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Riccardo Sinigallia

di Valentina Cassano e Stefano Solventi. Foto live di Daniele Bianchi
Dalle cantine della Capitale ai primi posti delle classifiche italiche dietro l’ombra di qualcun’altro, Riccardo Sinigallia in realtà è sempre stato un autore desideroso di raccontarsi. Dalla confidenziale ricerca elettronica dell’omonimo debutto alla matura tradizionalità di Incontri a metà strada, pensieri, esperienze, ricordi, ma anche lo sguardo sul futuro di chi ogni giorno prova ad essere vicino a se stesso.

La piacevole cura delle emozioni

di Valentina Cassano e Stefano Solventi

Un altro figlio di Roma. L’ennesimo partorito da quella gran puttana che si offre e si nega, che ti accoglie e ti respinge. Roma, centro del mondo e buco del culo. Generosa di artisti e avara di vita. Cercata, vissuta, cantata. E sempre nel cuore. Dal Venditti di trent’anni fa alle nuove giovani leve. Tra queste, Riccardo Sinigallia. Conosciuto come spalla di Federico Zampaglione nei Tiromancino, eminenza grigia in realtà di tante fortunate produzioni discografiche italiane degli ultimi anni. E da sempre cantautore di grande spessore. C’è voluto del tempo perché venisse fuori. La gavetta a casa, ancora dodicenne, e le prime canzoni scritte in età adolescenziale. De Andrè, Battisti, De Gregori, ma anche i Kiss e gli AC/DC, mentre inizia a trafficare con le prime tastiere e batterie elettroniche e a registrare con il solito quattro piste. Una crescita artistica comune ai più, confusionaria e spartana nel metodo, eterogenea negli ascolti. Poi gli incontri, quelli che gli cambieranno la vita e, accompagnandolo, gli apriranno un piccolo sentiero da seguire con perseveranza. La nascita di un gruppo di cover agli albori dei Novanta con Francesco Zampaglione e David Nerattini, ribattezzato 6 suoi ex non appena messe a punto le prime canzoni a proprio nome. Poteva essere il trampolino di lancio definitivo per il suo progetto, ma l’inquietudine è dietro l’angolo che lo aspetta. Difficoltà personali, di più non è dato sapere. Il gruppo si scioglie, perdendosi di vista.

Riccardo 2006

Riccardo si rifugia dietro il bancone del mixer nei primi due album di Niccolò Fabi e contemporaneamente entra alla Virgin in qualità di tutto fare. In picchiata, arriva a ricoprire il ruolo di direttore artistico, ma l’esperienza lo persuade dalla reale possibilità di cambiare i meccanismi corrotti del sistema discografico. Via anche questa zavorra allora, ma senza rinunciare a prodigarsi negli arrangiamenti e nella scrittura, questa volta per La favola di Adamo ed Eva di Max Gazzè. Altro incontro e collaborazione propizia: è il turno di Frakie Hi Nrg e del grande successo di Quelli che ben pensano e Autodafé. Ma questa è anche l’occasione per importanti ritorni e riavvicinamenti. Riccardo, David e Francesco si ritrovano nel gruppo hip hop Comitiva, che a causa dei singoli progetti dei musicisti coinvolti (Ice One, Dj Stile tra gli altri) non supererà il 1999.

Arriva, quindi, il tempo delle riflessioni. Proseguire da solo? No, non è ancora il momento. Francesco lo convince a tirar su i suoi Tiromancino (con il fratello Federico Zampaglione e Laura Arzilli), ormai in avanzata fase di decomposizione. Da qui, la storia è nota a tutti. Entrati in punta di piedi nel Duemila a Sanremo con la sorprendente alchimia di Strade, La descrizione di un attimo diventa presto il nuovo gioiello della canzone italiana, di cui anche Ferzan Ozpetek si innamora, inserendo Due destini nel suo Le fate ignoranti. Un periodo di splendore, testimoniato anche dai memorabili video con Valerio Mastrandrea e Paola Cortellesi. Ma la felicità, si sa, dura un attimo. Nemmeno il tempo di realizzare quanto successo, che il gruppo va alla deriva. Manie di protagonismo, incomprensioni, scazzi? Tutto e niente. Federico porta avanti il progetto da solo. Francesco, Riccardo e Laura (uniti ora anche nella vita) ripensano il futuro, insieme.

