Intervista simultanea per quattro realtà nostrane, fresche di debutto o giunte al cosiddetto sophomore album, in ogni caso emergenti in questo pantano da cui emergere è appunto la cosa più difficile. Domande e risposte che non dicono nulla di definitivo, del resto non era questa l'intenzione. Fotogrammi di una situazione in transito, se volete. Sperando di cogliere lo scatto buono.

Proviamo a fare un gioco. Prendiamo quattro entità italiane, diverse per collocazione stilistica e geografica, accomunate dal semplice fatto che i loro ultimi dischi (in due casi si tratta dell’esordio) ci sono piaciuti e parecchio. Quattro punti di vista che non vogliono certo esaurire l’esplorazione, al più gettare qualche sassolino in uno stagno di cui si fatica a capire la profondità, la purezza, i limiti. Vediamo se servono almeno ad affilare i dubbi, ché a dissolverli non ci proviamo neppure.
La scelta è caduta su Annie Hall, Elton Junk, Winter Beach Disco e Christian Rainer. Ma potevamo estrarre dal cilindro un altro plotoncino di nomi, tutti ugualmente meritevoli, dagli Altro agli M?, dai Trabant ai Settlefish e via discorrendo. Per il momento, accontentiamoci di stringere l’obiettivo su questo disparato (e tutt’altro che disperato) poker. Spendendoci sopra due parole, tanto per cominciare.
I bresciani Annie Hall sono in quattro, freschi di debutto con Cloud Cuckoo Land per i tipi di Pippola Music. La loro canzoni tenere e asprigne recano ancora i segni della formazione nel glorioso (?) circolo Arci di Ponterotto, dove hanno covato una strisciante passione folk rock che paga fervidi pegni alle due sponde dell’oceano, senza risparmiarsi allucinazioni pop e spasmi lo-fi. Pare che dal vivo spezzino diversi cuoricini. Più di quanto già non facciano su disco. Verificheremo alla prima occasione.
Ed eccoci agli Elton Junk, dal cuore della Toscana. Dopo i travagli patiti in fase di distribuzione dal debutto Moods (correva l’anno 2002), è arrivato da poco il secondo lavoro lungo Because Of Terribile Tiger (recensione su SA #38) per l’etichetta Forear. Il suono più diretto, il piglio tenace, la stessa propensione allo sconcerto rabbioso new wave, all’invenzione sonica che sgretola gli steccati dei generi finendo per tracimare negli ispidi campi di battaglia del punk e nelle lande misteriose dell’art-prog. Impossibile ipotizzarne le traiettorie future. Stupendo, no?
I Winter Beach Disco prendono invece le mosse in quel di Viterbo nell’anno del signore (chi?) 2001, picchiano garrulo e duro come dei Fugazi in fregola Liars, soprattutto non si fanno intimidire dalle mille possibilità che il rock si concede e ci concede. Quindi, nel loro ottimo esordio After The Fireworks, We’ll Sail (recensione su SA #38) marchiato Black Candy, strapazzano la consuetudine e le matematiche in virtù di sbrigliati diversivi wave-avant. Ironia e spasimo a tutto spiano. Quel sano sferzare che poi ti guarda e ride e non sai bene se è un bene oppure… Vabbè, ci siamo capiti. Forse.
Quanto a Christian Rainer, ormai è bolognese d’adozione pure se è venuto al mondo nella altera Austria. Personaggio multiforme, vive sospeso tra dimensioni diverse inafferrabile anche a se stesso, ciò che gli consente di prodigarsi come artista visivo, fotografo, scrittore e musicista. Dopo l'esordio in solitario con Mein Braunes Blut (Bar La Muerte, 2002), suona nell’omonimo lavoro dei Ronin, band dell’impagabile Bruno Dorella. Quindi, in attesa del secondo opus in proprio (Turn Love To Hate, previsto per l’inizio del 2008), ha fatto comunella con gli aretini Kiddycar (freschi esordienti col buon Forget About) per uno splendido How This Word Resounds su etichetta Seahorse. Inevitabile riparlarne.
