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Introduzione
Critica
Webografia

Radical Matters

di Nicolas Campagnari
Quante etichette in Italia nascono e muoiono nel volgere di un cambio di stagione? Troppe, e quanti credono ancora che per metterne in piedi una e aderire alla filosofia sia sufficiente avere un PC e un collegamento a Internet? Troppi. Ecco perché quando incappi in una label come Radical Matters, che non nasce con l’idea di pubblicare qualche disco di amici ma con l’intento di diventare un punto di riferimento per tutto l’underground musicale – che mai come in questo momento si guarda allo specchio e cerca di capire dove sta andando -, pensi che le dinamiche che fanno emergere una realtà piuttosto che un’altra non sono poi tanto cambiate da quando il computer era ancora un lusso che si potevano permettere in pochi.

L’arte dei rumori fissati

di Nicolas Campagnari

Se dovessimo incasellare Radical Matters, che è sia label tradizionale ma anche netlabel, bisognerebbe chiamare in causa la scena post-industrial che ha steso la sua ombra lungo gli anni Ottanta e Novanta e che recentemente ha conosciuto le luci della ribalta. Ma non temete, non c’è un briciolo di nostalgia e amarcord in RM, al contrario, la sua proposta sonora composta da una settantina tra uscite fisiche e digitali mette in scena contenuti sonori all’avanguardia rispetto al nostro tempo.

Cover

Un altro suo elemento che colpisce è la commistione tra ricerca sonora ed artistica, apparentata con le avanguardie artistiche e sperimentali del ‘900, che donano al progetto profondità e multidimensionalità. Un’operazione così ambiziosa – ovvero unire avanguandie musicali ad avanguardie artistiche – potrebbe dare l’impressione dell’asetticità di un procedimento in vitro, ma quello che sorprende dell’esperienza è il fatto di riuscire ad unire la professionalità con una passione profusa in tutti i suoi aspetti, dagli elaborati packaging homemade alla cura estetica del sito web passando attraverso manifestazioni parallele, come le installazioni a Piombino eXperimenta 03.

Per averne una prova basta immergere occhi e orecchie nelle uscite “fisiche”, nelle quali è facile notare un evidente sincretismo stilistico che nasce comunque da una matrice comune.  Abbiamo il post-industrialismo reznoriano di PT-R, la ebm techno sporca di Cheetah, il quasi post rock di Mountain Of The Cardiod Snake, fino ad arrivare al culmine della proposta musicale di RM ovvero il progetto sonoro omonimo che al momento conta ben 8 dischi e anche per questo merita un discorso a parte.

È Sandro Gronchi, titolare dell’etichetta e del progetto sonoro, che armato di una strumentazione essenziale –  ben documentata dalle note che adornano gli artwork – fatta di giradischi, fonografi homemade, walkman, vinili modificati, effetti a pedale e un mixer, riesce a spaziare dall’abrasiva riscrittura eseguita dal vivo suonando vinili modificati del noiser americano AMK dei due Helegy/Ygeleh, passando attraverso le maglie di una sorta di dark ambient intrecciata a musique concrete di Demonolatry, Pk Suggestion e Goetia (registrate principalmente in necropoli e sotterranei carichi di suggestioni paranormali), fino ad arrivare alla recente crudezza e rumorosità di Macabre Rites che riflette un’attitudine black metal ma ribaltata e trasformata in un grido di dolore dell’era contemporanea.

Complessità, prospettive oblique, senso dell’estremo: componenti essenziali di Radical Matters che la rendono al principio difficilmente avvicinabile e intellegibile, infatti solo uno sguardo attento, paziente e consapevole può schiudere un’esperienza esoterica e densa di significati nascosti, sicuramente diretta a pochi, anche perché la luce dei riflettori rischierebbe di snaturarne il senso. Abbiamo allora raggiunto via mail il fondatore Sandro Gronchi, che ci ha delineato e meglio approfondito le tematiche e le dinamiche d’azione del suo progetto artistico-musicale.

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Innanzitutto vorrei sapere cosa ti ha spinto a creare Radical Matters.

Sono sempre stato affascinato dalla scuola tedesca del Bauhaus e da quello che ha prodotto nella nostra cultura. Questa fascinazione, negli anni poi, si è sempre intrecciata alla musica. Dopo un po' di esperienze nell'arte visiva e nella didattica dell'arte, nasce l'idea di fare Edizioni d'Arte per i rumori. Così da qualche tempo ne ho fatto una priorità nelle mie giornate: registrare idee, concetti, segni, e metterli in scena.

