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Quasi in concomitanza con la colonna sonora Japan In Paris In L.A., nella quale Mayo Thompson si avvale dei soliti noti provenienti dalle fila della scena post rock chicagoana, esce questa preziosa raccolta dei singoli pubblicati dal nostro negli ultimi 35 anni sotto la gloriosa sigla Red Krayola. Il materiale spazia dal 1969 sin quasi ai nostri giorni, e tuttavia, miracolo di compattezza concettuale e strategica, tutte le 21 canzoni infilate dal disco tradiscono un’unità di fondo assoluta. Assoluta non tanto per l’identità dei suoni attraversati – giacchè il periodo di Soldier Talk (1979) non può essere certo assimilato a quello del precedente God Bless The Red Krayola And All Who Sail With It (1968) – quanto nella pervicace smania del musicista/compositore/produttore/discografico Mayo Thompson di risultare sempre inafferrabile, poco catalogabile e perciò perennemente fuori d’ogni coro trendy.
Ed è per questo motivo che Singles, raccolta di varie ed eventuali da parte del combo proto rumorista e avant pisichedelico texano, spaziando così tanto fra i generi affrontati – dal prog all’acid folk, dal blues ai pastiche zappiani, dalla new wave sghemba a sortite proto cantautorali – concede assai alla varietà stilistica complessiva, fornendoci però un ritratto "univoco" d’artista totale: quello del buon vecchio Mayo Thompson. Il viaggio retrospettivo inizia con Woof, strumentale che brucia nel vento dei Rolling Stones di Beggar’s Banquet, passando poi per Old Tom Clark e Pig Ankle Strut, meravigliosamente sospese a quell’umore fra serio e faceto che fece del folk-country blues amatoriale di Corky’s Debt To His Father (1970, solo album di Thompson) un vademecum per ogni lo-fi roots a venire. Ma le chicche più sorprendenti arrivano con Wives On Orbit, patafisica nello stile dei Pere Ubu (nei quali il nostro militò), ritagliata sulle metronomie sfasate dei primi Devo e tutta percorsa dai fremiti di quella prima ondata New Wave britannica che Mayo medesimo contribuirà a patrocinare lavorando per la label Rough Trade.
Catturata dal vivo come la summenzionata canzone, anche Yak Yak è un piccolo capolavoro di creatività post punk e wavy. Al versante certamente più disarticolato della malsana fantasia musicale del texano appartengono pezzi quali Micro-chips And Fish (avant reggae per chitarra afona e atonale) oppure Born In Flames e An Old Man’s Dream, che sfruttano delicatezze vocali femminili (la seconda nel caso) e un andamento ritmico danzereccio e instabile ( i sax che filtrano e tingono di r’n’b An Old Man’s Dream). Chiudono il disco, inesauste miscellanee di generi e stili apparentemente inconciliabili, Your Body Is Hot, Farewell To Adams e soprattutto Come On Down, degne eredi della vena patafisica del commediografo francese Jarry nonché subdolamente cantautorali, antitesi delle quali si può idealmente considerare la zappiana The Story So Far, 6 minuti puramente strumentali di (con)fusione atomica fra mille stili tra di loro divergenti che si combattono e poi s’amano come solo nel migliore e più creativo art-rock da sempre accade. (8.0/10)

Non sarebbero di certo passati alla storia dell’underground i Red Krayola, se si fossero presentati al mondo con un disco come questo. Un disco tutto sommato ben fatto ma che non aggiunge nulla alla creatività della band e che già dal titolo potrebbe rappresentare una sorta di greatest hits dedicato alla carriera del sempreverde texano Mayo Thompson. Che questa volta si fa accompagnare, oltre che dal collaboratore di vecchia data John McEntire, da Tom Watson, Stephen Prina (chitarra e voce), dal bassista Noel Kupersmith e dalla fisarmonica di Charlie Abel.
Anche se sembra prevalere quella dimensione cantautorale lo-fi vicina alle esperienze soliste di Thompson, Introduction non abbandona la vena psichedelica, che nelle sue diverse trasformazioni nel trentennio di attività di questo grande vecchio del rock americano, ha contraddistinto lo stile e l’approccio di quel grande progetto “aperto” che sono stati da sempre i Red Crayola (sia con la K che con la C). In alcuni casi sembra quasi di ascoltare il Nick Cave delle Murder Ballads (Breakout), in altri sembra di imbattersi in influenze cantautorali tra James Taylor e Tom Waits (la bella anche se un po’ mielosa Note To Selves), ma quando meno te lo aspetti, riappare la vena psichedelica di Thompson, che in alcuni episodi richiama esplicitamente i migliori Pere Ubu (A Tale Of Two…, Swerving), in altri si traveste delle melodie punk-schizoidi degli Hüsker Dü (Psy Ops).
L’attitudine a sconvolgere le forme, a giocare con le strutture, stravolgendole, così tipico dei Red Krayola, non sembra essere una priorità in questo disco, che, anzi, dedica un bel po’ di spazio a brani che potrebbero funzionare benissimo da singoli radiofonici (Puff, Vexations, When She Went Swimming). Molto meglio le atmosfere notturne di Elegy, in cui la fisarmonica e la chitarra trovano un’intesa perfetta nel costruire dialoghi spezzati e ansimanti, preludio di qualcosa che non arriva mai. Dove voglia arrivare Thompson e quale sarà il seguito di questa “introduzione” è difficile dirlo, soprattutto quando si parla di un musicista imprevedibile come lui. Resta un po’ di rammarico per un disco un tantino “facilone”, che ha il sapore di un’occasione persa. Pazienza, sarà per un’altra volta. (6.5/10)

