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Red House Blues

di ©2002-2005 Lorenzo Filipaz e Edoardo Bridda
La Joint-venture USA – Marche, fra Sean Meadows, David Lenci e Laundrette, all’insegna del rock-blues desertico e acido, rivisto dal di fuori del rock, anzi, dal dopo.

Una Desert Session nelle Marche

di ©2005 Lorenzo Filipaz

David Lenci, un lungo passato di musicista e di tecnico del suono alle spalle che ne ha fatto un personaggio chiave della scena indipendente italiana (tra i tanti, si sono serviti del suo mestiere Juniper Band, One Dimensional Man, Three Second Kiss, Uzeda e perfino Shellac), incontra Sean Meadows dei June of 44 (per i quali Lenci fa da fonico), sul finire dei ’90.
In breve nasce una solida amicizia che li porterà nel 2002 a chiudersi negli studi Red House di Lenci a Senigallia, per jammare liberamente con i Laundrette. Ne sortisce una combinazione inaspettatamente vicina a territori blues/psych, quasi stoner, approcciati però con l’ironia intellettuale di scuola math-rock. Emblematico in questo senso l’interplay fra le tre chitarre: mentre Lenci e Febo, contrappuntati da Bertera, sollevano solide architravi hard-psych, Meadows innesta la sua assonante e volatile vena chitarristica fra emo e post-rock. Un incontro sorprendente e originale, che unisce l’imperativo “continuare a sperimentare sempre” al bisogno di recuperare la capacità del rock “di catturare le persone a livello fisico”.
Dopo un primo disco registrato in presa diretta e in totale libertà, nella seconda uscita affrontano più decisamente il problema della scrittura forse un po’ tradendo il disimpegno che aveva costituito la fortuna, a livello di resa del suono, di questo progetto estemporaneo, lasciando altresì intravedere spiragli (almeno un paio di ottime composizioni) che forse troveranno sviluppo in un eventuale futuro.

Intervista a David Lenci e Sean Meadows

di ©2002 Edoardo Bridda

- Sei un fonico di professione, cosa ti piace di più del tuo lavoro? Come è nata l'idea di metter su un gruppo?
D.: L'aspetto più affascinante del lavoro che svolgo è, durante la lavorazione di un disco, scoprire le personalità dei singoli elementi che compongono la band in relazione al suono generale che riescono a produrre, e soprattutto scoprire quanto di me riesco a sentire nel lavoro che ho fatto quando è concluso.
L'idea di mettere su un gruppo non mi è venuta di punto in bianco. Nasco fondamentalmente come musicista alla fine degli anni settanta e solo nel 1990 ho iniziato la mia carriera di tecnico del suono, collateralmente ad una esperienza musicale - per me fondamentale . che ho vissuto a Milano dall'89 al 94. Ad un certo punto ho sentito questa necessità, come un campanello che dopo otto anni ha ripreso a squillare.

- Come hai conosciuto l'ex June Of 44 Sean Meadows?
D.: La prima volta che incontrai Sean fu al Bloom di Mezzago dove io e i Three Second Kiss ci siamo uniti ai June of '44 per le date italiane del tour di Four great points. Dopo di queste, li ho seguiti in Europa per circa un mese e mezzo, quindi c'è stato tutto il tempo per instaurare rapporti umani più o meno profondi, che si sono poi rinsaldati durante il tour seguente (esattamente un anno dopo, nel Febbraio '99).

- Molti artisti da me intervistati hanno una risposta di default quando chiedi loro cosa ne pensano del panorama musicale dove sono inseriti dalla critica. Questa risposta è "io non c'entro, faccio quel che sento" e altre baggianate. Ora, cosa ne pensi del "post-rock" o meglio di tutto il fenomeno che è nato dalle sperimentazioni degli Slint e Rodan?
D.: Mi piace l'idea del post-rock, ma in realtà credo sia tutta un invenzione dei giornalisti europei, un modo per etichettare nuove band e possibilmente nuovi suoni. Se tu chiedi alla maggior parte degli americani che non sono mai stati in Europa "che cosa ne pensi del post-rock ?", non sapranno di cosa stai parlando. Così come non penso che band come Slint o Rodan avessero la coscienza, quando erano ancora in attività, di creare qualcosa di nuovo o quel qualcosa che tu chiami post-rock. Stavano solo creando musica come qualunque altra band nel mondo. Nuovi e giovani musicisti fanno nuova musica e i giornalisti la fanno diventare post-rock. Sono stati i critici europei ad inventare il post-rock e non Slint o Rodan.

- Cosa è rimasto di tutto quel fermento? A me sembra che, proprio come nei '60, si sia passati dallo sperimentalismo più disparato al folk. Un esempio di allora: Grateful Dead sono passati da suites blues-rock psichedeliche, maturate sul Live-dead, per poi esplorare i territori country in America Beauty, così oggi gente come Dave Pajo e David Grubbs sono passati da progetti di ricerca per darsi alla tradizione. Persino il buon Mike Gira è transitato dagli oscuri Swans al progetto pop con Dan Matz... Certo nessuno di loro esegue pedissequamente folk alla Hank Williams o il blues alla Robert Johnson, però mi sembra che questo celebri la fine di un fenomeno che ha fatto da collante per tutti gli anni novanta e che ora ci fa comprendere l'inconsistenza di molti e la bontà di pochi o pochissimi, tra i quali ovviamente i June of 44...
E' molto interessante questa linea che hai tracciato. Un modo semplice per rispondere è che non necessariamente ciò che ti prende quando sei giovane saprà toccarti quando sarai più avanti con gli anni. Se continuassi a fare la stessa musica che era considerata sperimentale 7 anni fa penso che difficilmente ora la si potrebbe classificare sperimentale, non pensi? Ritengo che spesso i musicisti crescano e passino naturalmente dallo sperimentare con cose sconosciute a sperimentare con ciò che tu chiami tradizionale. Dal mio punto di vista ciò che fanno Grubbs e Pajo ora è comunque sperimentale, anche se può suonare vagamente familiare. Ciò che è rimasto dei 90's sono i dischi, e penso che i migliori musicisti di quel periodo stiano ancora cercando di fare nuove cose, ma non aspettatevi che suonino familiari con ciò che facevano nei 90's… forse sarà post-post-rock, oppure post-retro.

