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The Radio Dept.

di ©2006 Stefano Renzi
Fosse uscito nei Novanta, Lesser Matters sarebbe entrato a far parte della storia, con le sue romanticherie lo-fi. A tre anni di distanza i Radio Dept. volgono lo sguardo ancora più lontano, al decennio precedente, agli Eighties dei New Order e dei Cure, per un pop ispirato ma non senza qualche delusione.

Shoegaze e Eighties pop. Il passato nel presente dei Radio Dept.

di Stefano Renzi

Un miraggio. L’apoteosi del sound indie pop britannico targato Novanta, concretizzatosi in una piccola ma artisticamente feconda cittadina svedese. I Radio Dept. come ultima àncora di salvezza possibile per una miriade di integralisti indie oramai orfani di arabe fenici quali Creation e Sarah Records. Un crocevia di umori e sensazioni che hanno determinato l’algido percorso di una generazione attonita di fronte all’ossessivo feedback messo in mostra dai My Bloody Valentine, ma capace di cavalcare l’onda emotiva di una romantica melodia forgiata dalle pene amorose dei Field Mice o dalla straniante atmosfera post club dei meravigliosamente effimeri St. Etienne. Una consapevolezza “pop” che si è persa nel tempo tra le note di troppa musica generata con smaliziato disinteresse e che per un attimo è nuovamente vissuta tra i solchi di un vinile arrivato nei nostri apparecchi quasi per caso, appena in tempo per non finire nel cassetto degli oggetti smarriti e restituire Johan Duncanson e soci alla loro tranquilla vita di tutti i giorni, quella da cui dieci anni fa hanno cominciato - senza troppa convinzione - ad evadere, sorretti dal desiderio di emulare i compagni di liceo attivi a livello artistico.

Due lustri contraddistinti da un percorso discografico numericamente esiguo, un album ed una manciata di singoli, complicato da innumerevoli cambi di formazione che più di una volta hanno messo a repentaglio l’esistenza stessa della band, infine strettasi attorno alla figura del sopraccitato Johan Duncanson, membro fondatore dei Radio Dept. assieme all’allora compagno di banco Elin Elmered. È il 1995. Il sodalizio tra i due si esaurisce nel breve volgere di tre anni, periodo durante il quale le poche canzoni portante a compimento dalla coppia rimangono chiuse nei meandri della cantina adibita a sala prove. Elmered si defila per problemi personali, ma viene sostituito in tempo reale da Martin Larsson, che eredita il ruolo di spalla e comprimario di Duncanson, salvo poi essere raggiunto e supportato, tre anni più tardi, dalla bassista e fidanzata di Martin Lisa Carlberg e dal batterista Per Blomgren. Con questa line up, finalmente stabile e definitiva, i Radio Dept. arrivano a dare forma concreta al loro percorso dopo oltre sette anni di assoluto silenzio discografico.

A celebrare il debutto è una piccola etichetta indigena, la Slottet Records, grazie alla quale la band ha la possibilità di incidere un sette pollici, Against The Tide EP, all’interno del quale vengono inserite quattro canzoni originali: la title track, Liebling, Why Won’t You Talk About It e We Would Fall Against The Tide. Il singolo è un tripudio di mosse in feedback e melodie eteree, come i Jesus And Mary Chain alle prese con il catalogo dei Blueboy, in un’altalena di emozioni e racconti tardo adolescenziali che hanno il pregio di suonare clamorosamente attuali, pur mutuando un’idea musicale oramai desueta. I semplici path di batteria elettronica, la voce slabbrata e volutamente distratta di Duncanson, la scelta di una dimensione ultra lo-fi, sono i tratti distintivi di un lavoro d’esordio che stupisce per la sua maledetta maturità e che costituirà la rampa di lancio ideale per le future evoluzioni sulla lunga distanza della band. L’ottima impressione suscitata dal sette pollici viene bissata poche settimane più tardi dalla realizzazione di un nuovo singolo, Annie Laurie, sempre prodotto sotto l’egida del marchio Slottet ma, stavolta, licenziato in pochissimi esemplari in forma di cd-r. Oscuro alter ego del suo predecessore, Annie Laurie, è una scheggia impazzita di pop in bassa fedeltà, che ci mostra il lato meno accondiscendente della band scandinava, complice una ballata acustica dai toni dimessi, la title track, una Bad Reputation che gioca con le plastiche evoluzioni del techno pop di matrice Eighties e due riempitivi come Target e Felafel in bilico tra dilatazioni ambient ed indie pop d’oltreoceano.