E allora, e quindi, visto che inizia l’anno nuovo, visto che da anni si mugugnano le stesse cose e ci verrebbe da ridere a ripetervi che sì, da queste parti il rock è sempre più maturo, un linguaggio ormai capace di camminare da sé e in qualche caso di correre malgrado gli ostacoli, cavalcando quel poco di effervescenza e passione e onestà, in un quadro generale che vede delinearsi un bivio epocale riguardo alle modalità di diffusione e fruizione della musica, tenuto conto di tutto ciò insomma andiamo a sentire le parole di questi quattro occasionali portavoce, campioni di un fare rock così lontano così vicino, forse mai tanto vicino.
Annie Hall) Fabio Dondelli voce, chitarra e piano, 30 anni. Andrea Abeni: chitarre, glockenspiel, cori, 29. Giorgio Marcelli: basso, voce e cori, 31. Massimiliano Tonolini: batteria, urli, 28. Esistiamo dal 2004 e siamo tutti rigorosamente bresciani. Il nome Annie Hall è preso dal film-manifesto di Woody Allen del 1977… Ci suonava bene, tutto qui.
Elton Junk) Andrea Tabacco, canto e suono la chitarra, 22/10/1974. Sono un Elton Junk dal 2001, vivo a Siena. Ale Pace, Torino, 28/03/79, bassista degli Elton dal settembre 2003. Siamo un po’ incerti su chi sia il nostro batterista al momento...
Winter Beach Disco) Antonio, 32, voce. Stefano, 33, chitarra e basso. Paolo, 30, chitarra e palombaro. Alfonso, 31, batteria. Fabrizio, 31, basso e chitarra. Siamo un mix di Lazio, Umbria e Toscana. Esistiamo come WBC dal novembre del 2001.
Christian Rainer) Christian Rainer, Unione Europea 1976, capricorno, ancora vivo. Autore di tutto ciò che faccio e di tutto ciò che faccio fare. Suono il piano, il basso, la chitarra e canto.
AH) Musica da divano, per quelli a cui piacciono tantissimo i dolci ma bevono il caffè amaro perché fa troppo figo… Come Aureliano Buendia. Per quelli che rispettano i limiti di velocità e mantengono le distanze di sicurezza.
EJ) Rock psycho attivo.
WBD) Subtorpedo rockstars, oppure la band dell’ammmore.
CR) Heroin Chic, ma prima della caduta del muro, o prima della nascita di Kate Moss.
AH) Wilco, Big Star, Beach Boys.
EJ) Pixies, Wire, Joy Division.
WBD) Fugazi. Ma anche Luigi Tenco. Abbiamo dimenticato il termine della parola pregare, però la sera per addormentarci mettiamo i Sigur Ròs.
CR) Velvet Underground, Johan Sebastian Bach, Pink Floyd.
AH) Esce quello che esce, senza pensarci troppo. Se no si sente e non è bello… Anzi è un po’ sfigato.
EJ) Il rock’n’roll è vivo e vegeto e germina continuamente. Da genere contaminato è diventato genere contaminante. E' entrato in feedback...
WBD) Si tenta di svilupparlo consci dei bei tempi che furono. Basta suonare senza rincorrere sogni di originalità. Serve l’urgenza espressiva, avere qualcosa da dire. E dirlo il più possibile con la propria espressività.
CR) I lavori meno originali sono quelli prodotti da chi vuole fare qualcosa di originale.
AH) Sicuramente avere il mano il “prodotto” è stato emozionante… Poi è stato bellissimo suonare dal vivo in certe situazioni in cui ci sentivamo a casa, dove ci volevano bene… Troppo sdolcinato?
EJ) Il durante. Quando le cose prendono forma... Ci si diverte davvero un bel po', si rischia l'azzardo e si lima l'eccesso, fino a quando non si capisce più niente ma va molto bene.