- Pur nella loro freddezza i June hanno saputo prendere l'energia del punk e dell'emocore arrivando ad una sintesi calcolata ma piena d'energia. Molti non sono d'accordo con me, ma chi ha visto i June dal vivo penso convenga che sono stati tra i pochi ad esaltare il pubblico, e questo dovrebbe anche far ragionare sull'essenza di tanti act intellettuali in giro per i centri sociali.
D.: Personalmente ritengo che la componente forse più importante del rock sia la capacità di catturare le persone a livello fisico. E sinceramente sono abbastanza d'accordo sul fatto che in giro ci siano un sacco di gruppi che se la menano un po' troppo con un certo intellettualismo. Non credo che al giorno d'oggi certa musica possa svolgere quella funzione aggregatrice e di risveglio di cui c'è bisogno.

Copertina: David Lenci & Sean Meadows + Laundrette - Red House Blues (Gammapop, 2002)
01. A Pointlist In Origin
02. Air Afrique
03. The Way It Goes
04. Solidarity Fight Song
05. Strange Way To Hide Your Love
06. The Zahir
07. Comin' Back Home

David Lenci & Sean Meadows + Laundrette - Red House Blues (Gammapop, 2002)

di ©2002 Edoardo Bridda

Dall'incontro dell'ex June Of 44 Sean Meadows (guitar/voice), David Lenci (guitar/voice) e i Laundrette (Lucio Febo/guitar, Massimo Bartera/bass, Marco Carlini/drums) nasce questo disco, registrato in presa diretta e mixato da Andreas Venetis negli studi Red House Recordings (di proprietà dello stesso Lenci) a Senigallia.
Red House Blues è un lavoro pregevole, che trova il proprio nucleo propulsivo nell'intreccio/sovrapposizione di tre chitarre. L'approccio volutamente psichedelico non si allinea alla versione estremistica degli Hash Jar Tempo o dei Bardo Pond, e nemmeno al math-rock; piuttosto quel che emerge è un interessante innesto blues nelle partiture dei disciolti June Of 44.
Meadows sembra l'anima del duo/gruppo, e più d'un indizio riporta alla biografia del musicista americano: il blues psichedelico di A Pointlist in Origin, per esempio: un'interessante fusione tra il post-rock dei June (la severa circolarità dell'approccio) e il blues-rock di fine anni sessanta; l'emocore di Air Afrique; il canto di The Way it goes e Solidarity Fight Song, spesso filtrato e leggermente distorto (come da scuola di Louisville), in linea con le intuizioni dell'ultimo lavoro Anahata; e infine l'incedere cadenzato e marziale della batteria (chiaramente filo-Shariniana). Con questo non si vuol sminuire l'apporto degli altri membri, in testa Lenci: Red House Blues è suonato egregiamente e prodotto altrettanto bene. (6.5/10)

Copertina: Red House Blues Revue - Essential Ordinary Blues (Load Up / Lake, 2004)
01 In the Forest Power
02 Don't Think You're the First
03 Liezah Power
04 Talkin' Gypsy Market Blues
05 Secret Kiss
06 Milkwood Blues
07 Bill McCai
08 Eskimo Lament
09 Careless Hands
10 Pass It On
11 All of Our Love Power
12 Confessions of A.D.D.D.

Red House Blues Revue - Essential Ordinary Blues (Load Up / Lake, 2004)

di ©2005 Lorenzo Filipaz

Laddove il primo disco, ancora accreditato a David Lenci & Sean Meadows, si presentava come una Desert Session de noantri, tutta pesanti riff reiterati fino all’ipnosi, con un suono immaginifico disteso su ampi orizzonti idealmente compresi fra Joshua Tree, Trondheim (patria dei Motorpsycho) e la Senigallia di Lenci, Essential Ordinary Blues si riduce a un dischetto da sgabuzzino (era infatti pronto già a pochi mesi dall'esordio).
Il sound, sempre notevole, è rimasto, ma gli argomenti si sono drammaticamente erosi. Gli unici momenti in grado di riaccendere la magia di quell’intreccio di tre chitarre, che aveva magnificato il disco precedente, sono lo strumentale In The Stoner House (che apre il disco) e il breve intermezzo Pinball Maturation (titoli deliziosamente sornioni, peraltro).
In generale, sembra che i Nostri abbiano abbandonato l’approccio jam per concentrarsi di più sulla scrittura, tentando di tappare le falle - invero poche - del disco precedente; ma se i risultati sono eccellenti in due episodi (Don’t Let Me Burn, Broken Machine) e decenti in altri due (Gumshoe e I Found The Way), nella rimanenza dei casi sono sciapi assai, perfettamente rappresentati dalla ghost-track in coda, la fiacca cover di I’m So Tired dal Doppio bianco dei Beatles: mai titolo (maliziosamente occultato) fu più in linea coi sentimenti dell’ascoltatore.
Un episodio interlocutorio. (5.5/10)