Un sogno, una tragedia, ancora un sogno. Più forte. Abbagliante. I Polyphonic Spree di Tim Delaughter.

Arrivano come una nuvola strana, i Polyphonic Spree. In molti si chiedono se sono veri, o uno scherzo, o una minaccia. Sono - pare - in 29, ma chi può saperlo veramente? A vederli, sia biancovestiti che ipercolorati, sembrano cherubini da musical hippie, abili e festosi smanettatori di unautentica pletora di strumenti (archi, legni, corde, corni, organi, theremin, tamburini e quantaltro). Dietro di loro si cela la mente organizzatrice e vagamente sciroccata di Tim Delaughter, che con i Polyphonic Spree corona infine il sogno di una vita: allestire una band-comunità di pop sinfonico con le antenne sintonizzate su madreperlacei fondali psichedelici, quasi un'utopia sixties rimasta incagliata nelle secche della storia.
L'overdose che nell'ottobre del 1999 uccise Wes Berggren, chitarrista dei Tripping Daisy in cui militava Delaughter, fu un baratro e assieme l'inizio della risalita. Tim assisté allo sfaldarsi di una band promettente, e con lei tutte le prospettive che credeva di dover inseguire. Fu il suo ground zero, non gli rimase che un sogno (quel sogno) cui solo la sventatezza di chi non ha più nulla da perdere può affidarsi. Ingaggiato un coro di dieci elementi e qualche strumentista, i Polyphonic Spree iniziano quindi ad allestire spettacoli e farsi un tenace nugolo di fans. Ben presto si autoproducono un demo (che poi costituirà il primo album), di cui la Good Records di Dallas rimane impressionata. Tutto il resto segue a ruota, gli opening act per i Grandaddy, gli apprezzamenti di Peter Gabriel e David Bowie. La collaborazione coi Death In Vegas. Eccetera.
La loro musica è un arcobaleno mesmerico e sognante che unisce i Beach Boys ai Mercury Rev passando per Flaming Lips, Super Furry Animal e Spiritualized. Le liriche disarmanti e le vivide architetture psych, le nevrosi bucoliche, le sospensioni e i crescendo cinematici, le narcosi sulfuree e i provvidi sussulti di acidità sono gli scenari allestiti per rendere concreto quel sogno.
Una calligrafia di sensazioni a prontissima presa, Eden nostalgico e visionario, ironico ed estatico. Un tessuto di fronte al quale è impossibile non avvertire un retrogusto artificioso, di fronte al quale più volte l'incanto sembra in procinto di spezzarsi. Ma il punto è: stare al gioco. Decidere di crederci, almeno per un po'. Lasciare aperto uno spiraglio, quel tanto che basta. E' uno smacco spazio-temporale, un esperimento assurdo, bizzarro esercizio di convivenza con l'improbabile. Ma funziona, nonostante tutto. Il perché, cerchiamo di spiegar(ce)lo nelle recensioni che seguono.

Life has many stages. This is one of ours ( ) a chance to sing from my soul instead of a hole, where my heart used to be.
Questo il pensiero del compositore e leader Tim Delaughter che presenta
Polyphonic Spree al mondo, e al mondo comunica vitalità e gioia istintive,
naturali, proprietà intrinsecamente e nobilmente umane.
Grazie alla potenza e allaltezza del suono delle voci maschili e femminili,
-un inno, un destino polifonico appunto- e alla quantità di strumentisti,
questo singolare album di pop avanguardia esprime in tutta la propria durata
una grande intensità, trasmette una magnitude inaudita, una libertà organica,
celebra uno spleen esasperato di grande potenziale terapeutico.
Come presentazione, questa marcia di libertà accontenta in pieno. Il
talentuoso Delaughter che ha iniziato aprendo i concerti dei colleghi Grandaddy,
possiede ispirazione e intuizioni da artista navigato, qualità in attesa
di conferma, ma incontestabili.
Secondo lidea che riprendere da uno è plagio e riprendere da molti è ricerca,
si setaccia lopera di alcuni protagonisti della storia del pop, si esaminano
alcune loro creazioni fin nei più riposti fotogrammi, e si ricavano
e si esaltano suggestioni peculiari.
Il disco è diviso in dieci sezioni. Nella prima, have a day/celebratory riconosciamo
un frammento di una splendida mestizia di Elton John qui magnificato
in sé, esaltandone il senso attraverso una ripetizione ossessiva e intensificata.
Lingresso del coro misto è un micidiale pezzo di bravura che esprime
ogni emotività, da consegnare agli annali. Voli incrociati di spiriti
che volteggiano esaltati, insinuandosi e avvolgendosi tra loro.
Altrettanto inatteso é il risonante attacco di its the sun,
oppure lelegia pastorale di days like this con ingresso di viola
e del flauto; un atto di seduzione, una poetica sinfonia campagnola che restituisce
una rara bellezza, che lenisce dolori, ingentilisce e tempra lo spirito.
Altrove, tra contemplazioni utopiste e meditazioni naturiste spiccano sguardi
ai più recenti e orchestrali Flaming Lips e Mercury Rev (due
gruppi maestri della neo-psichedelia rock).
La scorribanda orchestrale della suite Hanging around the day si allestisce pian piano, inesorabile, perlustrando territori con tromba e percussioni, deflagrando in lancinanti schiere di voci. Si continua in soldier girl con cadenza fiera e marziale che trasfigura poi, ottenebrandosi non senza inquietudine, allimbrunire.
Perdoniamo a The Beginning Stages of qualche leziosa svenevolezza (la nona sezione, reach for the sun) accettandola come parte conclusiva dellincanto, ormai invasati, smarriti ed esausti nella danza collettiva, travolti da in questo musical di altri tempi; che si conclude con un ennesimo coup de theatre, schierandosi a contemplare un UFO con Fennesz, una trance tra loop e frequenze ipnotiche recitando lendless summer, lestate infinita metafora del periodo vitale dellesistenza. (7.3/10)