WBD) Registrarlo. E scandagliarlo in questa maniera. In un certo senso abbiamo conosciuto le nostre canzoni registrandole. E le abbiamo anche messe a fuoco in una veste sicuramente differente da quella che ne usciva in sala prove.
CR) Non c’è niente di entusiasmante in un cerchio con un buco.
AH) Io personalmente odio il lavoro di studio… Meno male che a volte arrivava gente con bottiglie di vino, lasagne e sformati (che dio vi benedica). Poi va beh, le questioni burocratiche, uff.
EJ) Il prima, ma alla fine è andata bene...
WBD) Quasi niente tranne la E45 per il caro Fabrizio. Ci vuole un sacco di tempo ma non è stato frustrante. E’ stato pesante scoprire ad un certo punto che se volevamo ottenere quello che avevamo in testa, avremmo dovuto metterci più risorse, più ore, più viaggi, più giorni. E’ una cosa che vale per qualsiasi lavoro, creativo e non.
CR) Il buco.
AH) Appassionati. Tanto, però.
EJ) Musicisti.
WBD) Musicisti passionali.
CR) I musicisti studiano, gli appassionati pregano, io tergiverso.
AH) Si, decisamente. Motivo per il quale molte band cantano in inglese. C’è poco da fare... Non avremo mai un fenomeno come i Coldplay (ad esempio) in Italia. Non lo dico con dispiacere, è un dato di fatto. Abbiamo altra roba.
EJ) Diremmo di sì. Abbiamo molte band. Il sotterraneo italiano è colmo di realtà che non hanno nulla da invidiare a quelle angloamericane, ma troppi altri hanno fretta di arrivare. Non abbiamo un bacino di ascoltatori affezionati come quelli di America e Inghilterra, semmai uno Stato che ti mette i bastoni tra le ruote. Anche nel Nordeuropa va meglio. Abbiamo venduto più cd in due date a Berlino di quanti se ne siano venduti nel tour in Italia.
WBD) Le differenze ci sono e in un certo senso i “ritardi”. Ma in Italia ci sono e ci sono state anche delle bellissime realtà, anche piuttosto originali, se non proprio nella forma, nelle intenzioni. Penso a tutto il fenomeno del Punk Hardcore 80/90, Negazione su tutti, o casi isolati apprezzati anche in terra straniera, vedi With Love, Disco Drive e Settlefish. Insomma il gap è palese ma anche molto stimolante.
CR) No, la musica è tutta uguale ovunque. Si stava meglio ai tempi del gap.
AH) La seconda che hai detto. Indubbiamente il background culturale gioca un ruolo fondamentale. Ci sono però artisti in Italia che non hanno nulla da invidiare a quelli anglosassoni o nordeuropei in generale. Secondo me, detta molto semplicemente, è anche questione di scelta del “mercato” di riferimento, o bacino di utenza se mi concedi il termine pseudo-economico. Il De André di Creuza de Ma ce l’avevamo solo noi. Esiste un Fossati in Inghilterra? Boh, per me no.
EJ) E chi ci capisce niente... E' un meccanismo un po' perverso, una depressione che serpeggia un po' qua e un po' là. La vedi nei gruppi, nel pubblico e nei media. A chi la vuoi dare la colpa?
