
“Cosa c’è oltre il rumore bianco? Dove si può arrivare dopo aver superato la soglia del dolore dell’udito umano? Esiste qualcosa oltre l’inferno”? - ci si chiedeva qualche tempo fa dovendo fare i conti con lo scandalo Wolf Eyes.
Forse la risposta sta tutta nel contundente ed ottuso fascio di frequenze che apre Pleasure Ground -album che Dominick Fernow/Prurient sdogana via Load a seguito della pubblicazione in doppia cassetta sull’etichetta personale Hospital Productions - ispessendo la coltre di rumore di cui vive un brano come Military Road. Nella gratuità di quel suono che tormenta l’ascoltatore per cinque agonici minuti e pare cercare la via più breve per giungere al cervello - debba pure significare violenza pura sul condotto uditivo e sul nervo acustico del malcapitato. O nella quiete del dopo Apocalisse di Outdoorman/Indestructibile, litania salmodiante su desolata base post-industrial e rintocchi di piatti/campane in lontananza.
O più probabilmente non ha ormai alcun senso chiedersi il perché di questa cenosi della musica, e dove essa vorrà condurci: se, come pare di capire, in fin dei conti si tratta di una agghiacciante ed inevitabile tragedia cosmoteandrica del suono a cui ciclicamente ci vediamo costretti ad assistere.

La collaborazione tra Prurient e Kevin Drumm comincia con recitati baritonali, cupi drones dall’oltretomba e un lento incedere. Non esattamente quello che ci si potrebbe aspettare dai due maestri della violenza sonora. Ma ecco subito dopo On The Slab che riporta su territori più affini al noise; sono infatti le grida disumane di Prurient e le bordate al calor bianco di Drumm che generano un impasto sonoro che puzza di zolfo, e considerando il concept mistico/religioso, non potrebbe essere più indicato. Di colpo tornano in mente gli ultimi, geniali, Hair Police con la battuta bassa gravida di umori negativi. Prima della fine – che giungerà catartica e ai confini con la dark ambient con In Long Rows – c’è tempo anche per un curioso (e perfettamente in tema) esperimento di synth retrofuturisti in Though the Apple to Rotten. Si ha la sensazione che il “dotto” Kevin Drumm abbia fatto del suo meglio per imbrigliare l’enfant terrible Prurient, a volte riuscendoci, altre un po’ meno, ma in tutti e due i casi gli ottimi risultati sono evidenti, tanto da attenderne un seguito. (7.0/10)
Ritroviamo Dominick Fernow a briglia sciolta, invece, nella nuova fatica solista And Still, Wanting che riprende dove si era interrotto il discorso di Pleasure Ground. Qui alle prese con squarci nerissimi e dolorosissimi praticati da maligni synth, addensamenti infetti di feedback e drones da incubo. Niente di nuovo sotto il sole, ma risulta sempre più interessante assistere a questa lenta ma costante evoluzione, che fa pensare sul fatto che Prurient sia un nome da segnare sull’agenda per un futuro quantomai vicino. Pensatela come volete, ma la materia sonora in oggetto necessita di devianza mentale, ma anche di perizia tecnica fuori dal comune, al fine di garantire qualità ad un ascolto per pochi, ma al tempo stesso preziosissimo, perché catalizza le paure e le tensioni del nostro tempo. (7.5/10)