Con questo singolo termina la fase di studio, i tempi sono oramai abbondantemente maturi per dare vita al primo lavoro sulla lunga distanza, le canzoni sono pronte ed attendono soltanto di trovare una label vogliosa di produrre e distribuire l’album. Arriva la Labrador Records, altra etichetta indigena, e Lesser Matters, ovverosia il fulcro di tutti i discorsi sino a qui intrecciati che diventa finalmente realtà.

Passato pressoché inosservato al momento della sua pubblicazione originale, avvenuta nel corso del 2003, Lesser Matters (Labrador / Goodfellas, aprile 2003) è uno di quei pochi album che ha potuto godere di una seconda occasione commerciale, in questo caso assicurata dai responsabili della label inglese XL che, folgorati da chissà quale intuito, nel corso dell’estate 2004 hanno deciso di acquistare i diritti dell’album per poterlo distribuire con maggiore attenzione e capillarità in tutta Europa. Una situazione molto simile a quella che qualche anno fa vide protagonisti la 4AD ed i Thievery Corporation, con la sola eccezione che ristampare Sound From The Thievery Hi-Fi nel pieno boom delle sonorità downbeat lounge voleva dire centrare il bersaglio a colpo sicuro, mentre dare spazio ed investire risorse in un album di puro shoegaze/dream pop sound come Lesser Matters poteva apparire come un’operazione decisamente spericolata. Ma si sa, a volte, la fortuna aiuta gli audaci ed i responsabili della XL sono stati ampiamente ripagati della loro lungimiranza, creando un piccolo caso discografico i cui effetti sembrano destinati a durare per molto tempo.

Ispirati, per loro stessa ammissione, da una santa triade composta da My Bloody Valentine, Saint. Etienne ed Arab Strap, i Radio Dept. arrivano al loro debutto discografico pubblicando l’album che non ti aspetti, talmente fuori dai giochi e dalle attuali coordinate commerciali da risultare enormemente più prezioso di tante altre omologate brutture indie pop oggi in circolazione. Un album dai toni gentili, eleganti, profondamente pop, realizzato con quella voluta disattenzione che è da sempre un marchio di fabbrica delle produzioni tardo adolescenziali più intraprendenti. Un disco, che vive del passato nel passato, senza cercare di riattualizzare una ricetta oramai desueta e consumata, letta e messa in pratica troppe volte. I Radio Dept. costruiscono Lesser Matters come se fossimo ancora fermi al 1991, con la stessa ingenuità che potevano avere i Chapterhouse, i primi Ride, i gruppi della Sarah Records. Ed è in questa caratteristica che va ricercato il vero spirito dell’album, nel suo essere oggi specchio di una realtà di ieri, senza nessun tipo di mediazione. Poi ci sono le canzoni: bellissime, struggenti, a tratti persino demoniache nel loro ammaliare. L’iniziale Where Damage Isn’t Already Done nasconde lacrime e tristezza dietro l’irruenza di una grintosissima sezione ritmica, Keen On Boys è polvere di stelle del Bobby Wratten solista, Bus una timida ballata per chitarra acustica e batteria elettronica, Strange Things Will Happen la canzone che i Saint Etienne hanno dimenticato di sapere ancora scrivere, mentre Your Father è semplicemente capace di mettere i brividi.

