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Un cielo azzurro solcato dalla scia di un aereo e da un raggio di sole. Un paesaggio ovattato osservato da una finestra appannata. Un mare in stato di calma apparente sotto un cielo cupo e nuvoloso. Un paesaggio verde che si stende immobile all’orizzonte. Un panorama che racchiude terra e cielo, tra prati coltivati e banchi di nuvole imponenti. Nuova Zelanda, Inghilterra, Scozia. Tutte foto scattate da Peter Wright e utilizzate come materiale grafico per i propri dischi per declinare visivamente il sottile brivido atmosferico, che continuamente rincorre la sua musica. Di origini neo zelandesi, ma attualmente attivo a Londra, Wright è uno dei più talentuosi sound artist degli ultimi anni, prova ne siamo lavori notevoli come Desolation Beauty Violence e Distant Bombs. Sotto le sue mani, la drone music perde i frigidi connotati di accademia e diventa un mantello emotivo sotto cui ambientare pensieri e visioni.
Dietro le sue immagini e i suoi suoni non c’è nessun elemento decorativo da cartolina, ma piuttosto un wagneriano sentore di infinito, un sublime annichilente da romanticismo teutonico. Probabile allora che il box di 3 cd rilasciato quest’anno dall’ormai imprescindibile Last Visible Dog sia il passo finale per l’affermazione di un drone poet di lungo corso. Lo stesso sottotitolo dell’opera “Collected Drone Poems 2000-2003” esaurisce la natura dell’opera. Trattasi infatti della raccolta di brani sparsi nell’arco di tempo di tre anni e della riproposizione di diversi cdr ormai introvabili: Pariahs Sing Om, inciso per la sua Apoplexy, nel 2003, Catch A Spear As It Flies cdr su Celebrate Psi Phenomenon nel 2003 e ancora Duna e A Tiny Camp In The Wilderness, più ovviamente un paio di composizioni inedite.
Il disco su Digitalis, invece, ripropone un vecchio cdr registrato a Londra tra la primavera e l’estate del 2004 e distribuito l’anno scorso durante i concerti del tour con Josephine Foster e James Blackshaw.
Armato essenzialmente di una danelectro 12 corde e di un laptop, Peter Wright raggiunge agevolmente vette visionarie difficili da ottenere per tanti altri sperimentatori dell’elettro-acustica, riuscendo a far evolvere anche la psichedelia chitarristica del compatriota Roy Montgomery. Anche gli innesti di field recordings lungi dall’essere elementi decorativi si compenetrano con il suono e lo arricchiscono avventurosamente. Difficile citare un episodio piuttosto che un altro. La musica di Wright va ascoltata come un unico flusso immaginifico. Il suo è un soffio leggero sulla punta del cosmo. Per gli amanti di certe sonorità “ambientaliste” un nome su cui puntare tutto. (7.5/10)

Disc 1
Disc 2
Ricostruire la discografia sotterranea di Peter Wright è compito che richiederebbe tempo e pazienza. Dal 1998 ad oggi, in meno di un decennio, il neozelandese ha pubblicato oltre 30 album, fra etichette più o meno note e semplici cd-r. La filosofia sonora di Peter ha comunque solidi radici, riconoscibili a chiunque abbia stipati sullo scaffale della propria cameretta almeno una decina di album Kranky dei medi Novanta. I Flying Saucer Attack, e le loro divagazioni esotico-ambientali, e Phill Niblock, la cui dronescience il Nostro ben ha compulsato, sono riferimenti imprescindibili anche per quest'ultimo doppio album di Wright. At Last A New Dawn brano eponimo, indulge in un impressionismo oscuro e pacifico, stende su cupi e lontani riverberi elettronici una fitta scarica di microscosse d'elettricità sfrigolante. Canta l'elettricità e l'elettrostaticità misurandone la voluminosità sonora attraverso piccole vaporose particelle di suono-rumore. La sospensione, incollata alla medesima epicità dilatata sopra ottenuta, cede molti dei suoi elementi viviferi a tutti i componimenti qui presenti. In Blue District Light tende al drone niblockiano più puro (e perciò basico), in Death Ships Approaching al Roy Montgomery meno chitarristico, si fa tetra narrazione di (non)eventi con Urban Wolves e dilaga epica, come detto, nei 34 minuti schultziani dal titolo At Last A New Dawn. (7.0/10)