WBD) Questo e’ un discorso complesso. Partendo dal presupposto che i geni artistici (in senso totale) sono pochissimi, in Italia non manca e non è mai mancata l’ispirazione. Nel rock c’è stato nel passato un divario incredibile dal punto di vista tecnico, soprattutto delle strumentazioni e come utilizzarle. Ora e’ sicuramente minore. Le band ci sono così come “l’indotto” che però non è per nulla facilitato dal sistema-stato. C’è ancora un grosso equivoco popolare su cosa sia la musica o l’arte in genere (pittorica-fotografica-narrativa-etc.). La maggior parte della gente pensa (ed è indotta a pensare) che si tratti di “intrattenimento”. D’altra parte, coloro che ne sanno spesso si chiudono nelle loro nicchie ideali di genere, in comunità artistiche, in movimenti, in scene. Tutte questi ambienti creativi non sono assolutamente trattati con la dovuta specificità dai mezzi di comunicazione di massa. Voglio dire, se ci fosse una visibilità e un dettaglio simile a quello che ha il calcio, probabilmente avremo il lunedì nei telegiornali regionali un serie di servizi sui vari club e i vari concerti del weekend passato. In fondo se viene trattata una squadra interregionale che fa 100 spettatori, per quale motivo non dovrebbe essere fatto un servizio su un concerto dei Fine Before You Came? Da quanto sembra all'estero, prendendo per esempio il Nordeuropa, la cui situazione conosco bene, tutto è radicalmente diverso... Lì in un certo qual modo si è incentivati a fare. Le città hanno spazi per chi vuole suonare, fare foto, dipingere, esprimersi... Forse anche un po' per salvare le persone dalle avverse condizioni climatiche che trascinerebbero verso la depressione. Noi purtroppo abbiamo il sole, le belle giornate luminose... Per cui dobbiamo trovarci gli spazi da soli. Le grandi città ci tolgono gli spazi, una sala prove costa cara. Infatti noi WBD siamo scappati in campagna, per provare. Insomma: è colpa del sole.
CR) Ognuno ha quello che si merita, del resto se fossi Freud direi che il problema culturale è di ordine sessuale.
AH) Per ora sì, speriamo si comportino bene…
EJ) ...lavori in corso...
WBD) Gente che si da da fare ce n’è parecchia. Il gap tecnico si sta colmando progressivamente. Il problema, ripeto, e’ che molti degli addetti ai lavori credono di essere gli unici a proporre qualcosa di professionale e originale in Italia. Deve esserci più collaborazione, anche tra generi lontanissimi tra loro: chessò, gli Inferno che vanno a suonare all’auditorium di Roma. I personaggi veramente deleteri sono quelli che si inventano “alternativi” e propongono situazioni micidiali, che tu devi passare ore a spiegare perché il tuo gruppo non è come il loro, perché non fa cover e intrattenimento, non soltanto almeno.
CR) Tutto ok.
AH) A volte bellissimi, a volte carini, a volte meno, a volte beh…
EJ) Dipende. Non pagano molto, ma è anche vero che non fanno molto pubblico, ma è anche vero che spesso non fanno programmazioni interessanti, ma è vero che la gente non è facilmente interessabile...
WBD) Molti stanno diventando davvero belli ma il problema è che c’è poco pubblico.
CR) Non si dovrebbe suonare nei locali.
AH) Come sopra: a volte bellissimo, a volte carino, a volte meno, a volte beh... Certo è che avere qualcuno che va in un locale per sentire gli Annie Hall è già una grande soddisfazione.
EJ) Quando c'è e si fa vedere è adorabile. Non capiamo la difficoltà a lasciarsi andare di molti.
WBD) Ne vogliamo di più.
CR) Il pubblico è tanto e la pubblicità troppo poca.
AH) Eh eh eh. Abbiamo un rapporto di collaborazione ed amicizia con un sacco di band e artisti che abbiamo incontrato in questi mesi, con amici di lunga data... Ed è molto bello. Infamare chi ci sta antipatico… E’ difficile, siamo molto alla buona. Non faccio nomi perché non c’è spazio.
EJ) Chi fa le cupole... Inutile far nomi, il do ut des. Quelli non ci piacciono. Ma in questi anni abbiamo conosciuto centinaia di musicisti grandiosi, viaggiatori, idealisti. Quando ti riconosci è difficile perdere i contatti. E ciò che dai si centuplica... E mica c'è solo l'Italia.