È evidente come in RM l’esperienza musicale rappresenti solo un aspetto dell’etichetta, in effetti componenti tipiche delle arti sperimentali sono facilmente ravvisabili (l’attenzione per l’oggetto-packaging, la propensione alle installazioni sonore, come a Piombino eXperimenta l’anno scorso). Puoi dirci quali movimenti artistici, e non solo, ti hanno maggiormente influenzato?

Di sicuro i gruppi di ricerca visiva della seconda metà del secolo scorso, opere di confine tra design e arte visiva (come l’Optical Art, il Movimento Arte Concreta, la Poesia Visiva e Performativa) ma più che opere o autori direi che ad avermi maggiormente influenzato sono le esperienze a cui queste visioni mi hanno iniziato, e in questi termini sono per me legate sinesteticamente al rumore, all'ascolto come esperienza esoterica. L'Ascolto infatti, ha sempre costituito il comune denominatore di molte delle mie esperienze trascorse, da qui nasce RM-ED/L. L'estetica dell'estremo è il cardine di queste edizioni, è la fascinazione di percepire forzare i contorni delle idee e delle cose. Poi la musica per chiudere il cerchio: sono cresciuto ascoltando black-occult metal (Hellhammer, Bathory), poi il dark (Bauhaus, Virgin Prunes, Death In June, Current 93), la psichedelia (Amon Düül, High Tide), la dodecafonica (Webern, Kurtag). In generale mi affascina l'idea della registrazione inteso sia come strumento di riproduzione che come strumento prettamente creativo, così per i dischi come per i libri. Dai nastri di etnomusicologia dei rituali tradizionali dell'Africa e del Tibet, ai Libri Illeggibili di Bruno Munari.

Il progetto sonoro omonimo ti vede impegnato con giradischi modificati, fonografi artigianali, locked grooves; ci racconti com’è nata questa necessità di esprimersi con della strumentazione che viene più facilmente associata all’hip-hop o alla dance?

Per qualche anno dal 1997 al 2003, mi sono dedicato alla produzione di opere visive che andavano dall’optical prima alla poesia visiva e performativa poi, realizzando con queste ultime ricerche anche una tavola rotonda online sul tema Arte E Nuove Tecnologie. Da tempo, inoltre, mi occupo anche della didattica dell’arte, con particolare interesse per l’analisi dei modelli cibernetici e costruttivisti nello studio dell’attività mentale e percettiva implicata in questi processi. Da queste tracce poi il passaggio espressivo dal “gesto al suono” è stato un processo naturale. Lo strumento poi che più di tutti mi permetteva di sperimentare un “sistema cibernetico-costruttivista” nella costruzione sonora era la macchina-giradischi, dove poggiare materiali diversi e per sfregamento ottenere suoni con uno o più microfoni utilizzati al posto delle puntine, facendo inoltre interagire questo input anche con l’output in diverse maniere in modo da ottenere “influenze” dirette e controllabili. Solo dopo, cercando di approfondire questa intuizione ho scoperto certi precedenti storici a cavallo tra sperimentazione sonora e arte contemporanea da Otomo Yoshihide, al Boyd Rice degli albori, da Philip Jeck a Christian Marclay. La mia curiosità nello sperimentare è sempre stata più forte dell’analisi del lavoro di altri autori per cui, anche se in buona compagnia, in qualche modo ho cercato di portare avanti questo mio interesse in maniera autoctona ed originale. Sono nati così bizzarri set-up basati sull’esaltazione dei feedback dello stesso segnale, dove il cuore rimane il sistema “giradischi-casse/diffusori” modificati all’occorrenza fino a farli diventare veri e propri “oggetti sonori” come in quelli implicati nelle registrazioni di PK Suggestion. Utilizzo puntine, microfoni, casse acustiche, dischi autocostruiti con materiali eterogenei, vinili preparati sempre utilizzando la tecnica del “forced locked grooves”, tutto questo però ha una forte componente elettroacustica, ovvero spesso riesco a costruire set-up di questo tipo senza l’utilizzo di nient’altro che non un po’ di pile e attrezzature portatili, poiché per me è fondamentale cosa suscita un suono in un dato ambiente acustico e come questo ne influenza la continuità, cosa questo “smuove” per “simpatia”, quali fenomenologie accadono.

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Come mai hai deciso di mantenere la stessa denominazione Radical Matters per i due progetti, quello sonoro e quello della label?