Atto secondo per i Polyphonic Spree del pazzariello Tim Delaughter e la
sua comune di circa trenta cherubini biancovestiti. Notizia dun certo
rilievo perché vista la natura del progetto - tutt'altro che
scontata. Se poi ci mettiamo che lentusiasmo e lispirazione sembrano
anche superiori rispetto al predecessore, beh, cè davvero di
che incuriosirsi. Predecessore a cui ci si allaccia esplicitamente, a partire
dall'enumerazione di questi nuovi capitoli: se quello si fermava all asection
10, qui si va dalla undici alla venti.
Continuità confermata anche dalla cifra stilistica, ragion per cui cè ben
poco da aggiungere rispetto a quanto già scritto per l'opera prima The
Beginning Stages Of: atmosfere fiabesche e sbuffi psichedelici, trepidazioni
country rock e suadenti excursus pop (si senta al proposito la section 17,
altrimenti detta Suitcase Calling), gli ultimi Flaming Lips in
fregola bucolico/orchestrale (la section 13, al secolo Diamonds/Mild Devotion
to Majesty, con ampio spiegamento di legni, ottoni e cherubini), i Mercury
Rev che sgusciano dal bozzolo cinematico per sfarfallare Beach Boys (liniziale
section 11, cioé A Long Day Continues/We Sound Amazed, che per
quasi nove minuti cicatrizza lieve la cesura temporale dal disco desordio,
riprendendone in parte titolo e tema, estenuandosi infine lungo bordoni atonali
dalla vaga e inquietante ascendenza post).
Semmai sembrano sensibilmente più nitidi i contorni, più bruciante
lapporto delle chitarre (merito forse del missaggio ad opera di Rich
Costey, già al lavoro con i Muse), più mosso il progredire
della scaletta (la zampettante impudenza di Hold Me Now - d'ora in avanti
ometto le section - probabile e meritorio hit radiofonico, il beat disinvolto
in sella al piano di Everything Starts at the Seam, stemperato in un
refolo di flauto, corno e vapori dorganetto, eppoi gli stop, le sterzate
e le vertigini emozionali di Two Thousand Places, slide, flauti, theremin,
quindi un crescendo epico e ubriacante tra i cori, gli archi e un profluvio
di fiati).
Detto che Ensure Your Reservation è un intermezzo che chiama
a raccolta reminescenze Nick Drake masticate dalla post-modernità (violini
e corni, piano e singhiozzi di chitarra, flauto e fruscii daltroquando,
una risacca cibernetica sullo sfondo), con When the Fool Becomes a King (una
suite breve o una canzone lunga, insomma sono dieci minuti e trentasette di
sbalzi scenografici e trapassi d'umore, fate voi) il viaggio compie gli svolazzi
definitivi avvitandosi etereo e asprigno, lussureggiante e malinconico, acido
e romantico, come un brandello di Broadway impastato di Woodstock, simbolico
e inafferrabile, estraneo e attiguo insieme al mondo come lo vediamo ogni giorno.
La title track chiude il disco un po come si chiudeva il predecessore,
cioè con lombra di una canzone, ectoplasmi di tromba e cori e
theremin e campane uno scalpiccio in processione verso altre ipotesi di mirabolante,
irresistibile inconsistenza.
A pensarci, bene è proprio la straordinaria convinzione che presidia
ogni traccia a rendere coeso linsieme, a farlo sembrare il segmento duna
prospettiva di cui non è facile scorgere i limiti. Insomma, oggi più che
con lesordio - che sembrò giustamente un fenomeno freak, una bizzarria
affascinante ma assurda, una follia piovuta da un folle con talento pronunciato
e però male amministrato - viene da prendere sul serio i Polyphonic
Spree, proprio come hanno già fatto tra gli altri Peter Gabriel e David
Bowie, non proprio due personaggini di terza scelta, non so se concordate.
Perseverare è angelico, deve pensare spesso il caro Delaughter. Potete
scommetterci che non è finita qui. (7,4/10)

