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Li avete tutti degli amici, immagino. Uno è il tipico che ogni inizio settembre vi invita a cena e vi ammorba con le diapositive e/o i filmati delle vacanze. L’altro è il “vorrei ma non posso” che suonicchia la Stratocaster e mannaggia che non ha tempo per esercitarsi, sennò sai che serate farebbe col gruppo dei dopolavoristi da birreria. I Presidenti sono esattamente l’unione deleteria di questi due vostri soci: quelli che, quando la gente li addita, regolarmente fingete di non conoscere. Centrarono anni fa l’hit che vale i soldoni, pescando il jolly da un mazzo spaiato sotto forma di una canzonetta buona per saltellare dopo aver perso il conto delle birre; poi hanno vagato cercando di ripeterlo e li ricordiamo alle prese con una sgangherata cover di Video Killed The Radio Star. Viene catalogata sotto il nome di “sindrome Spin Doctors”, ed è una malattia parecchio diffusa.
Non avete idea della fatica che si faccia, oggi, ad arrivare alla fine di questi trentanove minuti “ammeregani” nell’accezione più deleteria possibile, assemblati con ritornelli acchiappagrulli, ruberie a destra e a manca, blues-rock scolorito, hillbilly per ebeti, finanche swing. E’ il manuale del luogo comune come rimedio alla mancanza di talento, il provarle tutte che tanto ne imbrocchiamo una. A Roma dicono “’ndo cojo, cojo”, dalle parti loro non saprei. Comunque, se fosse un film, These Are The Good Times People sarebbe American Pie 5, il sequel nefando che persino gli autori rinnegherebbero. (4.5/10)
C’è stato un frangente, era la metà anni Novanta, in cui ci si è volentieri fatti illudere circa l’eventualità per la quale suonare geniale potesse richiedere il solito utilizzo di tre corde di basso due di chitarra un charleston ed un rullante. Era il 1995, e vedere tre allampanati ragazzotti di Seattle cantare, con spiccato senso dell’umorismo, di pesche, gatti e vita in campagna senza che indosso avessero orribili camicie di flanella a quadri è stato un po’ come respirare una boccata di aria fresca dopo l’overdose di depressione e tormento. Ma la parabola ha finito per inarcarsi ben presto, a partire da un secondo album abborracciato sulla scia dell’inaspettato successo e giù giù, tendente a zero, fino ad arrivare al recente These Are Good Times People, di cui potete leggere impietosa recensione. E’ una tendenza che si percepisce, chiara, anche nella scaletta proposta dai Presidents Of The United States nell’unica data italiana allo Spazio211, costruita su un matematico alternarsi di hit del passato remoto e brani del recente, non proprio glorioso, passato prossimo. La voglia di imbastire un “rock party” è onnipervasiva e genuina, non foss’altro perché i tre (Andrew McKeag sostituisce Dave Dederer alla seconda chitarra già da qualche anno), non proprio più dei ragazzini, dimostrano di possedere, invariato, l’entusiasmo degli esordi e una carica live che pare essere innata. Ma l’abisso che separa una Black Porch, una Kitty o una Peaches, veri e propri dispositivi di viaggio nel tempo, dallo scialbo pop-punk adulto (ma invecchiato assai male) degli ultimi lavori è sin troppo tangibile e trasforma quello che doveva essere un lungo, ininterrotto party rock in un’altalena di sorrisi quasi ebeti e visi ammusoniti. Trascurabile l’intrattenimento da electro-rock cabaret di Kid Carpet, ad apertura di serata, tra breakbeat e cantautorato storto e demenziale.