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Introduzione
Critica
Webografia

Rechenzentrum

di aavv
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Copertina: ...
  • Gaujag Totale
  • Lye
  • Tiefenschärfe
  • Slate
  • Blieichbadüberbrückung
  • Nelson Reshoot
  • Projektor
  • Benshi
  • Synchron
  • 35MM
  • Paramount
  • Hommage
  • Happy End

Director's Cut (Mille Plateaux, 2003)

di Edoardo Bridda

Un’evoluzione quasi matematica porta i Rechenzentrum alla realizzazione del terzo album. Matematica perché chi conosce il teutonico trio dagli esordi non mancherà d'avvertire il sapore di “somma algebrica” nelle trame della nuova fatica, Director’s Cut. Terzo album quindi, non il migliore da una punto di vista prettamente musicale (forse le Peel Session hanno qualcosa in più), ma sicuramente il più innovativo da quello audio-visivo globale. Director's, infatti, oltre al consueto cd audio, presenta altresì una versione dvd nel quale le musiche sono accompagnate da un filmato ad hoc curato da Lillevän.

Non ci occuperemo in questa sede della parte visiva, piuttosto svolgeremo la critica limitatamente all'analisi del mondo sonoro e, tornando ai concetti algebrici sopracitati, iniziamo coll'affermare che, a nostro avviso, il trio, partito all’insegna della minimal techno, ha sterzato a novanta gradi con le Peel Session - che rallentano le danze tanto da far calar il sipario dell'ambient - per giungere ora, come un copione studiato a tavolino, alla compenetrazione. Una sorta di quadratura del cerchio che rende il sound di Director’s Cut colorato e pastoso, proprio come se i lavori precedenti fossero suonati contemporaneamente e, a conti fatti, la scelta sembra essere azzeccata.

La cura per i sample, la loro rotondità e stratificazione, rappresenta il fattore più interessante dell’operazione: ascoltando l’album, specie nella prima metà, la sensazione è che ognuna delle creature soniche, che si sviluppano nei nostri padiglioni, sia l’equivalente del buon vino per il palato, tuttavia è la regia, il modo con cui viene somministrato l'alcolico che evidenzia alcuni dei limiti che inficeranno la degustazione. Proprio come s’era affermato nei riguardi di Vert, il talento si perde nell’artigianato e nell’amalgama di suggestioni acquisite al supermarket elettronico.

Seppur nella memoria s’imprimono le liquefazioni quasi tattili di Lye, traccia elettronica tra le migliori di quest’anno, non risultano altrettanto calibrati gli inserti dub e twang appena accarezzati di jazz di Tiefenschaerfe e Slate, appunti presi a lezione dai Labradford/Pan American che qui assumono un’eterea incompletezza e forse, proprio per questo, si consumano senza lasciar traccia, in un groove da “Buddha Bar”. Più convincenti gli inserti analogici ad opera di Nelson Reshoot: sia nella traccia al calor di fiamma jazz che porta il suo nome, sia in Projektor, proposta in salsa Steve Reich. Giunti ai densi e ritmici momenti di Benshi, s’intuisce che, passata la boria panamericana, si passa di buon grado a quella di casa Mouse On Mars, percorso obbligato - pare - per molti musicisti tedeschi, salvo infine una divagazione à la Shaft in Paramount (di cui abbiamo esempi migliori nell'arte dei Sack Und Blumm) e nel glitch tout court di Happy End. Dunque un lavoro che non presenta novità particolari, ma spesso quel niente è suonato egregiamente. (6.5/10)

Silence DVD (Weiser Music, ottobre 2007)

di Fabiola Naldi

Oramai è risaputo che il video a supporto di un pezzo audio piuttosto che di un intero prodotto discografico acquista maggiore appeal agli occhi di coloro che, sempre più, necessitano di “sinestesia da terzo millennio” se l’immagine viene coordinata al suono.
In realtà buona parte di questi “prodotti al quadrato” peccano di presunzione, di scarsa conoscenza dei generi contaminati, dei luoghi visivi o sonori a cui fanno, più o meno dichiaratamente, riferimento. E questo, ahimé, non vale solo per il contesto preso in esame. Ma non disperiamo perché, poi, a volte, giunge un prodotto come Silence di Rechenzentrum a rivalutare l’immenso lavoro di chi decide di sviluppare una riflessione più ampia data per immagini e suoni. Il caso di questa produzione non è molto diverso da tante altre produzioni che scimmiottano il tipico, e furbo, prodotto audio-video da cassetta ma con alcuni punti di forza che lo rendono, indubbiamente, stimolante, piacevole e, in alcuni passaggi, anche sperimentale. La musica composta e prodotta da Marc Weiser e i visuals di Lillevan armonizzano il prodotto nel suo insieme, inserendolo in un repertorio che oltrepassa la semplice produzione live media a favore di un’intenzione in bilico fra l’ambientazione sonora e la videoanimazione. Un unico quadro nel quadro (bianco su nero o nero su bianco) all’interno del quale visioni di una natura incontaminata o di rilievi architettonici si intersecano su sovrimpressioni e astrazioni in dissolvenza.

L’immaginario visivo di riferimento spazia tra la migliore tradizione tedesca, partendo dalle acqueforti di Albert Dürer fino a giungere alle smaterializzazioni del “nuovo espressionista” Gerard Richter; allo stesso modo la musica pesca da una Storia intera, riproduce quasi tutto il milieu tedesco di intersezione rock/avanguardia, a partire dai Tangerine Dream, ma soprattutto citando il miscelatore post/ambientale dei Novanta (che prendeva a sua volta il kraut come riferimento).

Il risultato è una fusione, non un accompagnamento reciproco, dal momento che l’ambientazione sonora non ha la presunzione di elevarsi sopra l’immagine ma di affiancarla e di completarla al punto di non poterle più distinguere.