Nell'imminenza del nuovo album, la combriccola di Tim DeLaughter ci concede un EP dichiaratamente interlocutorio (fin dal titolo). Un oggetto curioso per molti motivi. Partiamo dalle tre cover, quel che resta di un progetto (ad oggi abortito) di un album di sole riletture: Sonic Bloom dei Tripping Daisy - ex band di DeLaughter - si rivela naturalmente adattissima alla nota estetica polifonica, col suo afflato orchestrale (legni, ottoni, arpa) e i coretti mielosi, mentre Lithium dei Nirvana si limita ad infiorettare la dolciastra sordidezza e la malinconica foga cobaniana. Neppure Love My Way degli Psychedelic Furs si discosta di troppo dal canovaccio originale (a parte i coretti madreperla, carini e un po' stucchevoli), ma è una scelta significativa, sorta di proiettile tracciante alla luce di quello che ci dicono i due inediti. Siamo infatti alle porte, sembra, di un significativo cambio di rotta nel sound del combo californiano. Mental Cabaret alterna cassa in quattro e sincopi funk wave, synth e vocoder, una festosa isteria che sembra colta al crocicchio tra Pet Shop Boys, Wilco, Propaganda e - naturalmente - Flaming Lips. I'm Calling parte invece come uno spicchio di paradiso Mercury Rev - il piano, i friniti d'archi - quindi s'avvia come una trepida danza glam, tra ottoni e tastiere affrante, e quando partono i cori nell'arruffato ritornello ricorda un po' l'estetica power dei New Pornographers. Insomma, una svolta era necessaria e ce l'aspettavamo. Nello specifico si ravvisa una certa obbedienza alle istanze in voga, a quel mercato alternativo che potrebbe anche apprezzare. Sospendiamo il giudizio in attesa dell'album, senza nascondere il timore che i Polyphonic Spree possano eccessivamente normalizzarsi. (6.2/10)

Se amate la calligrafia sonica dell'armata Delaughter - invero amabile - ma non siete disposti alla terza full immersion bucolica/freak, eccovi accontentati: il terzo capitolo della saga polifonica - che si avvale della co-produzione eccellente di John Congleton dei Paper Chase - è un lavoro che sposa lo spiritual trasognato con le istanze del power pop più frizzante, evoca l'antico sogno beatlesiano corroborandolo di additivo New Pornographers (Running Away), si concede cavalcate Springsteen ma come succedaneo E Street Band ingaggia i Belle And Sebastian (Younger Yesterday), spalanca il camicione per esibire una dolcezza squillante da La's nel paese dei balocchi (We Crawl), gongola e cazzeggia come una congrega del dopolavoro che sogna di diventare la hippie-band dei sogni (Guaranteed Nightlite).
Insomma, c’è tutto il campionario Spree (arpe, flauti, sbuffi luccicosi, cori infiorettati...), ma stavolta la festa evita i prati abbacinati di sole per rifugiarsi nel granaio dove qualcuno ha organizzato un party un po' più trasgressivo e turgido, in tuta nera ipertech e sguardo insidioso. Dove puoi permetterti struggimenti para-glam e fervori elettronici (Overblow Your Nest), trasformismi vaudeville e trasfigurazioni dream-pop (la title track), oppure, perché no?, impudenze pixiesiane blandite da cori carezzevoli, archi svolazzanti e ottoni brumosi (Get Up And Go). Una scossa necessaria che permette a questo sogno d'essere sognato ancora una volta. (6.9/10)