Il post-rock è morto? Pare di no, almeno da noi in Italia. E vive al sud. Un po' di luce sulla Psychotica records, etichetta nata a Taranto ma con il cuore nell'underground newyorchese.

Chi ha a suo tempo riposto fiducia e speranze in quello che veniva definito post-rock tarderà ancora un po’ prima di rimpiangerne la scomparsa. Quell’approccio musicale, che all’inizio degli anni ’90 fece gridare al miracolo chi credeva in una evoluzione del rock a partire dal forte spirito di cambiamento e sperimentazione che aveva pervaso gli anni settanta, stenta ancora oggi a voler dichiarare la propria fine. Almeno nel nostro Paese. Sono molte le realtà italiane che, per scelta convinta o mancanza di idee nuove, si rifugiano nei territori del post-rock. Dopo il successo della recente reunion degli Slint, si fa forte l’idea che l’interesse per il genere definito “post” per antonomasia, non si sia affatto affievolito da noi, per quanto negli Stati Uniti, dove è nato, sia già considerato revival a tutti gli effetti.
A Michele Maglio, titolare della Psychotica Records, etichetta pugliese originaria di Taranto che ha già superato i dieci anni di attività, le categorie stilistiche piacciono poco. Tuttavia non può negare che le prouzioni della sua etichetta si concentrino soprattutto in una direzione. L’intenzione implicita di dare vita a una Touch & Go all’italiana era sicuramente nei sogni del fondatore dei Logan. La produzione della band è stato l’unico motivo, nel 1995, della fondazione dell’etichetta, che ha trovato quasi subito nella Goodfellas un distributore di grande prestigio.
Non ama parlare di “scena pugliese”, Michele, nè si sente particolarmente legato al territorio tarantino, che definisce semplicemente come il luogo di nascita della “sua” creatura.
Nelle intenzioni, la Psychotica si propone di promuovere il panorama indie italiano senza porre barriere troppo nette, ma finendo per concentrarsi su generi ben definiti, come il math-rock e il noise, passioni non nascoste del patron della label, che non nega il suo particolare interesse per certa scena americana, rappresentata egregiamente in italia da etichette come la Wallace.
Con al suo attivo una decina di uscite (tra cui Logan, Edible Woman, Guinea Pig, Ex Models) la Psychotica rappresenta l’ennesimo esempio di difficoltà nella promozione di musica indipendente, che per fortuna, può avvalersi delle nuove tecnologie per ovviare ai problemi economici di distribuzione. Internet diventa così una salvezza e una speranza per chi non riesce a vivere di musica ma ci prova in tutti i modi: l’omonimo esordio di But God Created Woman è il primo album pubblicato dall’etichetta tarantina in free download. Paura dell’investimento o strategia promozionale? Poco importa, quando, per una volta, è il pubblico a trarne beneficio. In ogni caso.
Auguroni.

Tra le uscite più recenti della label pugliese, l’esordio dei Theramin non brilla certo di luce propria, ma può vantare una serie di collaborazioni che rapprasentano una garanzia: i nomi di Agostino Tilotta e Giovanna Cacciola (Uzeda, Bellini) e Giovanni Fidelio (Mushrooms) chiariscono ancor prima di ascoltare l’album il territorio musicale in cui si muove la band catanese. Stefano Garaffa Botta (Voce e chitarra, già nei Jerica’s), Michael Hermann (basso) e Sacha Tilotta (batteria) possono vantare già sette anni di attività e un curriculum non da poco: oltre ad aprire i concerti italiani di June of ’44 e Don Caballero (da cui attingono a piene mani), sono stati proclamati, nel 1999, gruppo dell’anno dalla rubrica musicale de “Il Manifesto”. David Grubbs (Gastr del sol, Squirrel bait, Red Crayola, Bastro) li ha scelti, insieme ad altre band catanesi per realizzare il laboratorio musicale “Catania Whistling Dixie Band”, che si concretizzerà in un disco di prossima uscita.
Ritmi spezzettati, bassi potenti e squadrati, chitarre graffianti, voce spesso declamata. Una formula che ha fatto la fortuna degli eredi dei Sonic Youth e che continua ad essere utilizzata (in maniera spesso pedantemente imitativa) da chi oggi si fa portavoce dei residui di post-rock. Una formula che, in We Were Gladiators si traduce in atmosfere variegate, dalla pacatezza di Near by S. Leonard River al quasi doom ipnotico di Butterfly Wings Over Computer. Gli arpeggi di To Be Away, tra Slint e Sonic Youth e il rock “matematico” di Two Pieces Of Glass non si discostano molto dalla matrice post-rock-noise d’annata che contraddistingue la band. Nei meandri del disco si aggira anche una misteriosa e urlante voce femminile (In My Place) che aggiunge un pizzico di varietà timbrica a un disco marmoreo, tutto d’un pezzo. (6.5/10)

