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Introduzione
Critica
Webografia

Portishead

di AA.VV.
Di rado un ritorno agognato può sorprendere, tanta è l’attesa che gli si crea attorno. Eppure, un nuovo disco dei Portishead rischia di coniugare cronaca e classicità in un solo colpo. Trip-hop? Manco l’ombra.

Il dolce domani

di Giancarlo Turra

Strana faccenda, la musica che diventa o nasce Arte allo stato puro: così non fosse, useresti altre parole per definirla. Mestiere, routine, sottofondo. Sostantivi che male si accompagnano a Beth Gibbons, Geoff Barrow e Adrian Utley, ovvero una sciantosa del cottage accanto e due strumentisti, uno navigato ed esperto, l’altro giovane e visionario. Da che si affacciarono alla ribalta, timidamente e facendo parlare quasi esclusivamente i loro dischi, la scossa liberata tra intervalli cronologici sempre più dilatati mai ha cessato di risuonare.

Eccoli qui di nuovo, “trenta-quaranta-cinquanta e qualcosa” sui quali la clessidra non ha granché infierito, manco volesse sottolinearne una volta in più l’attualità. A maggior ragione in questo 2008, nel quale - dopo rinvii, dubbi, procrastinazioni infinite – i Portishead hanno riaperto le porte del loro universo rivelandocelo assai mutato e nondimeno riconoscibile. Perché se non ti evolvi muori riavvolgendo il loop di ciò che eri, ti trasformi da regista a burattino, da fine dicitore a noioso barbogio. Rischiando anche, e gli esempi non si contano, di screditare e mettere in discussione la bontà e la Grandezza del passato. Non qui: spinti da sincera e un poco altera onestà, i Nostri hanno tolto il sigillo a un nuovo mazzo di carte, respirato l’aria che tira da qualche stagione in qua e ne hanno restituito la loro interpretazione. Il risultato, lapalissianamente battezzato Third, vi è raccontato con abbondanza di particolari nella sezione recensioni, mentre qui per bocca dello stesso Adrian (intervistato da Billboard) vi anticipiamo che “Non somiglia per niente a Dummy o al disco omonimo, ma ne è senz’altro il fratello/sorella maggiore arrivato più avanti lungo la strada. ” Dove quel più avanti rima con “avant” ma non con quella forma di psichedelia hip così Novanta. Sorprende, Third. È un disco maturo che - in quanto tale - arriva dopo pur agganciandosi al “prima”. Rughe e blues d’esistenza che spostano il fuoco dal noir al dark, da Hitchcock a Lynch. Un gap che non tenteremo di risolvere in equazioni ma che, sicuramente, si andrà colmando di significati e collanti perché dietro a una scelta coraggiosa come questa c’è un passato altrettanto pesante.

Era il 1994, e ancora scossi dal saluto al (porco) mondo di Kurt Cobain, iniziammo a percepire gli scossoni assestati da uno dei numerosi capolavori che videro la luce tre anni prima di quella tragedia.

Incalcolabile l’influenza di Blue Lines, sull’onda dell’hip-hop sperimentale di quei Eric B. & Rakim ringraziati nella busta interna dell’lp - cioè su rime rallentate e in secondo piano e su “turntabilism” virtuoso e dilatati fondali - si prende ad abbracciare la bassa battuta, espanderla. Nasce quel downtempo poi degenerato in musichetta da aperitivo e sushi, mentre nel frattempo la stessa matrice - il breakbeat - accelera e s’esaspera nella jungle. Barriere residue tra rock e pista da ballo che si squagliano sempre più rapide fanno il resto, andando a comporre l’humus vitale da cui si decolla. Fu la psichedelia applicata all’hip-hop, il più terra terra dei generi o così - sbagliandoci - lo reputavamo. Lo chiamammo, coerentemente, trip-hop, anche se quella connotazione aveva più a che fare con la skunk che l’LSD, e i suoi timbri vividi appartenevano al chill-out dopodiscotecaro più che ai Sessanta.