In realtà nascono "in sieme" ma non "insieme". Ho deciso di mantenere il nome delle Edizioni anche per la pubblicazione di alcuni personali lavori in ambito sonoro perché, anche a discapito di una certa coerenza comunicativa, in questa scelta c'è implicito un punto di vista operativo, dove l'uno si riversa nell'altro; poiché il suono ha la stessa natura della luce, della materia, considero quello che faccio una cosa sola. In qualche modo, questi due aspetti dell'etichetta si somigliano molto anche fisicamente: le Edizioni sono multipli d'arte di album concettuali, pezzi unici in serie, curati e prodotti interamente dal sottoscritto, artigianalmente, uno per uno; così anche le mie pubblicazioni sonore sono in realtà "ascolti", fissati, di dinamiche acustiche che mi diverto ad innescare con meccaniche artigianali, sempre diverse, unite dall'entusiasmo e la meraviglia dell'esperimento compiuto.

Radical Matters è anche netlabel con le Web Editions/Soundsources, che valore gli attribuisci nell’economia dell’etichetta?

Considero le Web Editions una vera e propria collezione pubblica, un particolare "museo" del rumore. La serie delle Soundsources sono per me proprio il cuore della ricerca sul rumore di ogni artista coinvolto. Sicuramente questo tipo di edizioni, in particolare la serie degli EP, ha anche il pregio di attirare gli affezionati dei vari autori coinvolti, mentre la serie delle soundsources, per il loro particolare formato, non di così "facile" fruizione, sono da considerarsi oltre che una curiosità, una vera e propria web resource, una soundlibrary in continua implementazione.

Come si concilia l’ultrafeticismo delle Collectors Editions con la modernità usa e getta  tipica delle Web Editions/Soundsources?

Se prendiamo le Soundsources, in questo caso la "modernità" diventa strumentale, ovvero il formato del loop d'autore si sposa molto bene con il formato dell'archivio o della libreria digitale, poiché oltre a rendere pratico l'ascolto, queste particolari registrazioni possono diventare strumento acustico se suonato in altri contesti, come quello installativo, o musicale, se pensati come campioni da suonare e manipolare. Diversamente la serie degli EP Web Editions possono rientrare nel concetto di "Multipli" d'arte, infatti confidando nella passione del "fai da te" dei collezionisti interessati, il download di questa serie, permette a chi è interessato di ricomporre con i suoi mezzi (stampando, sagomando e incollando il packaging ed i vari inserts e masterizzando il relativo cdr), di creare una collezione "unica", poiché ogni copia prodotta sarà così un pezzo unico (si pensi anche solo alla stampa dell'artwork), sempre uguale nel contenuto ma sempre diversa nella sua fisicità. Ognuno avrà la sua collezione, creata da se stesso, artigianalmente, chiamando a partecipare al processo creativo ed editoriale di queste edizioni anche il semplice ascoltatore che così entrerà a far parte del gioco.
Riguardo alle Collectors Editions, non sono altro che edizioni “aperte”, le definirei ready-on-demand, forse in quest’idea sta la modernità” della proposta, differentemente dalle più usuali Limited Editions sono realizzate di volta in volta a seconda delle richieste da parte di distributori ed acquirenti (anche in questo cerco di lavorare trasversalmente, coinvolgendo negozi, rivenditori online, bookshop di musei, gallerie) ancora una volta realizzati artigianalmente come multipli d’arte, pezzi “quasi” unici, ma teoricamente senza limitazione alle copie disponibili.

Radical Matters fa riferimento ad una sorta di immaginario Post-Industrial confinante spesso con il Black Metal (penso alla recente web release del norvegese Utarm e al venturo progetto “Black Industrial Grimoire”). Cosa pensi dello recente sdoganamento, di queste realtà, o per meglio dire, in che rapporto credi che stiano con la cultura popolare?

Ho sempre interpretato "concettualmente" e mi hanno sempre interessato, forse per un vizio professionale, a certi generi della musica moderna e contemporanea che se interpretata in chiave storiografica riporta alle tendenze impostate dalle arti visive del ‘900, ad esempio autori come i primissimi Bathory, Venom, mi hanno interessato per l’originale interpretazione dell’immaginario gotico-simbolista, inventando letteralmente il “suono” o per meglio dire i rumori di quell’immaginario fatto di “mostri” senza voce che nella tradizione mistica occidentale vivono sulla soglia di manoscritti e cattedrali, quali custodi di un inferno di demoni psichici e conoscenze ermetiche. Così come vedo nella stessa chiave “visiva” molti importanti autori della scena experimental, ad esempio lo stretto legame tra The Loop Orchestra, Panicsville, S.O.T.N.E. ecc… con le tecniche del surrealismo, il radicale espressionismo (dichiaratamente Azionista) di Sudden Infant, Rudolf Eb.Er, l’espressionismo astratto di Atrax Morgue, Whitehouse, l’informale di Daniel Menche e Lucas Abela, l’attitudine programmatica e cinetica di Oto Lab, Kinetix, il dadaismo di Big City Orchestra, LT Murnau, l’astrattismo di Struktur, Rocchetti, Bad Sector, l’arte concreta di AMK, Parodi, l’arte concettuale di The Haters, GX Jupitter-Larsen, il cubismo di certi Telepherique o Shee Retina Stimulants, l’approccio “performativo” di Zero Kama, Michael W. Ford, il suprematismo di MZ412, etc…

