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Dischi così ne spuntano ogni tanto, ispirati e frizzanti, corroborati da una verve giovane che lascia ipotizzare un talento decisamente sopra le righe. Non c'è dubbio infatti che la ragazza, cresciuta a forza di cori per Ben & Jason e svariati opening act (recentemente per Jamie Cullum), giochi bene le sue carte a suon di folk-blues tanto fresco quanto astuto, calando fin da subito l'asso di una voce piuttosto risaputa (tra Edie Brickell e Carly Simon, così a spanna) ma indubbiamente gradevole, condita dall'irresistibile inadeguatezza tipica dei bianchi che s'avventurano in territorio nero (basti sentire come s'increspa nel tentativo di indagare il timbro e l'estensione in Perfect 4/4, nudo stratagemma soul-blues di piano e organo).
Anche dal punto di vista del suono non c'è male, proponendo una pastosa evidenza acustica del cui lato oscuro spesso s'incarica un turgido contrabbasso, facendo ben attenzione tuttavia a non correre rischi, ad espletare con puntiglio la missione. Questo, e nulla più. E' comunque abbastanza, ed è solo abbastanza.
Sono fin da subito chiari insomma i limiti di una tale operazione, che nell'ambito di un pop da intrattenimento sorge e si consuma. E tuttavia adempie allo scopo con una fragranza squisita, spende cioé undici tracce suadenti e misurate, ritaglia cartografie folk ombrose o agrodolci (il bucolico batticuore venato gospel di She Moves In Secret Ways, la frenesia trattenuta sull'orlo del melodramma di Carry Me Home) incorniciandole di appassionato sdilinquimento soul (la dolente Anywhere From Here - mantice d'archi su trepido incedere chitarristico, ma ancora di più One Day, propulsione d'archi lacrimosi e piano, corde vocali ispezionate fino al cuore).
Non sono quindi fuori luogo i paralleli con Norah Jones, della quale potrebbe comodamente eguagliare l'exploit commerciale (dipende se e come verrà lanciata in orbita - intanto fa capolino in uno spot televisivo, poi si vedrà), sopravanzandola di qualche spanna per maturità e conduzione del mezzo: questo ci dicono tanto l'inezia ruspante di Over The Hill (folk sgranato come pop corn sotto il caldo sole del sud) quanto la ragnatela di malanimo di Mea Culpa (blues sospirato in un'evanescenza grigiastra).
Come poi ribadisce l'ipercinetica Give It Back (sintesi folk-RnB con irresistibili assalti d'ottoni in una fauna di corde, hammond, shaker e tamburelli) e sigilla la conclusiva Something To Remember Me By (una rabbia trattenuta, una mestizia esile, la voce s'affila in direzione Joni Mitchell, i silenzi giocano a rimpiattino con la melodia, sfrigolano e sfarfallano gli archi nel bridge).
L'inglesità della signorina si esalta con le particelle Nick Drake-John Martin che circondano - fin dal titolo - I Was Made To Love You (quei bordoni slittanti, le pennate che mestano tristezza, l'allibito declinare della melodia), lasciandoci però con un insopprimibile retrogusto d'accademia. Difettuccio che volentieri le perdoniamo, una volta compreso - ci vuole un attimo - che il mestiere gronda un onesto entusiasmo, per quanto ai limiti del lezioso. Insomma, averne dischi così a bazzicare le scalette degli sciagurati network radiofonici nostrani.
Dischi che per quanto innocui lasciano quantomeno immaginare un mondo - un retroterra, un passato, una cosmogonia - dietro di loro. Forse - chissà? - proprio quel fiabesco Dark Side che si agita nella programmatica traccia iniziale, tra mandolini e dulcimer, tra le ombre di un falò dietro al granaio, con i cori vaporosi di Ben & Jason, e la voce di Polly ad aprire la danza. Che è dolce ballare. (6.7/10)
Al secondo disco dopo l’interessante e fortunato debutto risalente al 2004 (Scissors In My Pocket) la londinese Paulusma, cantautrice di impostazione classica fattasi conoscere con un folk-pop acustico intimo ed essenziale, debitore in egual maniera di Joni Mitchell, Carole King e Laura Nyro, svolta ora verso un pop elettrico, complice la produzione di Ken Nelson - già con Coldplay, Gomez e Badly Drawn Boy - . Le atmosfere dilatate e soffuse cedono il passo ad un pop-rock per la maggior parte abbastanza di maniera che la allineano decisamente al mainstream, ed è un peccato, perché la stoffa dimostrata con le consuete ballad umorali (l’inquieta title track, il singolo Woods, l’intensa Matilda, jazz per piano di ascendenza Rickie Lee Jones) avrebbero promesso ben di più. Ma non bastano i testi profondi, l’attitudine inquieta e qualche guizzo sporadico qua e là. (5.5/10)