Da lì comunque discese la degenerazione mainstream in mille musichette d’estrema vacuità, all’acid jazz più spompo, al Tricky senile, via verso un nulla all’ennesima potenza. Amen, giacché i presupposti erano ben altri e, in retrospettiva, risulta lampante che l’impulso fosse quel trentatre giri dalla copertina semplice ma indecifrabile, portatore sano di virus che sulle prime non sapevi come interpretare ma che ti conquistavano con archi leggiadri e disco subacquea, incastri ardimentosi di ritmo e melodia, azzardi rumoristi ed elevazione lirica.

Se l’oggi per certi versi si chiama Burial che saldo tiene in mano il testimone di Goldie e (pur nell’abissale diversità) DJ Shadow, il filo s’arrotola fino ai Massive Attack, a quel Wild Bunch, figlio - come Specials e Pop Group/ Mark Stewart - di una desolata cittadina multirazziale (nonché riserva universitaria perditempo) chiamata Bristol. Giusto. Parliamo di collettivi. Non di band in senso tradizionale. Concetto anch’esso in via di sgretolamento grazie al post rock che a Bristol non manca d’arrivare e di tal fattura si compone la cartilagine Portishead, aggregato a sentir loro di “vicini di casa con una forte passione per il jazz e il rock”. Gli amici-per-così-dire conquisteranno un successo inatteso in Inghilterra, un disco presenza fissa dei “critics poll” di fine anno già vincitore del Mercury Prize e, botto finale, 150.000 copie vendute negli Stati Uniti senza una tournée promozionale. Non s’era mai visto, o quasi. Il fatto è che la forza e la Grandezza di Dummy (Go! Discs, 1994; 8.5/10) stanno dentro e fuori non a una ma tante ed eterogenee tradizioni, come gli alieni che in X Files “sono già tra noi” e chissà da quanti anni.

Da tre, almeno, considerando che appunto nel ’91 a Bristol il progetto prende forma per mano del poco più che ventenne Geoff Barrow. Barrow vanta una gavetta presso il locale studio di registrazione Coach House e l’amicizia di Massive e Tricky. In Homebrew, gemma dimenticata del ’92 di Neneh Cherry (ex Rip, Rig & Panic, ulteriore pezzo sullo scacchiere), firma una Somedays anticipo di futuro, nonché eccelsa love song che scorre su una citazione pianistica beethoveniana. Strada tutta in discesa, giacché fioccano remix per Primal Scream e Depeche Mode e avviene l’incontro con Beth Gibbons, cantante di sette primavere più vecchia che scatena nel ragazzo la voglia di un progetto tutto suo. Beth cantava nei pubs (scappa da ridere, a immaginarsela…) ed è catalizzatore d’eccezione per lo slancio creativo del biennio seguente, lungo il quale vengono poste le fondamenta del palazzo Portishead. Arriva l’esperto chitarrista Adrian Utley (classe 1958, un passato coi Jazz Messengers) ed è il tocco che manca, seppur defilato (ma è un progetto, non un gruppo: ergo non importa). Parallelamente all’esordio, il trio lavora al cortometraggio To Kill A Dead Man, omaggio ai film spionistici dei Sessanta (nel quale essi stessi recitano) e che è correlativo visivo del disco in arrivo. Forse. Rappresenta una delle più robuste fonti ispirative, pure il primo palesarsi del gioco sottile tra realtà e percezione, tra il vero e i suoi avanzi (concorda, vero, maestro Antonioni? E pure lei, no, Mr. Hitchcock?). La Go! Discs fiuta l’affare e li mette sotto contratto. Poco dopo Dummy è nei negozi e il resto è storia, anche e soprattutto del cuore.

