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The Raconteurs

di AA.VV.
  • Steady As She Goes
  • Hands
  • Broken Boy Soldier
  • Intimate Secretary
  • Together
  • Level
  • Store Bought Bones
  • Yellow Sun
  • Call It A Day
  • Blue Veins

Broken Boy Soldiers (V2 Records / Third Man, maggio 2006)

di Michele Vaccari

Smesse le magliettine rosse a strisce bianche, Jack White ha deciso di prendersi una pausa dai White Stripes e di andarsele a suonare di santa ragione nel “gruppetto” degli amici, che nella fattispecie sono il collega-concittadino Brendan Benson, raffinato musichiere e cantautore (nove anni di carriera alle spalle e tre dischi all’attivo, ultimo nei negozi The Alternative to Love), più la sezione ritmica degli scozzesi Greenhornes (Jack Lawrence al basso e Patrick Keller batteria), che già accompagnarono i due White lungo il tour europeo di Get Behind Me Satan.

Ne esce Broken Boy Soldiers, dieci perle di rock vecchio stampo, in cui la vena blues di Jack si è riversata in composizioni farcite di coretti e distorsioni caldissime, con in più una buona dose di melodia di stampo Beatles prima maniera (particolarmente eloquente in tal senso Hands).

L’iniziale Steady As She Goes, ruffiana quanto basta, è il singolo ideale per quanto fila via liscia e si destreggia abilmente tra richiami indie e melodismi quasi beat, ma è solo un depistaggio: tra ballad lennoniane (Together e Call It A Day, in cui Jack cede il passo a Brendan, così come nell’acustica Yellow Sun), sfuriate di chitarre in distorsione (Store Bought Bones), un soul-blues dolente (Blue Veins) e ulteriori richiami ad un certo quartetto di Liverpool (Intimate Secretary), la scaletta è quantomai varia; probabile gemma dell’album l’omonima Broken Boy Soldiers, tre minuti sincopati in cui gli acuti di Jack si fondono in un groove oscuro in odore di psych che non lascia scampo (“the boy never get older / the boy broken joy soldiers”).

Tirando le somme, Broken Boy Soldiers esce pienamente promosso: pur basandosi su canoni e stilismi da classic rock i Raconteurs sfoggiano una personalità sorprendentemente definita e una compatezza sonica più che gradevole, senza mai cadere in facili citazionismi. (7.6/10)

 

 

  • Consoler of the Lonely
  • Salute Your Solution
  • You Don't Understand Me
  • Old Enough
  • The Switch and the Spur
  • Hold Up
  • Top Yourself
  • Many Shades of Black
  • Five on the Five
  • Attention
  • Pull This Blanket Off
  • Rich Kid Blues
  • These Stones Will Shout
  • Carolina Drama

The Racounteurs – Consolers Of The Lonely (Third Man / XL, 25 marzo 2008)

di Antonio Puglia

C’è solo una cosa migliore di una band con un grande songwriter: una band con due grandi songwriter. Già nell’esordio Broken Boy Soldiers (2006), Brendan Benson e Jack White si erano proposti, con successo, come la versione indie ‘00 di coppie dorate alla Lennon-McCartney, Alex Chilton-Chris Bell e così via. Il bello di quel disco, infatti, era proprio la mescolanza delle scritture - e delle voci - dei due, con il sostegno di lusso della sezione ritmica dei Greenhornes (Jack Lawrence e Patrick Keeler); una formula che in definitiva rendeva i Raconteurs qualcosa di più che un giretto lontano dai White Stripes da parte del membro più famoso.

Ed è pur vero che l’impronta e la guida di Jack - responsabile dell’assestamento della band nella “sua” Nashville - si fanno sentire anche stavolta, sin dal singolo Salute Your Solution che riparte preciso da dove era rimasta Icky Thump, organo distorto incluso; impressione confermata dai fiati mariachi della solenne The Switch And The Spur, nonché da Hold Up, trascinante e malsano rock’n’roll dove i quattro si divertono a maltrattare il sound ’70 con urgenza garage-punk. Si capisce, è un lavoro vario e ricco, ma a garantire un certo equilibrio ci sono sempre le ballate bensoniane - quasi tutte di pregevole fattura, che ve lo diciamo a fare -, da You Don't Understand Me a Many Shades Of Black, nonché i puntuali episodi country-folk e blues (Old Enough, Top Yourself, l’epica Carolina Drama).

Tuttavia, ciò che realmente rende Consolers Of The Lonely un disco di un certo peso trascende i singoli episodi, e non stiamo parlando delle quasi-radioheadiane modalità d’uscita (come saprete, l’album è piombato nei negozi e sul web senza preavviso e promozione alcuna), o della realizzazione lampo, quasi da instant record (che pure fa tantissimo, in termini di immediatezza e freschezza). Parliamo di quell’alchimia, inspiegabile a parole, che si sprigiona gloriosa in momenti come la title track o These Stones Will Shout (che paiono direttamente ispirate dall’alto, dai santi numi Who e Led Zeppelin) e in generale informa di sé ogni secondo delle 14 tracce; quel magma a base di riff, assoli e cori che erutta caldo dagli amplificatori e non ha bisogno d’altro che di un palco su cui riversarsi. Negli anni ’60 e ’70 lo chiamavano “rock". (7.5/10)