I Perturbazione ci dimostrano come sia possibile fare del buon pop-rock in italiano senza che le parole sgomitino tra metriche smozzicate, senza che l'intuizione melodica scordi l'espressività, senza che la ricerca (disperata) di uno stile prevalga sull'arte di confezionare un buon pezzo.
Non sono dei geni, però sembrano tremendamente consapevoli di quanta differenza può fare un arrangiamento ben calibrato, una trovata al momento giusto, il giusto mix tra freschezza e pensosità. Ciò che basta a tracciare un solco incolmabile tra i loro manufatti e le insulsaggini modello Pezzali. Perché chiunque può imbroccare la sequenza di accordi o la melodia adesiva e via una canzone, ma sono pochi quelli che le sanno nutrire, vestire e mettere in piedi, finché non cè bisogno daltro e camminano da sole.

Quinto album per i Perturbazione, forse quello della maturità. Casomai la maturità fosse un obiettivo perseguibile. Casomai. Intanto, i sei torinesi non perdono il vizio di blandirci con inquietudini rasoterra e disincanti romanticissimi. A questo punto dovevamo intervistarli per forza. Impossibile farlo di persona. Difficile per telefono (senza contare che le odio, le telefoniche). Via mail, invece, sì. Alla grande.
E’ stato un disco piuttosto travagliato nella sua fase di composizione. Per la prima volta abbiamo raccolto spunti musicali che sono stati registrati ‘alla buona’. Avevamo più di quattro ore di musica. Così, ad un certo punto, ci siamo ritrovati con il filtro per le mani e tantissimi dubbi su che cosa setacciare. Io sono un po’ dell’idea che la musica ‘si faccia strada da sola’. Il problema è che deve passare attraverso i dibattiti, anche feroci, che avvengono tra sei teste (quando rimangono attaccate al tronco da cui provengono). Tutti quanti, con il senno di poi, siamo rimasti felicemente sorpresi di avere un disco che non solo ci soddisfaceva totalmente, ma che sembrava magicamente esprimere tutto quello su cui avremmo voluto incentrare la scrittura di un disco.
Se amari fosse scritto con la ‘A’ maiuscola, verrebbe spontanea la battuta che con gli anni diventiamo più Perturbazione. Effettivamente qualcuno ci ha fatto notare che il disco può essere descritto con il sostantivo: l’inadeguatezza. Quando riflettevamo su quali fossero le tematiche comuni che legavano i testi del nuovo disco, avevamo espresso lo stesso concetto con migliaia di giri di parole, tipo: la condizione esistenziale di chi si trova a riflettere su regole prestabilite che stringono e ci si accorge di avere un’urgenza vitale troppo larga per potere beneficiare appieno della propria serenità. In una parola: l’inadeguatezza. Quindi possiamo dire: con gli anni diventiamo più inadeguati. E speravamo che fosse il contrario.
Per noi la formula pop (attenzione alle trappole linguistiche, ognuno crede che il pop sia qualcosa di diverso), rappresenta la salvezza. Nel senso che siamo convinti del fatto che una canzone debba essere, per sua natura, qualcosa che ha in sé la riconoscibilità, la fruibilità e una certa dose di contagio. C’è un bellissimo libro di un giornalista americano che parte da una riflessione. Piantando patate nel suo orto, si è chiesto se non fosse lui stesso come le api. Cioè un mezzo per la specie della patata di riprodursi. Cade questa concezione antropocentrica e ci si ritrova come dei portatori di vita inconsapevoli per altre specie. Le canzoni, aggiungiamo noi, devono essere buone, attraenti e devono fare in modo che qualcuno se ne prenda cura. Come le piante di patate. Se così non fosse non avremmo costituito un gruppo musicale, ma un gruppo di mutuo-aiuto.
Non dire così, alla Capitol abbiamo detto di avere registrato in America. Se lo scoprono dobbiamo ridar loro indietro i soldi…
Su tutti i piani. A livello umano innanzitutto, che per noi è imprescindibile. Se pensi che per la registrazione di un disco si convive forzatamente per più di un mese, tutti i giorni, con la stessa gente, il fatto di trovarsi con persone che si reputano ‘belle’, fa davvero girare tutto molto più liscio. A livello musicale e di esperienza tantissimo lo stesso. Abbiamo capito che era uno ‘dei nostri’ e più volte abbiamo accettato i suoi consigli sulle soluzioni di arrangiamento che ci parevano più incerte. Speriamo che anche lui sia uscito da quest’esperienza con lo stesso arricchimento che noi abbiamo costatato. Sicuramente lo abbiamo contagiato con la nostra fissa su Lost, che ormai ha drogato cinque persone su sei presenti nel gruppo.