Già, perché avevamo trovato la perfetta colonna sonora, se proprio non dell’inverno dei nostri scontenti, certo dell’autunno. Elegante, ricca di suggestioni visive, colta come una Piaf ringiovanita in una città immaginaria, tra nuvole gravide di pioggia che non si scatenano davvero mai, viceversa lasciano addosso una coltre d’umida tristezza. Più legati alla tradizione di compositori per la celluloide come Lalo Schifrin (campionato in Sour Times) e Bernhard Herrmann, o magari ad avventurieri della stereofonia e dell’elettronica della genia di un John Barry (quelle chitarre; gli echi e i rimbombi dell’onda sonora) e un Oskar Skala, i tre si proponevano scostati dai riflettori come intellettuali timidi ma senza spocchia, tutt’al più ironici e a capo chino sulla musica. Così lontani - e per questo così vicini - da quei fratelli Massive Attack cui smussano il lato black in noir, raccogliendone da maestri lo spirito senza imitarne la forma. Dotati dell’umiltà di un nome importante, poco o nulla citato a proposito di Portishead, quale quello dei Talk Talk della svolta “post”. Il loro batterista Paul Webb è ringraziato dalla Gibbons nelle note di copertina e tornerà, ma intanto chiude un pezzo non indifferente del cerchio. Simile è la distanza apparente, tutta britannica, tra autore e contenuto, evidente nella new wave (eccolo, il legame all’oggi) che nei suoi predecessori di “non rock” intellettuale; comune la tecnica di straniamento partecipato e infine accostabili le tessiture, il rendere l’ascoltatore partecipe della propria fragilità emotiva e delle incertezze latenti. Se si eccettua la ritmica collocata in avanti nel mix e i tagli orizzontali dello “scratching”, gli ambienti di Wandering Star - armonica e hammond in fantasmatica dialogare più un basso ipnoticamente fisso - sono sottratti da Laughing Stock, mentre It’s A Fire ne costituisce fulgida outtake virtuale.

Non rinunci a nulla di questo album strepitoso, dalle lame di theremin che fendono un’ accogliente tristezza (Mysterions) al tremolo così James Bond di corde e rintocchi di sonar (Sour Times), al jazz in camere d’eco dub-hop (il tris d’assi Strangers/Pedestal/Biscuit) al magistrale compitare la scuola bristoliana tra sincopi di rullante e dubbi Soul II Soul (It Could Be Sweet). Basterebbe a farne il capolavoro che è, non ci fosse il valore aggiunto di un’ansia statica che attanaglia per tutti i suoi cinquanta minuti e si scioglie in due momenti stellari, stagliati sull’eccezionalità a piene mani e i campionamenti d’autore trasfigurati. C’è un mondo intero racchiuso nel gassoso soul dal cuore dilaniato, ferito con orchestra e twang chitarristico Roads e in quella perfetta “torch song” da Generazione X che risponde al nome di Glory Box. Sistemata con intelligenza in chiusura, dondola su un campione di Isaac Hayes verso fondali dolorosi, sei corde che scorticano e parole altrettanto (“Dammi un motivo per amarti, dammi un motivo per essere donna, voglio solo essere una donna”). Arriva, improvviso, un breakbeat e lo segue un urlo di pena che commuove e fa male, infine cala il sipario. Scrosciano solo applausi.