cover:

Dunque Riccardo Sinigallia è quello che se n’è andato sbattendo più o meno la porta in faccia al successo di Due destini, quello che nel frattempo si è speso all’ombra di pesi medi del music biz italico come Max Gazzé, Frankie Hi Nrg e Niccolò Fabi. Quello che, girala come ti pare, alla fine Tiromancino sarà comunque un termine di paragone. E sia: del gruppo di Federico Zampaglione nel debutto Riccardo Sinigallia (Sony BMG, 2003) riecheggia infatti l’estetica di trepidazioni trattenute, sospese in un “altrove prossimo” che definisce una sensibilità appena sotto la linea di tiro del quotidiano, lungo melodie intime e periferiche come crepuscoli sospesi. Superandoli però - e graziaddio - in virtù dell’impasto sonoro: un’elettronica carnosa, cupa, palpitante, strutturata su quanto di soul possa distillarsi dal trip hop (l’iniziale Cadere), compressioni house (Buonanotte) e tropicalismo sintetico (la struggente Bellamore, il folk dub di So che ci sarai - a mio avviso l’apice dell’album, con quell’intro madreperlaceo, le splendide pennellate di tromba e i synth siderali - e il reggae di Solo per te, che potrebbe essere un Manu Chao ipnotizzato dagli Air).

Impasto cui ben si accorda il taglio più esplicitamente amaro dei testi, meno propenso a sublimarsi poeticamente - rispetto, ovviamente, ai Tiromancino -, anzi talora disposto ad entrare a piedi uniti sull’oggetto della questione (come accade nel folk-psych nervoso di Io sono Dio o nell’amaro allarme de La revisione della memoria). Una strategia di voli bassi, di rabbia lasciata in canna come un proiettile sempre sul punto di detonare, lontana da certo parossismo emozionale bramoso di rapidi appigli. Scelta tatticamente azzeccata, anche se rischia di auto-relegarsi ad un ruolo di perenne seconda linea. Però il succo sta proprio in questo gioco d’ombre che si sottrae alla perlustrazione rapida e chiama lo sguardo ad una più intensa messa a fuoco, la qual cosa permette anche ai passaggi meno brillanti (i pasticci pop-prog di Ah nella vita o l’esausto prodigarsi soul della conclusiva Lontano da ogni giorno) di esibirsi comunque in una danza di superfici ingannevoli, di cupi preziosismi, di stratificazioni vivide, pur nella stanchezza di quelle vocali esalate in fondo ai versi come sull’orlo del collasso o degli strutturati arrangiamenti che a volte peccano in prevedibilità.

Eppure questo essere defilati, questo sfuggire al confronto rannicchiandosi in un minimalismo elettronico dal basso profilo dischiude una bellezza covata all’interno del proprio io. Una piccola, leggera increspatura. La superficie è ancora molto vasta, ma qualcosa dal fondo inizia a scuoterla. (6.9/10)

Arrivano così due intensi anni trascorsi attraverso le più minuscole vie della Penisola. Tante le soddisfazioni raccolte, e la più grande dista giusto un passo: un figlio. Riccardo avrebbe potuto scegliere di intraprendere solo ed esclusivamente questo nuovo, sconosciuto mestiere, ma il vortice di emozioni e pensieri che lo agitano è troppo grande, troppo avvolgente perché possa tenerlo per sé.

cover

Il bisogno di condivisione allora lo porta dritto verso Incontri a metà strada (Sony BMG, 23 giugno 2006). Un disco talmente facile che ti sembra di averlo compreso dal primo ascolto. Pianoforte, chitarre (elettriche e acustiche), basso, batteria e poco altro sono i rami rigogliosi su cui la melodia fa mostra di sé, nella sua naturalezza, senza costrizioni o sovrastrutture. La forma compiutamente cantautorale italiana diventa estensione del corpo nella modernità, come nell’immagine riflessa allo specchio di Finora, striata dai colori elettronici dei campionatori e cadenzata dalla malinconia dei tasti bianconeri, la stessa che innervava nel 2001 Il sig. Domani di Roberto Angelini.