L’esordio di questi cinque ragazzi, che può considerarsi un ep, se non altro per la sua durata (meno di mezz’ora), tira in ballo un ventaglio ben ampio di “fonti” musicali, che vanno da Captain Beefheart al grunge. In sintesi sembrano i Pearl Jam che suonano una versione noise di Trout Mask Replica. A tratti sembra di ritornare al sound della Seattle dei primi anni ’90 (Drugstore Cowboy, l’iniziale Die!), altre volte ritmiche irregolari e nervose si mescolano a riff rockettari.
La vena spiccata per le atmosfere rock anni ’90 (aperture melodiche della voce e arpeggi di chitarra alla Pearl Jam, accenni di funky-rock modello Jane’s Addiction – John Thursday), da un lato rende interessante il risultato dell’incontro tra la “scompostezza” di Beefheart e le quadrature di certo rock mainstream, ma dall’altro rischia di appiattire le tensioni del noise, che si riduce a qualche accordo un po’ “stonato”.
Se si aveva avuta l’impressione di ascoltare per tutto l’album qualche traccia di metal, le conferme arrivano con le conclusive Nickel e Mud: esplosioni di energia che ricordano i Rage Against The Machine, batteria più “pesante” e chitarre taglienti.
L’originalità non è di certo una vocazione per questi musicisti, che rischiano di apparire come emuli di tante cose diverse, anziché di una sola. E la differenza non è molta. (5.0/10)

Fiore all’occhiello della piccola produzione della Psychotica records, quest’album ha in realtà quasi due anni. Registrato dal leggendario guru della no wave Martin Bisi (Sonic Youth, Lydia Lunch, John Zorn, Boss Hog, U.S. Maple e chi più ne ha più ne metta) e mixato da Fred Kevorkian (White Stripes), Zoo Psychology risente fortemente dell’atmosfera avanguardistica dell’underground newyorchese. Dopo il minimalismo post-punk di Other Mathematics (Ace Fu records, 2001) e i parossismi grind dell’Ep “rosa” (senza titolo) del 2002 (My Pal God records), il terzo capitolo della band di Shahin e Shahyar Motia gioca con il funky e con il noise creando atmosfere nervose e ironiche.
Episodi brevissimi (solo quattro dei quindici brani superano il minuto), schizzi di ordinaria follia che a volte fanno pensare ai Jane’s Addiction in versione punk-funk (anche grazie alla voce, uno strano incrocio tra Perry Farrell e Mike Patton), altre volte esplodono in fuochi grind-core che farebbero invidia ai Napalm Death (What Is A Price). Sembra impossibile, ma i quattro musicisti riescono a mettere d’accordo l’hardcore più oltransista (Three Wee) e il funk (Fuck To The Music sembra parafrasare con foga distruttiva la Dance To The Music di Sly and the Family Stone). Mezz’ora di urla, andamenti ritmici scomposti, esplosioni di pura rabbia noise. Neanche un attimo di pausa. Un gran disco. (7.5/10)

