
Un disco che sembra conciliare tante cose diverse per non dire contraddittorie: il malinconico e il ridanciano, il domani e l’altroieri, l'amore per la semplicità ed il gusto per la strutturazione, l'Inghilterra e l'America, ciò che scorre insomma nei tortuosi sentieri emotivi di Richard Swift, cantante, chitarrista e pianista californiano. La scaletta mette in fila perlopiù ballate calde e disinvolte, sorrette da una vis comunicativa ben pronunciata, il cuore in gioco come ai bei tempi e pulviscolare sgomento moderno. Ad esempio: se il valzerino di P.S. It All Falls Down gioca tra vaudeville e angoscia come un Thom Yorke ubriaco nel retrobottega di Badly Drawn Boy, c'è lo spaesamento trepido dei Grandaddy - perturbazioni digitali comprese – ed il pop sovraccarico Divine Comedy in Most Of What I Know, mentre la palpitante circospezione di Building In America aleggia tra strane apparizioni sintetiche ed un fosco ghigno blues.
Lo diresti un Rufus Wainwright meno capriccioso, o una obliqua misticanza tra Jens Lekman ed Elvis Costello, ma se dovessi mettere a fuoco il vero sapore dominante accenderei un paio di riflettori su Randy Newman, il cui piglio sanguigno e bizzarro guizza tanto nella cantilena ectoplasmatica della title-track (tra tip-tap e riff di ottoni) che nella languida perorazione in tre quarti di Ballad Of You Know Who, così come a lui possono essere ricondotte certi dolciastri piano-voce (Artist & Repertoire), le gommosità stomp (The Songs Of National Freedom) e l'accattivante malinconia - imparentata Blur - di Kisses For The Misses. Una parata di delizie che, sul punto di sembrarti risapute, si ravvivano di semplici, intense, accorate sublimazioni. Cocci di presente consegnati alla nostalgia. (6.9/10)

Lo avevamo lasciato pochi mesi fa con un album - Dressed Up For The Letdown - che esplorava a tutto tondo l'arte del far canzone inglese e americana, al punto da infonderci il sospetto che Richard Swift possedesse tutti i numeri per tentare la scalata al podio dei songwriter contemporanei. Lo ritoviamo oggi nascosto sotto il fantomatico moniker di Instruments Of Science And Technology, titolare di un nuovo lavoro che raccoglierebbe - il condizionale è d'obbligo - composizioni elettroniche per i cortometraggi da lui stesso girati. Dodici pezzi che, a parte una Inst che rimette in circolo gli Air battenti del safari sulla luna, indagano perlopiù astratte scenografie sintetiche, talora preda di minacciose pulsazioni (Shooting A Rhino Between The Shoulders, Clay Young Battles The Man), talaltra stranite di lambiccamenti ambient-minimal-industrial (Theme 5, They Provide Lights) o rapite in un periplo ipnotico (Ghost Of Hip/Hop). Insomma, modernariato Jarre, Eno e Kraftwerk che incontra le evoluzioni warp e dintorni in un chissà dove chissà come che si spiega e realizza appieno solo nella mente genialoide di Mr. Swift.
Chi frequenta il genere troverà questo disco piuttosto risaputo. Tutti gli altri sono liberi di lasciarsene moderatamente stupire. (6.2/10)

Dunque, eccoci ancora a Richard Swift. Il quale se ne esce stavolta con un doppio album, dieci canzoni per dischetto, quaranta più o meno i minuti complessivi. Quanta plastichetta sprecata, viene da dire. Ma vabbè, le cifre di vendita non smuoveranno certo le superclassifiche, per cui pazienza. Probabilmente alla base di questa bizzarra scelta dovrebbero esserci gli stessi moventi che informano la musica, un garage-errebì-dub pervaso di memoria e fantasmi. Più che rifarsi ai modi dei ruggenti Sixties, sembra che il caro Swift tenti di riprodurre le situazioni emotive provocategli dall'ascolto di quei dischi, presumibilmente vinili di media durata dai solchi parecchio bistrattati a bistrattare incisioni originali già profumate di carboneria e mistero.
I blues fangosi come Fletwood Mac arcaici ed esausti (Vandervelde Blues), il turgore sgranato Small Faces (SM60), il primitivismo Stones (Your Mom), un Roy Orbison rapito dai Velvet Underground (Sign Language), la tosta devoluzione kinksiana (Phone Coffins), eppoi – certo - quei dub oppiacei e garruli come spiritelli fangosi, un certo piglio insidioso e sbruffone Jon Spencer e lo slackerismo spaesato da Beck: tutto ciò, confrontato e unito al recente lavoro sotto l'egida Instruments Of Science And Technology - che quindi tecnicamente non è un predecessore - sembra volerci raccontare uno Swift intento nelle prove tecniche di una carriera, che semmai ha il torto di venirci proposta come una carriera vera e propria.
Resta il fatto che in questo stuzzicarsi, in questo mettersi alla prova per delimitare gli ambiti e i limiti della propria azione artistica, c'è un certo fascino. Ma non c'è Swift. L'autore è il grande dissimulato, colui che si defila lasciandoci un frammento di sé, curioso ma insoddisfacente, un gioco di memorie da ricostituire, il canovaccio su cui un giorno saranno scritti i lavori "seri".
Nell'attesa, prendiamo atto con un pizzico di goduria e tanta perplessità. (6.0/10)