Eppure qualcosa sfugge. Ed è qui che l’ostinazione e l’ascolto pagano. L’essenza del disco, ben lontana dall’essere stata catturata, è tutta nei testi, ma non è la complessità della scrittura a rendere sfocati i contorni, bensì l’immediatezza delle parole. Quando non si è più abituati a vedere e sentire la realtà per quello che è, i racconti della quotidianità fanno fatica ad entrare sotto pelle, hanno bisogno di essere masticati e metabolizzati fino a quando qualcosa, d’irrazionale, d’istintivo, non scuote i sensi. Allora, e solo allora, si possono seguire i tracciati di un vissuto personale, quello di Riccardo, che diventa comune. Così Laura non è solo un brano dedicato alla sua compagna Laura Arzilli (bassista e produttrice dell’album insieme al fratello Daniele Sinigallia), ma uno stralcio di vita rielaborato dagli occhi di chi l’ama, come un De Gregori perso negli echi pinkfloydiani; Amici nel tempo si aggroviglia sulle dinamiche relazionali, tra strappi e ricostruzioni, improvvisi e delicati ritrovamenti che sanno di “gioia a portata di mano”; mentre Il nostro fragile equilibrio è la riflessione a cuore e mente aperti nell’età della maturazione, con i fiati e i cori della Arzilli a soffiare lievi sui pensieri.

Si snoda così un percorso artistico e umano che proietta la canzone pop d’autore nel futuro, confinando in un angolo, neanche troppo lontano, l’elettronica, trepidazione fascinatoria dell’esordio (ancora presente nel battito etereo di Se potessi incontrarti ancora e nel congedo strumentale Ciao) che rischiava di lasciarlo dietro le quinte. Lo sviluppo del racconto in prima persona, invece, riesce a dischiudere la voce, vera protagonista e incarnazione delle parole (la dedica solo chitarra di Una canzone per Fede), che in Impressioni da un’ecografia diventa confessione immaginifica e genitrice di speranza: “Dai miei pensieri nell’acqua / Una spina dorsale / Attraversa il digitale / Illumina la stanza e mi lascia / L’impressione di esserti padre”. Una prova toccante e difficile da fare propria, se non si lascia spazio all’empatia. La vita, nel bene e nel male. (7.7/10)

Foto di Daniele Bianchi

Live: Circolo degli Artisti, Roma (30 novembre 2006)

di Valentina Cassano

“Sei con la band?” mi chiedono all’entrata del Circolo degli Artisti. Sì, siamo tutti ospiti di Riccardo questa sera. Come sempre, quando passa da Roma, il live diventa pretesto per trascorrere una serata con amici. Di una vita o sconosciuti che siano. È successo tre anni fa, all’epoca del debutto solista, e si ripete anche oggi. È un po’ come imbucarsi ad una festa: tanti visi più o meno noti, chiacchiere, birra. E Riccardo, seduto al pianoforte ad aprire e zittire tutti con Finora, senza l’enfasi e la coda sintetica del disco, ma con umile coraggio.

Un uomo, prima ancora che un artista, esattamente a metà strada, proprio come il titolo dell’ultimo album. Sereno, insieme ai compagni di sempre (Laura Arzilli, il fratello Daniele Sinigallia, Matteo Chiarello, Alessandro Canini), teso ad accogliere i presenti in un abbraccio melodico rassicurante, stranamente familiare, fatto di una solida e nostrana tradizione cantautorale, che perde in parte il vezzo della sperimentazione elettronica (se non per alcuni effetti sulla voce e giochi di synth), per dedicarsi anima e corpo al sound organico e viscerale degli strumenti.

Delusione, sorpresa, coscienza di se stessi e degli altri, voglia di ricominciare guardando avanti, di Uscire fuori con rabbiosa elettricità dal bozzolo di illusioni e insicurezze costruito negli anni. Sono le sue storie, ma anche quelle di ciascuno di noi. Parole come confessioni. Sussurrate con la chitarra in Una canzone per Fede, rigonfie di amorevole pathos in Laura, rarefatte e sognanti in Se potessi incontrarti ancora. Poi il presente che si riappacifica con il passato in La descrizione di un attimo e Bellamore, microfono strappato dal pubblico per due episodi di accesa coralità sempre più rari da vedere e vivere.