Particolare, ma meritata menzione merita l’ultimo arrivo in casa Psychotica. Il capitolo più estremo, interessante e coraggioso dell’etichetta tarantina, che mette a disposizione sul suo sito, gratuitamente, l’intero ep (www.psychoticarecords.com). La misteriosa band (i quattro componenti si firmano con semplici lettere: M, F, G, P - rispettivamente le due chitarre, batteria e voce) esordisce con quattro tracce veramente estreme, che forse giustificano la cautela a immettere il disco sul mercato, tastando prima il terreno del download gratuito. Un noise senza compromessi, radicale, che sfugge ai facili manierismi del genere.
Distorsioni dolorose, echi di blues, voce sofferente, che raggiungono l’apice nella straziante Venom x Venus, una sorta di grind core-noise (come definire altrimenti la batteria “frullatore” del finale?). In definitiva, un sound che li potrebbe avvicinare a Arab On Radar e The Chinese Stars. La qualità degli arrangiamenti è indiscutibile, anche se c’è il rischio che tante “finezze”, nelle esecuzioni live, si perdano nel vorticoso rumore. Staremo a vedere. (7.0/10)

Chi sostiene che il termine post-rock ormai si riferisca ad un capitolo chiuso della storia del rock non ha tutti i torti. Se però con questo termine non si intende un genere ben preciso, bensì un nuovo modo di leggere il linguaggio del rock da un punto di vista più avanguardistico, ci sono ancora risorse da spendere nel panorama musicale odierno.
Eclipse, esordio degli italiani Comfort, è pieno di stereotipi del “genere”post-rock: tempi dilatati, uso di metri dispari, arpeggi di chitarra dissonanti. Ma è anche un bel disco.
L’album è il risultato di una gavetta, fatta di singoli e partecipazioni a compilation, tra cui il prestigioso tributo ai King Crimson The Letters: An Unconventional Italian Guide to King Crimson (Mellow Records, 2004).
La line-up comprende, oltre ai classici chitarra, basso e batteria, anche le tastiere, spesso utilizzate come pianoforte. E la differenza si fa sentire, non tanto per la presenza in sé dello strumento, quanto per quel tocco alla Bill Evans, che dona un’atmosfera inequivocabilmente jazzy a una musica altrimenti appiattita sotto i colpi dei solite scontate fonti d’ispirazione, Calexico e Mogwai su tutti.
Le luci sono fioche, discrete. Magnete e la lunga Suite n.101 rappresentano il lato più interessante dell’album, la quintessenza del sound dei Comfort: La batteria quasi sfiorata, chitarre con un suono più vicino al jazz che al rock e il piano evansiano di Leonardo Chirulli. Tutti questi elementi, uniti ad una discreta fantasia compositiva, sintetizzano una formula assolutamente riuscita, per quanto non proprio “futurista”. (7.0/10)

In una ipotetica “partitella” musicale 6 contro 6 tra Italia e Svizzera, in questo split album gli elvetici ci hanno battuto, non c’è che dire. In campo sono scesi i toscani Lillayell e gli svizzeri Velma a rappresentare quello che dovrebbe nascere dalle ceneri del post-rock.
Sul versante italiano non si ascoltano che vecchi stereotipi 90s e un atteggiamento musicale conservatore, che non va al di là della distorsione noise di maniera, contornata da qualche tempo dispari in perfetto stile math-rock (Bang Bus) e addolcito da vocine pseudo-ingenue (Twilight).
Discorso un po’ diverso per i Velma, molto più propositivi e interessanti. Più difficilmente inquadrabile in un contenitore stilistico, il sound del trio svizzero è caratterizzato da un continuo alternarsi di atmosfere calme al confine con l’ambient (Happy Today) e rocciosi muri del suono costruiti con massicce distorsioni (Needles). La lunghissima Landing Aliens sembra quasi un omaggio alla 4AD (e in particolare a This Mortal Coil) composto su un ossessivo sfondo noise.
Questo split album mette in mostra il doppio volto spesso emerso nelle proposte della Psychotica Records: da un lato la difficoltà a distaccarsi da un passato musicale fatto di passioni e ricordi personali in una sorta di revival dei “meravigliosi” anni ’90; dall’altro un’apertura verso realtà musicali interessanti ed estreme, come nel caso di Ex Models.
Visto che è uno split e va considerato nella sua interezza un indicativo (6.5/10) mi sembra più che sufficiente. Ma la partita non finisce in parità.