Chi ha amato album come Loveless, Nowhere, So Tough, Blood Music e Her Handwriting sa di cosa stiamo parlando e non potrà certo rimanere indifferente a tutto questo.

Fosse uscito quindici anni fa, siamo sicuri, Lesser Matters sarebbe stato considerato come uno dei migliori album pop dello scorso decennio. (8.5/10)

Interrompendo un silenzio lungo circa due anni, i Radio Dept. se ne escono con un EP di quattro brani che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe fungere da apripista per il nuovo, attesissimo album in studio. Rispetto al pluriacclamato Lesser Matters, This Past Week (Labrador / Goodfellas, agosto 2005) gode di una produzione decisamente più levigata, contraddistinta da un abbandono quasi totale di quelle sonorità shoegazer che avevano fatto la fortuna del loro primo lavoro, in favore di un sound sbilanciato verso un dream pop di chiara matrice Eighties. Una decisione largamente preventivabile, visto che sarebbe stato inopportuno, per non dire sciocco, continuare ad abusare di una formula che non aveva più niente da dire sotto il profilo estetico, peraltro penalizzata dalla mancanza di quell’effetto sorpresa che aveva giovato non poco all’economia generale di Lesser Matters.

Al di là delle scelte stilistiche, più o meno condivisibili, This Past Week lascia però esterrefatti per la pochezza delle canzoni in esso contenute, complice una evidente involuzione compositiva, che sembra aver privato Duncanson e soci di quel meraviglioso istinto melodico che aveva caratterizzato in più di una occasione il loro primo lavoro. A questo punto, l’attesa per il nuovo album si fa ancora più snervante, consapevoli del fatto che se la strada imboccata dal gruppo svedese dovesse rimanere quella scelta per la produzione di This Past Week, potremmo incorrere in una delle più cocenti delusioni degli ultimi tempi. (5.0/10)

Lo scoglio del secondo album è universalmente considerato come quello più duro da oltrepassare, soprattutto quando si è stati baciati dal successo planetario con la prova d’esordio e si hanno tutti gli occhi degli addetti ai lavori puntati addosso. Poche le band che riescono a superarsi in corsa e fare meglio alla seconda tornata, molte quelle che cadono abbandonandosi ad un meschino futuro. Gli svedesi Radio Dept. si pongono esattamente a metà strada tra le due ipotesi, salvando onore e dignità con un album, Pet Grief (Labrador / Goodfellas, aprile 2006) , che non è e non poteva certo essere un nuovo Lesser Matters, ma che allo stesso tempo evita le cadute di tono e le brutture dell’irritante EP This Past Week.

Eppure, le fondamenta del nuovo album traggono spunto proprio da quei momenti: da un completo abbandono delle sonorità shoegazer, da una produzione leccata e levigata, dalla rinuncia alla bassa fedeltà, da un tuffo, stavolta rigenerante, nelle atmosfere delle migliori produzioni pop anni Ottanta.

Un anno e mezzo di lavoro e ripensamenti che è servito a Johan Duncanson e compagni per ritrovare l’ispirazione e la magia momentaneamente perdute ma, soprattutto, per ritrovare quella vena compositiva che aveva clamorosamente latitato nelle quattro tracce messe in circolazione la scorsa stagione.

Pet Grief è a tutti gli effetti un album di canzoni, di belle canzoni, forse penalizzate da una produzione che strizza troppo l’occhio a certi arrangiamenti ed a certe soluzioni tipiche del decennio Eighties, ma che può contare su di una scrittura lineare e melodica che molto spesso riesce a valicare gli steccati stilistici e ad affermarsi come elemento a se stante. È il caso della title track, di A Window, della splendida Tell, mentre episodi come The Worst Taste In Music pagano lo scotto di essere state pensate, concepite e realizzate con la mente troppo concentrata sui New Order periodo Republic. In conclusione, un album che ci fa tirare un sospiro di sollievo sullo stato di salute attuale della band, ma che costituisce un notevole passo indietro rispetto alla bellezza di Lesser Matters. (6.3/10)