Tra un problema tecnico e un daje, Laura!, si ride e si scherza, ci si prende in giro (i cavi malfunzionanti e impolverati dalla storia del Circolo, il bis senza Alba chiara, perché quella “non la sappiamo”), si ricorda generosamente chi non c’è (Emidio Clementi e Francesco Zampaglione) e si ringrazia per essere stati insieme. Oggi come ieri, il potere della canzone italiana d’autore.

 

Non chiamatelo mestiere

di Valentina Cassano e Stefano Solventi

 

Sei un figlio della signora Roma, la capitale dai mille aggettivi. Come te la vivi?

Quando esco da casa mi sembra spesso di stare in un posto che non ha queste grandi radici, non c’è tutta sta appartenenza. Poi ci sono dei momenti in cui mi rendo conto che non potrei stare senza questa città …da Regina Coeli a Francesco Totti e tutto quello che c’è in mezzo. Vivo costantemente questa controversa sensazione: sentirmi romano dalla testa ai piedi e ospite.

Rimanendo in città, tu, Filippo Gatti, Silvestri… Mi hai capito, parlami di questa fantomatica scena romana…

Tutto è nato nel periodo del Locale, quando sono usciti allo scoperto Silvestri, Fabi, Gazzè, Tiromancino, Britti. Chiaramente era una scena discografica e c’erano delle multinazionali che avevano investito molto denaro concentrando così l’attenzione dei media. Sono tanti anni che si sente il bisogno di un nuovo Folk Studio a Roma, di una musica popolare leggera, però poi si va sempre a finire sul commerciale. Parlare di scena romana significa parlare di Venditti, De Gregori, eccetera, tutto il resto è questione di coincidenze. Ci sono stati dei fermenti incredibili a Roma, come per esempio l’elettronica, dalla fine degli anni Ottanta, come anche un momento hip hop, come adesso la canzone d’autore. In questo senso sono d’accordo con te: quando si parla di Filippo Gatti o di Pino Marino.

Le case discografiche, quindi, il vero fermento non riescono a vederlo…

Non solo non lo vedono, ma lo ignorano, perché crea problemi. Dà fastidio. È una scocciatura lavorare con un “artista”, non hanno tempo. È più facile lavorare con dei bravi ragazzi…

Parleresti di rinascita culturale nella Capitale?

Mi sembra ottimistico. La cultura, secondo me, dovrebbe essere popolare, gratuita, come l’aria che respiri, perché è ciò di cui si parla quando le persone si incontrano. In questo senso mi pare che la cultura non sia rinata affatto, perché le persone quando si incontrano parlano o di calcio o di reality o di gossip o di soldi o di figa. Però poi trovo molte persone desiderose di emozionarsi con canzoni che non passano per radio. Lo vedo. Anche sulla Tiburtina, ci sono tanti giovani artisti molto bravi, così come noi anziani (me, Filippo), che fanno canzoni solo chitarra e voce e c’è una grande empatia con le persone. È un piccolissimo nuovo inizio.

Una domanda che ti hanno fatto in moltissimi, ma che forse il tempo ha reso meno “scomoda”: chi c’è nel mirino di Io sono Dio?