Già Mescal per noi rappresentava un cambiamento nei metodi di approccio nei confronti del modo discografico. Con gli amici di Santeria, ai tempi di In Circolo, tutto si discuteva con molta naturalezza. Il ‘rischio d’impresa’ era un termine quasi sconosciuto, dal momento che la passione era il fine principale che animava le loro pubblicazioni. Già con Mescal avvertivamo la responsabilità di non poter fallire. Che detto così suona brutale. Ma in fondo chiunque prova questa sensazione tutti i giorni andando al lavoro. Poi, per carità, la vita va dove deve andare, ma queste considerazioni le lasciamo alle riflessioni private di ognuno di noi con un libro di Coehlo, di Castaneda, del Dalai Lama, di Steiner, di Krishnamurti, ecc. In più tutti quelli che lavorano per Mescal, e chi li conosce sa di cosa stiam parlando, sono poi animati a loro volta da una passione cocente per la musica. Quando chiedemmo loro di non nasconderci nulla sull’andamento del disco, furono un po’ stupiti. Gli artisti, dicevano, dovrebbero fare gli artisti. Noi ci riteniamo un po’ artigiani.
Il passaggio in EMI non è stato cercato da noi, ma è subentrato in seguito alla vendita del catalogo di Mescal alla stessa EMI. E la Mescal continua a svolgere per noi le mansioni di produzione esecutiva dei nostri dischi. Abbiamo conosciuto le persone che seguiranno il nostro progetto. Non ci è sembrato di avere a che fare con dei delinquenti, anche se la pistola alla tempia che ho mentre scrivo, esercita una certa pressione.
Scherzi a parte, il mondo è fortunatamente molto più complesso di come possiamo raffigurarcelo in base agli schemi mentali che sviluppiamo strada facendo. Per ora, sorprendentemente, è più facile che i discografici che abbiamo avuto di volta in volta, si siano lamentati di noi che viceversa. Che le pressioni le abbiamo fatte noi su loro, puttosto che l’inverso. L’importante è riuscirsi a capire, utilizzare le stesse parole con lo stesso significato e poi cercare di dare, ognuno rispetto al ruolo che ricopre, quanto più possibile. Poi, per carità, la vita va dove deve andare, ma queste considerazioni le lasciamo alle riflessioni private di ognuno di noi con un libro di Coehlo, di Castaneda, del Dalai Lama, di Steiner, di Krishnamurti, ecc.
In realtà cerchiamo sempre di approcciare ogni nuova canzone con un metodo diverso da quella chiusa precedentemente. Siamo un pò disordinati e crediamo che una certa dose di disordine sia fondamentale. Suonare è ‘to play’, ‘jouer’, ‘spiel’, giocare. E per giocare un bambino deve mettere un po’ di disordine nella stanza. Altrimenti non ‘suona’.
Oh, che bello. Anche nel passato, vedi Cuorum su In Circolo, abbiamo tentato esperimenti bacharachiani. In questo disco, è vero, è emersa anche una vena lontanamente soul. Penso anche a ‘Un anno in più’. E, per dirla tutta, c’è stato anche un tentativo di personalizzare questa tendenza. Perturbare questo bellissimo genere. Il fatto che tu ce lo dici, è per noi motivo d’orgoglio.
Una sera abbiamo conosciuto tramite Stefano Giaccone l’autore di un libro su Gino Paoli. Ci ha detto che secondo lui Paoli è stato meraviglioso perché ha affrontato sempre dei temi molto ‘banali’ se vogliamo, ma il risultato non è mai stato quello. E’ facile scrivere quando si è tristi, si pensi a quante pagine di autocommiserazione sono presenti nei nostri diari. Certo è che Guccini, De Gregori, così come De Andrè, sono pressoché inarrivabili per la padronanza del linguaggio e la capacità di dire con il minimo delle parole il massimo dei concetti.