WBD) Non infamiamo nessuno perché noi godiamo quando vediamo gruppi affini al nostro, per attitudine e altre belle cose, che alzano il livello. Qualche esempio? I Settlefish “presi”, all’epoca, dalla Deep Elm. I With Love su GSL. Gli Altro amati da tutti, giustamente. E la lista potrebbe proseguire.
CR) Rivalità direi proprio di no perché non conosco nessuno che faccia ciò che faccio io. Quelle rare volte che ne trovo uno allora ci collaboro.
AH) Bah… Si può fare di più, perché è dentro di noi.
EJ) ...
WBD) La stiamo assaggiando in questi giorni. Ed ha un buon sapore.
CR) Buona per ora.
AH) Web, sempre e per sempre. Radio alla grande… Ma la carta stampata fa più figo.
EJ) Crediamo nella carta stampata e nella radio (anche in quelle via web:).
WBD) Carta e web insieme battono di poco la radio.
CR) Radio.
AH) Sicuramente una bella scossa l’ha data. Ha fatto capire che si fa sul serio, e ci vuol poco.
EJ) Agonia piena. Tutti tranne il nostro che si vende benissimo.
WBD) L’oggetto cd resisterà a lungo. Verranno abbattuti i prezzi o saranno abbattute le grandi case discografiche. Sta alle major la scelta. Al contempo le etichette indipendenti continueranno a proliferare perché, nella maggior parte dei casi, antepongono l’amore e la passione al business.
CR) Per me non può lasciare il segno una cosa di cui non ho mai sentito parlare.
AH) Se un disco nuovo costasse la metà saremmo tutti più felici. Il futuro è alle porte e sono fiducioso. Bisogna solo che tutti entrino più in confidenza con Internet. Il resto verrà da sé.
EJ) La musica non morirà sicuramente... Non sappiamo chi si salverà tra major, indipendenti, distributori... Forse il concerto rimarrà l'unico posto dove i dischi gireranno ancora.
WBD) Penso molti di noi scarichino di gran carriera roba da internet, ma poi ci sono quei 3/4 titoli ogni tanto che si VUOLE avere il piacere di comprare. Il bello è che comunque... Tendiamo quasi tutti a comprarli da internet, i costi sono sempre minori.
CR) La SIAE non si decide a darmi i miei soldi in contanti, così io non ne posso percepire non avendo un mio conto bancario. Come vedi per me non fa alcuna differenza se uno si compra un mio disco o se lo ruba.
AH) Cosa sono? I concorsi? Bah… Credo di no. Dipende da cosa si vuole ottenere, da chi li organizza, da chi seleziona… Bah. Ok, no, non servono.
EJ) Ce lo stiamo ancora chiedendo (nel 2005 vinto le selezioni di Arezzo Wave), ma abbiamo deciso di non farne più.
WBD) Abbiamo partecipato soltanto ad un contest, l’Ephebia di Terni. L’abbiamo vinto, abbiamo suonato di spalla ai Therapy?, abbiamo conosciuto tanta bella gente in loco. Siamo stati contenti ma alla fine i concorsi non ci esaltano.
CR) Non a me.
AH) A perdere tempo in ufficio.
EJ) Si, così come le critiche. A noi servono molto... Al pubblico pure. Basta poi ragionare con la propria testa però.
WBD) Certo. Sono un modo per capire e capirsi, detta alla Marzullo.
CR) Sì.
AH) Anime Salve.
EJ) Certo, e speriamo che non si righi. Ma uno solo??? Non ve lo diciamo.
WBD) Ecco, preferisco questa dizione, a quella della preghierina serale: il disco da isola deserta. Comunque mi sa che nell'indecisione della scelta affogherei abbracciando una pila di cd. Troppe cose mi piacciono troppo. In ogni caso: Where You Been dei Dinosaur Jr e 4:33 di Cage
CR) On The Beach?
AH) Okkervill River.
EJ) Non vi diciamo nemmeno questo...
WBD) Ne diciamo uno ciascuno: Aspetto degli Altro, Welcome Idiots dei Go Down Moses, qualsiasi cosa di Sondre Lerche.