Difficile impresa dare un seguito, oltretutto mentre cresce un clamore mai inseguito (nelle interviste, peraltro rare, Beth non è mai presente): con la sola potenza di tanta bellezza si scalano le charts, i video - veri e propri mini film - carichi d’inquietante romanticismo trainano il disco ed è successo. Per approfittare dell’hype in modo creativo, i singoli sono corredati da remix e invenzioni, i migliori del cesto sciorinati nella mezz’ora del mini Sour Times (Go! Discs, 1994; 7.3/10), dove un Theme From To Kill A Dead Man di puro distillato Barry accompagna quattro riletture del brano omonimo tra ombre di jazz acido, trip-lounge affatto scontato e dj-art di vecchia scuola. Su di esse svetta una sensazionale e graffiante opzione rock intitolata Airbus Reconstruction, gioco al rimpiattino col quale - mentre esplode la moda trip-hop e Tricky si infiamma come Nearly God - il terzetto gestisce la fama con oculatezza. Tocca attendere il 1997 per la replica, sagacemente intitolata Portishead (Go! Discs, 1994; 7.8/10) e improntata solo in parte al già detto (ben sottolineato nel pianismo classico di Undenied, in quello ambientale colmo di blues metafisico Western Eyes e nella chirurgica Over; meno nella fedele alla linea Seven Months), concentrato semmai sul guardarsi allo specchio e scoprire il velo del cambiamento. Rifiuta il brano trainante, l’opera, ed è ragionevole che le vendite saranno minori ma l’accomodarsi nei cuori no. Parla chiaro anche l’immagine in copertina, roba da Lynch prestato alla visionaria BBC dei sixties, che racchiude una Billie Holiday inasprita da ectoplasmi di piatti Technics e saliscendi chitarristici (Cowboys; la sua gemella Elysium), orchestrazioni da diva psicotica (All Mine), sospensioni irreali (la suprema bellezza di Only You; il jazz orbitante Mourning Air) se no orrorose (Humming), crescendo di fittizio candore (Half Day Closing, “ispirata dagli United States Of America”: questione non di geografia ma di Storia). La resa delle emozioni pare chiudersi su sé stessa in grumi di significato, frammenti di soluzioni che attraggono e imprigionano nei loro vortici. Senza che baleni il proposito di uscirne, beninteso.

A sorpresa, dopo dodici mesi si da alle stampe il piacevole lusso Roseland NYC Live (1998; 7.2/10), sorta di “best of” immortalato nel luglio precedente, infiorettato di misurata orchestra e ottoni puntuali, suonato nel senso pieno e vero del termine; un gesto di razza che spiega efficacemente i meccanismi tecnici della magia portisheadiana e regala più d’un brivido. Si sparisce, dopo, tornando in quell’alveo di silenzio dal quale si era venuti. Inglesi, e va bene, ma più isolani che isolati, attenti alla loro passione che prima o poi viene a galla. Ne è pieno Out Of Season (Go Discs, 2002; 7.5/10), intestato alla Gibbons e a un Rustin’ Man che altri non è che il signor Webb, e si sente eccome nella filigrana sonora e in talune sospensioni strumentali. La fa da padrone una revisione del folk-rock da primi anni ’70, tra “quel” Nick omaggiato in Drake e le schegge Pentangle, ma attenzione, perché Resolve è una mai esistita Faithfull che rilegge Cohen. Sincero e umbratile, intreccia offuscate vibrazioni anche sinistre nella luminosa familiarità acustica (Mysteries), venata d’errebì (Tom The Model) e cameristica amarezza (Show), volta a scivolosi ibridi (una Spider Monkey di nervoso orientalismo, il jazz gregoriano Romance). Fuori da qualsiasi stagione che non sia la sua, è un culto da amare senza condizioni, anche in ragione del suo non parafrasare il gruppo madre in chiave unplugged come ci si poteva attendere (tranne che nella novembrina Funny Time Of The Year, dal titolo ironicamente fuorviante). Più facilmente, ne tiene conto mentre rivisita la tradizione.

Il resto è attualità: il ritorno dopo undici anni - che volete che siano? - col terzo atto, coerente nell’esprimersi come sa e deve, pescando equazioni logiche (il krautrock che, via il Duca Bianco berlinese, preconizzò la nuova onda) e cesellando un rock intinto d’introspezione, fantasma fin qui recondito e mai placato. E’ nel passato illustre dei pionieri che il gruppo pesca, viaggiando nella coda della cometa di Faust e Silver Apples, infilando la testa dentro alla tremante emotività Joy Division e offrendo accenni di jazzismo libero e liberato. Vi troverete questo e parecchio altro, tra cui il lascito folk della Gibbons solista. Soprattutto, la certezza di un disco capace di crescere con gli ascolti, di raccontare l’adesso perché maneggia alla perfezione tanti fertilissimi ieri. Siamo, per questo, più ammirati e riconoscenti che mai. Vale la pena sedersi e attendere, certe volte.