Un gruppo è una coppia al massimo grado. Altro che PACS o DiCo. Si può provare a cercare di capire i gusti e le tendenze altrui senza condividerle appieno. Il risultato è qualcosa che ognuno, preso singolarmente non avrebbe mai portato avanti. A volte applichiamo il metodo democratico delle votazioni, ma non è il migliore. Rende scontenta sempre una minoranza. Talvolta proviamo quello della leadership. Che rende sempre scontento il leader quando viene destituito nella decisione successiva. Siamo sopravvissuti alla dittatura, funziona abbastanza il metodo della cooperazione, dove ognuno si occupa di qualcosa tentando di informare gli altri in maniera trasparente. Sulle grosse decisioni da prendere, un po’ ci lasciamo trasportare dagli eventi, un po’ ci accapigliamo spingendoci a limiti sempre più vicini alla linea rossa. Vedremo.
Se dovessimo dire che era troppo per Sanremo, ci renderemmo odiosi a noi stessi. Sarebbe come sputare nel piatto dove avremmo tentato di mangiare. Purtroppo è andata così. Se questa canzone merita di più, troverà da sola una strada per farsi conoscere.
Vorremmo condividere con Tiziano Ferro, Laura Pausini, gli Afterhours, i Tre Allegri Ragazzi Morti, Baglioni, Artemoltobuffa, Celentano, Non Voglio Che Clara, Samuele Bersani, Bugo, Jovanotti, Lucio Dalla, Amari, Articolo 31, Syria, Marta Sui Tubi, Paolo Benvegnù, Le Vibrazioni, il Teatro degli Orrori, Subsonica ecc.. Il fatto di non dovere creare una scena ‘alternativa’.
A che cosa poi? Chi non ha mai cantato una canzone di Celentano, scagli la prima pietra.
E’ figlio di un’accelerazione tecnologica dell’ultimo decennio con cui, chi fa musica, deve necessariamente fare i conti. O perlomeno chi produce musica. Rappresenta sicuramente la manna per chi ha sempre comperato i dischi, perché permette di poter preascoltare un lavoro prima dell’acquisto. Rappresenta poi la possibilità di esonerarsi per sempre dall’entrare in un negozio di dischi. Ognuno di noi sa cosa vuole dalla vita e cosa non vuole. Nessuno vieta ad un gruppo di operare sotto licenza Creative Commons. Ma deve però poi essere in grado di reggersi secondo quello che stai per chiedere nella domanda successiva.
Vivremmo in un mondo di concerti dei Modena City Ramblers. E con tutto il rispetto a loro dovuto, mi sembra che poi qualcuno potrà osservare, a buoi fuggiti: si stava meglio quando si stava peggio. Per cui, la mia personale soluzione è del tutto politica (no, questa volta i Modena non c’entrano). Oggi comprare in generale è un atto politico. Comprare un disco è come dare un voto. Ognuno faccia quello che vuole. A seconda dei periodi o dei candidati si può anche annullare la scheda, andare al mare. I musicisti e le case discografiche devono svecchiarsi per conquistare i voti delle persone. Esattamente come i politici. Ciascuno adotti la propria strategia. E’ finita un’epoca. Ne comincia un’altra.

Questo Canzoni Allo Specchio non possiede che in parte il brio del predecessore (In Circolo, 2002), ma può contare su quel pizzico di maggiore equilibrio portato in dote dalla maturità e soprattutto su una più lucida produzione (a cura di Valerio Soave più lapporto artistico di Paolo Benvegnù). Il risultato è uno smalto elegante che leviga un ordito di tenere irrequietezze, che esalta gli intrecci di ottoni e tastiere, che stempera i sobri contributi delle elettroniche e dei cori, che fa incontrare nella stessa ombra larpeggio jingolante delle chitarre e il mantice del violoncello (magari con questultimo si tende un po ad eccedere, eh
).
Belle dunque le orchestrazioni, abili a nascondere il lavorio sotto una parvenza dimmediatezza. Come nel valzer tra il mesto e lenfatico di La fine di qualcosa, in cui tra flauto e violoncello spuntano ricami cyber e una drum-machine accartocciata non distante da certi Mùm. O come in quella specie di febbre notturna che è A luce spenta, mood dolciastro su bruma di basso e batteria, i cartigli distorti di Jukka Reverberi alla chitarra, il Korg baluginante di Luca Di Mira e la flautata risolutezza della voce di Rachele Baustelle Bastreghi.