CR) Investite i vostri soldi in connessioni veloci.
AH) Le Man Avec Les Lunettes.
EJ) Il concerto degli Elton Junk è l'unico che non vedremo mai. Ma a parte loro, ci piacerebbe vedere... Non si può dire nemmeno questo. Sei ingiusto, uno solo...
WBD) Tutte, in una jam session con cover di Ligabue… Oops, ma noi non le facciamo. In particolare i With Love, Fine Before You Came e Red Worms Farm. I giovani astanti si strapperebbero di dosso le magliettine dei Franz Ferdinand e dei My Chemical Romance e rinnegherebbero il loro breve passato.
CR) I Baustelle.

Il proteiforme Christian Rainer - artista visivo, scrittore, musicista - ha già battuto due colpi importanti, prima debuttando col camerismo imprendibile di Mein Braunes Blut (Bar La Muerte, 2002) e poi partecipando all'omonimo dei Ronin (Bar La Muerte, 2003). Sul punto di tornare sugli scaffali col secondo opus, licenzia questo mini assieme agli aretini Kiddycar, band fresca di debutto con l'apprezzato Forget About (Seahorse - Fridge, agosto 2007). Sulla carta la combinazione poteva suscitare più di una perplessità, ma alla prova dei fatti si rivela azzeccatissima.
Malgrado il mood sintonizzato su un palpitare struggente ammantato blasé - che sia la delicatezza indolenzita Lambchop di Le temps de noircir, il languore Cave via Gainsbourg dell'iniziale Dit de l'amour o il miraggio Cohen della trepida Your Big Hands - permane un senso di gioco, di recitar la parte allestendo argute rappresentazioni a base di reminiscenze e attitudini. Gioco che peraltro si svela "brechtianamente" in Birthday Song, funkettino etereo Mùm a base di tastierine vibratili ed un violoncello che rimbocca le coperte alla vetrosa garza pop. Per non dire dell'uso del francese, a connotare tutto un "sentire" emotivo e formale, che pure sbriglia brio spiegazzato Jens Lekman in La recette de Noel. C'è pure modo di pagar pegno all'irredente svenevolezza Morrissey nella fosca scherzosità di Elsewhere e di operare strani sfasamenti psych nel canovaccio folk-pop (da qualche parte tra Fairport e Belle And Sebastian) di Simple And Faithless.
Le voci di Christian e Valentina brigano intriganti complementarità, proprio come l'impasto di chitarre e tastierine, ottoni e pianoforte, elettroniche fugaci e percussioni frugali. Il cerchio si chiude con una Dit de la distance che riprende il (bel) motivo di Dit de l'amour, smorzandolo con l'allibita apprensione del piano tra cinguettii e cigolii, poi chitarre che ruggiscono una solitudine rugginosa, come provenissero dal cuore dell'ultimo romantico sulla faccia della terra. Un piccolo, grande disco. (7.2/10)

E se quel po' di tiepida freschezza (sic!) che andavi cercando germogliasse in un praticello bresciano? Circolo Arci Ponterotto, per la precisione, dove quattro ragazzi col poster di un celebre film di Woody Allen nella cameretta si fanno i loro bei trip sul ponte che scavalca d'amblé l'Atlantico Oceano, imparentando le coste di qua e di là, le frontiere in(de)finite e l'uggia modernista, i ciuchi volanti ed i pub cinematici. Certo, sanno di dover sgomitare con gente dai gomiti ossuti, certi campioncini dell'impasto e del reimpasto che te li raccomando, Elliott Smith e Gomez, dEUS e Mercury Rev, Mojave 3 e Notwist, ma alla fine la loro cosa indie folk riescono a farla e pure bene. Capisci subito - senti, sai - che quello stare sospeso in così nutritiva fascinazione gli ha fatto parecchio bene. Pur restando, in fondo, quel sogno di splendida periferia, quella bruma d'orzata tra lago e collina sbilanciata sul west.