Questo pezzo l’ho scritto nel 1994, una sera a casa da solo con un quattro piste, un basso e una batteria elettronica, e questa versione ce l’ho ancora, non so se sia la più bella, ma è quella originale. E poi la facemmo addirittura con i 6 suoi ex negli anni successivi in una versione un po’ più crossover. Io sono Dio, insieme a Ah nella vita, sono due brani che ho voluto mettere nel primo disco, ufficializzare nel mio percorso artistico perché non erano riusciti ed entrare in nessun altro. In quel momento, da una parte stava nascendo la televisione di Ambra, Non è la Rai, e dall’altra c’era Berlusconi che scendeva in campo. Non mi piace chi giudica, detesto chi dà nelle canzoni soluzioni o consigli per vivere, però nella canzone c’è un’empatia strana, perversa, tra il mio modo di crescere e soffrire in quel 1994 a 24 anni. Non avevo lavoro e decisi di fare le produzioni di Fabi eccetera: c’era uno strano senso di comprensione, di immedesimazione nei deliri di onnipotenza dei personaggi televisivi. Mi ricordo Ambra bambina che faceva, con Boncompagni in cuffia, quelle cose e provavo un imbarazzo incredibile e quasi un amore folle. Ero combattuto tra queste due cose. C’era un motivo per cui quella televisione penetrava in maniera un po’ distorta nelle coscienze di così tanta gente. Anch’io non riuscivo ad andare avanti. Quello era il dio del male, che però aveva un qualcosa di attraente.
Inoltre Io sono Dio non ha un destinatario storico. Ognuno la può affibbiare a qualcosa o qualcuno a proprio piacimento. La faccio ancora oggi dal vivo. È una grande critica all’uomo contemporaneo, anche un po’ ironica e in sé qualcosa di mistico. C’è questo strano misticismo terreno, metropolitano. Ripetere tre volte una frase come“io sono Dio / perché ne ho bisogno” ha qualcosa di squallidissimo e di profondamente mistico. Il senso del buddismo sta proprio nell’essere, ognuno di noi, parte del tutto. È una rivisitazione malata del concetto, però si può trarne qualcosa di positivo.

L’ultimo lavoro sposta decisamente l’obiettivo verso la forma canzone. È stato un processo naturale o ti sei imposto una svolta?

A metà tra queste due cose. Ho sentito naturalmente, e per la prima volta nella mia vita, l’esigenza di qualcosa che fosse più accademico, formale, tradizionale, perché fino al disco precedente tutta la mia vita di autore di canzoni era proiettata verso la ricerca del suono e del linguaggio, sempre nel repertorio della canzone, ma ossessionato dall’idea di trovare qualcosa di nuovo, di unico, diverso. In questo disco ho trovato lo stesso tipo di forza nell’andare a ritroso, cioè nell’utilizzo, anche in fase di scrittura, di strumenti più tradizionali, come il pianoforte e la chitarra acustica, e ho cominciato a stare un po’ più attento, nel canto, non solo alla verità ma anche alla forma.

Cosa ne pensi delle tue vesti di cantautore?

Mi piace la figura del cantautore che somiglia, senza voler fare retoriche, a quella di un autore di letteratura, di un pittore, ma anche di un macellaio, cioè uno che fa la propria cosa. E non chiamiamolo mestiere, perché poi questo implicherebbe tutta una serie di concetti, come quello di essere “bravi” che forse nell’arte non ci dovrebbe essere, il suo più grande limite, o almeno uno dei più pericolosi. Secondo me non c’è lavoro. La cosa bella della semplicità, a differenza della banalità o della facilità, è che non ha un lavoro dietro, ma ha una motivazione forte. Una cosa è semplice perché non c’è nient’altro che potresti dire al posto di quella. Quindi la semplicità implica la profondità, mentre la facilità ha un lavoro dietro. In ogni caso, un lavoro sul linguaggio c’è, perché se dovessi fare tutto in maniera totalmente viscerale, sarebbe inascoltabile. È chiaro che nella costruzione di una canzone c’è un controllo, è inutile negarlo, c’è anche in Metal Machine Music, altrimenti non sarebbe un disco. Quindi figurati in un disco come il mio. C’è la necessità di raccontare me stesso con urgenza perché altrimenti non sarei felice, però allo stesso tempo non potrei farlo senza considerare un ascoltatore. Si tratta di avere una piacevole cura delle emozioni che vengono fuori quando scrivi, facendo in modo che la loro struttura armonica e formale piaccia fondamentalmente a te ma anche a chi pensi possa ascoltarti.

I testi si caratterizzano per una certa mancanza di pudore. Penso a come metti in gioco le tue emozioni in Impressioni da un’ecografia, ad esempio, oppure alla disarmante franchezza di Buonanotte. Credo che questo aiuti molto la forza espressiva delle tue canzoni, è un aspetto che personalmente adoro.

Forse è il più grande limite che ho, e ovviamente è anche una forza.

Torniamo sul versante musica. L’elettronica sembra aver vissuto l’ennesima fase ludica (glitch, click, cuts eccetera), si assiste ad un ritorno al suonato anche da parte dei guru sintetici. Credi che Incontri a metà strada partecipi in qualche modo a questo processo?