Per concludere vorrei sapere qualcosa di più sui tuoi collaboratori più stretti, ovvero Pietro Riparbelli (sound artist con parecchie uscite per RM) e Andrea Sozzi (le sue tenebrose e suggestive foto adornano spesso gli artwork di RM).

Con tutti e due ho spesso suonato negli anni – oltre che a crescere – insieme in varie formazioni, anche effimere, di ricerca sonora tra il dark, il black e lo sperimentale, questo è stato un percorso comune parallelo alla strada che ognuno di noi ha poi coltivato da solo, per questo diventa facile la comunicazione tra di noi: Andrea è un fotografo sensibile che continua a stampare a mano, al buio, le sue impressioni; sono rapito da certi fenomeni che riesce a catturare, per questo sono nati degli incontri anche tra le nostre produzioni: recentemente ho utilizzato uno dei suoi scatti in Macabre Rites ma è stato anche coinvolto, come autore-reporter, in alcune particolari produzioni (P.K. Suggestion, Goetia).
Con Pietro continua da sempre una reciproca corrispondenza sugli sviluppi delle nostre ricerche a volte anche condividendo, come recentemente, progetti e collaborazioni sonore. Il suo approccio al fare ricerca con progetti come PT-R e K11 (che ho avuto il piacere di pubblicare in vari formati) è per me una garanzia di qualità e originale personalità interpretativa, dalla costruzione di harsh beat noise con manipolazioni di campioni sonori registrati e in diretta del primo, alle attuali ricerche in ambito radionoise del secondo, già sconfinate in nuovi orizzonti sonori.

Radical Matters – Goetia (Radical Matters, novembre 2007)
Macabre Rites (Radical Matters, ottobre 2007)

di Nicolas Campagnari

Presentata in anteprima in forma di installazione sonora a Piombino eXperimenta 07, Goetia è una lenta e dolorosa discesa negli inferi. Sandro Gronchi, titolare del progetto e dell’etichetta Radical Matters, ha prodotto queste evocative e brumose tracce dalle pieghe isolazioniste con il solo ausilio di giradischi e vinili modificati, effetti a pedale, microfoni e un mixer. Goetia è anche un’esplorazione del territorio paludoso dell’ambient horror: ne escono 25 minuti di rara bellezza e semplicità. Ricorda gli esperimenti di musica ritualistica post-industrial, pensate ad esempio alla How To Destroy Angels ad opera di Coil. Loops insistiti nelle cui pieghe risiedono feedback ambientali imprevisti ed imprevedibili.

L’audio è solo uno degli aspetti dell’album: questo prezioso e limitato (50 copie) cd-r 3” è racchiuso in una confezione-poster con foto provenienti direttamente dai luoghi delle registrazioni, inoltre ci si può collegare al sito di RadicalMatters.com dove si troveranno spezzoni video dell’installazione ad eXperimenta dello scorso settembre. (7.5/10)

Stesso modus operandi per Macabre Rites con l’unica aggiunta di 2 walkman presenti nella terza traccia. Qui si svela il lato più rumorista e cacofonico di Radical Matters: un cigolante incubo industrial che riporta alla mente i The New Blockaders, con il loro materialismo di scuola concreta. Suoni crudi, urticanti ma che seducono pur nella loro inaccessibilità. Ma non c’è solo rumore e aggressione: lo testimonia la settima traccia dove frequenze armoniche si intrecciano dolcemente fino a creare una sghemba ma efficace melodia maliconica.

Nel progetto Radical Matters pulsa il sangue della tradizione sperimentale che discende dalle prime avanguardie storiche e arriva fino ai Throbbing Gristle, ma non è amarcord e neppure celebrazione dei bei tempi andati, è un guanto di sfida lanciato verso il futuro, una risposta concreta e costruttiva alle domande della modernità musicale e non solo. Difficile credere che tutto ciò sta accadendo in Italia ma la cosa non può che riempirci di orgoglio. (7.5/10)