Insomma, lavora bene questo Cloud Cuckoo Land, album d'esordio per gli Annie Hall. Canzoni che ti danno subito del tu con cocciuta semplicità (il ciondolare assorto e squillante di The Lost Wallet, l’inquieta malinconia di Hugs & Kisses). Che non rinunciano a quel pizzico di sofisticazione ben lontana però dalla supponenza (la fregola rumba screziata swing e lo-fi di Mushrooms, la mollezza psych e i rigurgiti brit-pop di Gone For Good). Che ti mostrano lo spiffero da cui spifferano fremiti liberatori (l'electro pop senza esitazioni di Uncle Pig, tra allucinazioni acide, iridescenze impetuose e intimismo futurista) o consolatori (la trepidazione di marzapane di Antoher Age, sorta di Dream A Little Dream Of Me rifatta dai nipotini di Lennon).
Alla fine metti tutto nel tascapane: i glockenspiel e le chitarrine, i farfisa e i banjo, i theremin e gli ottoni, gli organi e i contrabbassi, baracca e burattini. E te la spassi passeggiando. (6.9/10)

Lo splendido difetto di questo disco, il secondo in solitario di Christian Rainer, è che non puoi coglierne appieno il valore senza i video del DVD allegato, un clip per ogni canzone affidati alla creatività di undici artisti visuali europei, tra cui lo stesso Rainer. Senza di essi ti ritrovi con tredici pezzi all'insegna di una tiepida ossessione chamber-pop, talora strattonata da acidule aporie a due voci (Brow Line) e allucinate sospensioni (una FM00-Bruxelles che sembra colta nel giardino malsano del Lou Reed altezza Berlin), ma vieppiù fosca, languida e cocciutamente demodé (vedi lo struggimento valzer di Fisch'n'Chips e Days With No Story). L'aria spossata da dissociato sensibile e a dirla tutta un po' snob alle prese con situazioni atmosferiche di tutto rispetto ma invero piuttosto autoreferenziali, peraltro non assolte da particolari slanci d'orchestrazione (anzi quel piano Rhodes tra le volute d'archi innesca fin da subito ugge stucchevoli) né quell'investimento energetico che nelle mani di un Nick Cave rese certe evoluzioni parecchio intriganti (anche se il trasporto con cui Le Jongleur risale radici Gainsbourg-Cohen come non spiacerebbe al Re Inchiostro).
Lo sconcerto poetico dei testi, interpretati col piglio brumoso d'uno Scott Walker serotino, finirebbe così per rappresentare il principale elemento d'interesse di un lavoro che non può non sembrarti un passo indietro rispetto all'eccellente split coi Kiddycar di appena tre mesi fa. Come in effetti è, visto che tutto questo materiale ci era già stato apparecchiato in un demo di qualche anno fa. E allora? Allora il buon Rainer è uno da prendersi con le molle, uno dall'estro imprevedibile, bizzarro e soprattutto totale.
Quei video che dicevamo sono un vero e proprio progetto parallelo, Turn Love To Video, non necessariamente organico eppure straordinariamente nutritivo, perché al di là della bellezza i clip (dal budget inversamente proporzionale alla genialità delle intuizioni) sono un resoconto - o una piccola sentenza - circa lo spaesamento irreversibile della cultura/anima occidentale di fronte e dentro la formidabile assurdità cui deliziosamente ha finito per assuefarsi. Siamo tutti alieni, anche di noi stessi, sembra suggerire l'allucinato Stranger, dove un allampanato Rainer incarna a pieno titolo l'eredità dell'uomo che cadde sulla terra, allucinazioni a cura dello stesso Christian e di Karin Andersen. Straordinari anche i contributi di Andrea Facco, Ana Ticak e Shoggot, dopo i quali non puoi ascoltare più quelle canzoni allo stesso modo, perché nel frattempo significano oltre se stesse: una cruda e malinconica elegia della modernità. (7.0/10)