Stessa identica formazione di Introduction, stessa impostazione, stesse idee musicali messe in campo. Se ci si chiedeva quale potesse essere il seguito dell’ultimo lavoro in studio della band di Majo Thompson, la risposta, abbozzata in questo EP, è senz’altro quella della continuità.
Red Gold è forse più elegante, più scuro nei toni del suo immediato predecessore, ma non va oltre la pur giustificata intenzione di completamento e definizione del recente stile Red Krayola, indubbiamente marcato dalla fisarmonica di Charlie Abel, protagonista anche qui degli episodi più interessanti: l’iniziale Paris sembra un omaggio “dark” al fisarmonicismo di Piazzolla, mentre in The Wall Abel si unisce al pianoforte e alla chitarra per accompagnare Thompson nel suo sciorinare versi in uno stile vocale tra il cantato e il recitato, che ricorda lontanamente David Thomas. Se a questi due brani si aggiunge l’ipnotica Bong Bong, ecco estrapolati tutti i momenti più interessanti di questo disco, che per l’altra metà lascia spazio al songwriting rockettaro di Mayo Thompson, compattato da un sound molto ricco sul piano strumentale (clavicembalo, ukulele, organo, oltre a chitarre, piano e sintetizzatori), anche se un po’scontato dal punto di vista formale.
Tutto qui? Purtroppo sì. (6.5/10)

Nel suo irrefrenabile girovagare per stili e generi, forse accortosi anche lui delle ultime prove discografiche non proprio convincenti della sua “creatura” (Introduction e l’EP gemello Red Gold), Mayo Thompson ritorna a collaborare con il collettivo di artisti concettuali Art & Language. Un’unione che aveva già dato buoni frutti una ventina di anni fa con degli album senz’altro da collocare in una ipotetica discografia essenziale della band. Altro gradito ritorno, quello del vecchio amico Jim O’ Rourke, che oltre a suonare la chitarra acustica, l’armonica e a contribuire ai cori, fa sentire il suo talento soprattutto in fase di produzione. Una produzione che predilige i suoni acustici e arrangiamenti semplici e raffinati, che lasciano molto spazio al pianoforte e alle voci, leggere ma incisive, del duo femminile Elisa Randazzo – Sandy Yang. E sembra essere proprio la voce femminile a fare la differenza rispetto ai lavori più recenti della band, che vedevano protagonista il timbro basso e profondo di Mayo Thompson. Chi conosce e ha apprezzato le divertenti scorribande intellettual-cabarettistiche degli Slap Happy, riconoscerà senz’altro una certa somiglianza tra questi Red Krayola e la band di Casablanca Moon, oltre a sentire, nella voce delle due vocalist, i riflessi del canto dalle mille sfumature di Dagmar Krause. Se si aggiunge a questo, il tono freddo e incantato della migliore Nico e il concettualismo dei testi del collettivo Art & Language (del quale, per inciso, fecero parte anche insigni artisti come Josef Kossuth), si può avere già un quadro abbastanza completo dell’essenza di questo progetto, che riporta la band di Thompson indietro, verso un passato non proprio remoto, ma di gran lunga più interessante del suo presente. Le atmosfere incantate di Four Stars: The Ideal Crew e della Title-Track; la bossa nova psichedelica di The Big Vacation; l’attitudine folk-progressive di Fairest Of All e Igor Zabel’s Song, un po’ Byrds e un po’ Fairport Convention; la cantilenante Jumping Through The Mirror e la funkeggiante Il Ne Rest Qu’a Chanter sono tutte figlie di un duplice approccio, “colto” nella composizione e accessibile al momento della fruizione, sofisticato e piacevole. Provate a immaginare una riflessione filosofica calma e rilassata, accovacciati sul picco di una montagna e avrete come risultato una delle sensazioni che può indurre l’ascolto di Sighs Trapped By Liars. Se proprio volessimo trovare qualche difetto a quest’album, potremmo criticarlo per le sue scelte stilistiche poco lungimiranti e rivolte per lo più all’indietro nel tempo. Ma, che questo possa o meno essere considerato un difetto, è una faccenda talmente relativa che si preferisce lasciarla alla coscienza e al gusto dei singoli ascoltatori. (7.1/10)