  • Silence
  • Hunter
  • Nylon Smile
  • The Rip
  • Plastic
  • We Carry On
  • Deep Water
  • Machine Gun
  • Small
  • Magic Doors
  • Threads

Portishead – Third (Universal, 28 aprile 2008)

di Edoardo Bridda

In certi casi sembra impossibile non lavorare sulle aspettative create e lì rimaste. Dummy e Portishead possedevano delle differenze, il secondo maturava alcune intuizioni del primo senza tuttavia perdere di vista una coerenza estetica che già profumava di mito. Differente l’analogia tra l’album omonimo e il nuovo Third dei Portishead, dove non ci sono scarti ma distinzioni, nel quale non si parla di continuità ma di rotture. In mezzo, è vero, ci sono dieci anni ma non significherebbero granché se alla base del nuovo platter non ci fosse una scelta artistica forte e altrettanto netta. Per i Portishead invecchiare ha significato togliersi del tutto dai conforti dell’hashish, dai suoni tattili e spaziali, e in un certo senso abdicare a una lucida disperazione face to face di fronte allo specchio. Una bianca e asciuttissima autoanalisi che Third opera soprattutto in senso arrangiativo segnando un confine e tagliando fuori ogni possibile appeal cinematografico, vintage o soulfull che sia. Nelle nuove tracce, infatti, non troviamo né uno scratch, né un basso dub, né puntine vintage che gracchiano, in poche parole, escluse le pose di Plastic, il Trip Hop è soltanto un ricordo lontanissimo e con esso sparisce pure l’idea d’ambiente sonoro (quella stilosa soundtrack hitchcockiana) a restringere il campo in un tubolare patto anglo-tedesco.

Si punta diritto alla minimal (dark) wave fine Settanta e lo fa a suon di kraut rock e di un suo corrispettivo motorik contemporaneo (la techno) e a siffatte regole, pure il soul viene convertito al marrone buckleyiano con una Gibbons a giocare vocalizzi molto meno falsettati e più rock in opposition (quando non nel più contemporaneo criptico folk magico) e chitarre/effetti a dibattersela tra Joy Division e un range di tappeti che vanno da un tribale Guru Guru tirato all’osso a una cassa scorticata fino a un crudo settaggio drum machine. In mezzo (splendido e altrettanto arcigno), il lavoro “povero” delle tastiere a mirare ancor più indietro, fino ai Silver Apples, l’anteprima Kraut targata Sessanta (We Carry On). Roba quadra acid rock insomma, una due note tenute dritte e così i campionamenti d’archi, anch’essi decorticati per un sound che non lascia scampo se non nei momenti più diluiti, tra un richiamo alle nostrane soundtrack anni Sessanta (Hunter) e qualche delizioso motivo d’anteguerra (il siparietto Deep Water). Non v’è dubbio che l’iniziale fascino del lavoro risiede proprio in questo spiazzante cambiamento di cui il singolo Machine Gun si fa formidabile portavoce: pensate a un canto Grace Slick a picco sull’orrore a cedere il passo a un plotone beats di kalashnikov e una Luftwaffe di synth svolazzanti. Eppure Third non è il disco che cerca di finire sulla cover di The Wire a tutti i costi, è di più, un lavoro generoso che attraverso la sottrazione da cliché è in grado di regalare (un esempio su tutti: l’assolo free jazz dentro la ballad Magic Doors). Lo scultore lavora sempre per sottrazione dal blocco di marmo, che in questo caso è un proprio retroterra di già visto e già fatto da cui emerge una statua all’inglesità tedescofila; ma – matita blu a cancellare con maestria – non è questo il punto. Di fatto mai la depressione fu analizzata in musica con tanta severa e cinematica profondità. (8.0/10)