Credo sia la percezione di una necessità storica. È un po’ come il biologico nell’alimentazione, cioè esiste una cultura elettronica che negli ultimi vent’anni è uscita fuori prepotentemente e secondo me in maniera anche giusta, legittima, perché era il nuovo, la rivoluzione. Poi è diventata anche lei una schiavitù, perché ha raggiunto un alto livello di saturazione. Si è avvertita sempre di più l’esigenza negli ultimi dieci anni di mischiare, e negli ultimi cinque di tornare alle armoniche naturali, “biologiche” appunto. Per quanto mi riguarda, non sto tralasciando le sorgenti elettroniche, perché sono strade da percorre ancora per tanti anni, però in questo momento mi pare ci sia stata una riconsiderazione del fenomeno.

In futuro ti dedicherai soprattutto a te stesso o prevedi di ripetere l’esperienza di produttore? So che hai qualcosa in ballo con Filippo…

Con Filippo, oltre ad avere un legame artistico, siamo anche amici. In questo caso non mi costa niente. Ma anche tutte le collaborazioni passate sono nate per dei legami. È chiaro che nella prima fase ci fosse anche un’esigenza prettamente economica. Non amo fare il produttore, non credo di averlo mai fatto, ho sempre fatto l’autore di canzoni, poi ho seguito la parte del suono perché forse ero la persona più giusta per fare quel tipo di lavoro. Ora, con Laura e Daniele, siamo molto dentro al mio progetto, non vorrei parlare anche per loro, però mi sembra di capire che è qualcosa in cui crediamo tutti.

Anche se, leggendo altre interviste rilasciate, une certa delusione per quella esperienza traspare… Cosa, in definitiva, ti ha lasciato? E cosa pesa di più sul piatto della bilancia, i lati positivi o negativi?

Pesano di più i lati positivi, perché anche devo comunque ringraziare tutti i giorni le sofferenze, le amarezze vissute, perché senza quelle non avrei avuto il coraggio di ricominciare. Se fosse andato tutto bene probabilmente starei ancora suonando le tastiere coi Tiromancino. Ci sono state molte cose belle: La descrizione di un attimo racchiude dei ricordi meravigliosi di tutta la parte in cui l’abbiamo fatto, il ricordo anche delle diecimila persone di un concerto a Torino, arrivato dopo una serie di date in cui c’erano venti-trenta persone. Tutto il lato discografico invece è sempre e solo stato fonte di grandi sofferenze. Con il successo arrivavano automaticamente le frustrazioni. Non figuravo tra gli autori, tra gli artefici, non riuscivo a condividere nulla con le persone con cui lavoravo perché anche loro soffrivano per altre cose. I discografici poi erano quasi sempre attenti al lato apparente, senza dare importanza alla manifattura e quindi alle persone (io, ma anche Laura, Daniele, nel caso dei Tiromancino) che magari avevano sacrificato anni e anni della propria vita per qualcosa in cui credevano e nel momento in cui diventava di successo non gli apparteneva più, per ambizione di uno sconosciuto che arrivava con delle valigette di denaro. Certo, questa è una metafora, ma sostanzialmente è andata così.

Senza che ti sembri piaggeria gratuita, credo che il tuo repertorio rappresenti una possibilità di sintesi tra sound “internazionale” e tradizione melodica - o se vuoi canzonettistica - italiana. Ovvero, fai chiaramente musica italiana ma con un respiro aperto ad elementi, umori e soluzioni (electro, psych, soul...) che la nostra musica popolare fatica a fare propri. Non è una domanda, ma se ti va di chiosare...

È una cosa bellissima! Ed è quello che io cerco di fare, ma è molto difficile trovare qualcuno che riesca ad analizzare il mio lavoro come io vorrei sentire. Sono un grande ammiratore delle persone che si accorgono non di me, ma di chi come me (e ce ne sono tanti) fa una musica onesta e ha difficoltà di uscire dai territori di non si sa cosa, quindi chi ha questa voglia e si sbatte per farlo, per me rientra nel futuro, nel cambiamento, nella speranza. Per cui, vi ringrazio tantissimo.