. Molte cose degne di attenzione, alcune scelte estetiche al quanto discutibili e un altro disco di Richard Youngs se n’è andato, ma purtroppo Autumn Response è solo la solita – seppur di lusso – routine, non un nuovo Sapphie. (6.0/10)

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Richard Youngs & Andrew Paine – Rock Traveller (Sonic Oyster, 2007)

di Massimo Padalino

Registrato nel luglio 2007, questo ennesimo cd-r della coppia Youngs/Paine (chitarrista degli Ilk insieme a Richard) è l'ultimo di una discreta serie del duo sciorinata dalla minuscola Sonic Oyster in questi passati mesi. Forse il più rock della serie, tutto incentrato su scarti minimi e minimali di basso, chitarra e sequencer. 5 i pezzi contenuti. A partire dalla traccia che titola il lavoro, sorta di pulsazione d'elettricità ostinata cullata dalle figure semplici del basso. I componimenti qualcosa devono anche nel loro eccitarsi, prender forma circolare, dal raga rock. Quasi masticandolo e sputandolo via in un hardrock dai sapori fortemente krauti (Amon Duul, Cluster, Faust). Doom Shimmerer, Vox Lake, Tokyo Bodies e Red Planet 12.0 seguono la stessa linea di condotta (abusando spesso di feedback). Portando persino alla mente vaghe reminescenze di Earth e compagnia dolente. (7.0/10)

Foto: Anna Monaco

Live: Richard Youngs - Teatro Galleria Toledo, Napoli (7 maggio 2008)

di Gianni Avella. Foto di Anna Monaco.

Siamo tutti un po’ rapiti da Richard Youngs, e lo siamo per il semplice motivo che lui, in un modo o nell’altro, accontenta ogni palato: dall’esigente accademico al krautrocker, dall’esteta wyatt-iano al seguace folkye.

Un coacervo di stili in un unico corpo, quello dello scozzese, nella sua prima in territorio italico. Lo si vede passeggiare, il giorno prima dell’evento, nel centro storico napoletano come un turista tra i tanti, seguito dalla compagna e dal bimbo comodo in carrozzina. Zainetto in spalla e sguardo accomodante: l’istantanea della serenità.

Il palco della Galleria Toledo ospita un pianoforte e la chitarra. La veste sarà quella acustica ma la cifra, ahimé, non soddisfa. Almeno non del tutto. Non mi reputo un esperto del personaggio (Comunale, dov’eri?!) ma credo che in certi casi – tipo un concerto – la vince l’emozione e non certo il conoscere un catalogo a menadito.

Diciamo che il brivido traversatomi durante I Need The Light (da Autumn Response) rimarrà per sempre e l’esecuzione di Soon It Will Be Fire (da Sapphie) ha commosso come solo Nick Drake e/o Jackson C. Frank, al contrario di certe parentesi a cappella che, sinceramente, ho trovato approssimative e dispensabili.

È stata un’esperienza bifronte: mentre avvertivo uno stadio estatico toccava ridimensionarmi (vedi la resa non impeccabile di Life On A Beam), come se dinanzi mi trovassi il più anonimo dei cantautori…

Su disco rimane uno dei migliori musicisti in circolazione, dal vivo – ad oggi conta su pochissimi concerti, sarà un caso? – o almeno in quest’occasione, stenta.