Il meglio a parer mio arriva però dai bozzetti un po seri un po faceti - ovverosia quintessenza Perturbazione - di Animalia (geniale pop-soul che tratteggia drammi socio-esistenziali con trepida levità) e Seconda persona (up tempo tra il malinconico e lo squillante con la Bastreghi ai cori), ma anche la conclusiva Il materiale e limmaginario mintriga con quella profusione dimpalpabili complicanze (lharmonium che pigola un bozzetto à la Lucy In The Sky With Diamond, voce aggiuntiva di Francesco Baustelle Bianconi, preziose spennellate di ottoni per un palpitante sdilinquimento jazzy).
Il resto, a parte qualche concessione al pilota automatico (la solenne prevedibilità di Se fosse adesso e il fiacco empito valzer di Spalle strette, e-bow e coretti come certi tardi R.E.M.), si muove sbrigliato e guizzante, come il perspicace miscuglio tra Housemartins e Gino Paoli di Chiedo alla polvere (non a caso il primo singolo), lonirica Canzone allo specchio (che tra chitarre uggiolanti e arricciamenti melodici sfoggia un evidente marchio Benvegnù) e lingannevole fatuità di Se mi scrivi, che sotto scemenze Pavement e stupidario adolescenziale rivela arguti esercizi testuali (così sto dando i numeri e non trovo una via/ chiedo clemenza al mio gestore di telefonia/ unite le onde del destino/ al mio telefonino) e sonori (il gustoso turbinio di trombe, trombone, sax ed elettroniche).
Buon disco insomma, onesto nella concezione, nella realizzazione e nel prezzo (lo consigliano a circa 15 €). Certo, gli manca la traccia trainante, una con la presa lieve e struggente di Agosto, ma con quello che si sente in giro (in questi chiari di luna sanremesi) non dovrebbe faticare a guadagnarsi un po - almeno un po - di meritato airplay. Magari senza dover attendere lanno prossimo: per quanto riguarda lanticamera, i Perturbazione hanno già dato abbastanza. (6.9/10)

Con inflessibile leggerezza da cacciatori di farfalle, riecco i Perturbazione sulle tracce del pop-rock perfetto. Una ricerca senza posa che non fa pose (non ancora). Malgrado, en passant, i ragazzi di Rivoli siano saltati - oplà - sul torpedone di una major. E che major. Meritatamente, se ciò vi sembra un merito. Ad ogni modo, Pianissimo fortissimo significa dieci canzoni che si aggiungono al repertorio irrobustendolo non poco, perché tra esse non c'è ombra di stanchezza: non nei testi, non nelle musiche, gli uni e le altre sempre ben a fuoco. Un incendio di quieta inquietudine che cova nel quotidiano, ad altezza d'uomo. Palpiti semplici e banali sì, ma dall'inestimabile pregnanza, sospesi tra vibrazioni psichedeliche (i reverse e i coretti angosciosi di Qualcuno si dimentica), distillati jingle-wave (On/Off), post-soul dinoccolati (Leggere parole) e struggimenti da camera (Casa mia, Giugno, dov'eri?).
I potenti mezzi a disposizione consentono loro d'ingaggiare un Manuel Agnelli ma solo per mimetizzarlo tra i tremori di Nel mio scrigno, senza ostentazione, al modo d'un ingrediente ben stemperato. Così come gli archi di Davide Rossi - già al lavoro per i Goldfrapp - sposano la causa con organica empatia (sentitelo tra i riverberi foschi di Brautigan). Così come il fonico Maurice Andiloro regala la fragranza pungente e caramellosa già profusa nei lavori con Pecksniff e Baustelle. Insomma, forse potevano stupirci con mirabolanti effetti speciali, invece Cerasuolo e compagni puntano sulla "consueta" effettistica targata Perturbazione: parafrasi dolceagre ("produco, consumo... credo"), sentimentalismo fatalista ("c'è un lampione che si accende proprio sotto casa tua/quando passo nella notte forse è un caso forse no/sembra tutto fatto apposta per scommettere su te"), meditazioni socioesistenziali tra rigurgiti Bacharach (Controfigurine), quella impagabile cospirazione di trovate e delicatezza (riff di violoncello, fisarmonica e tromba nella bossa belleandsebastiana di Battiti per un minuto - che a Sanremo avrebbe fatto un figurone, non l'avessero scartata).
Ma ce la fanno, alla fine, a mettere nel retino il pop-rock definitivo? No, naturalmente. Però ci si avvicinano come a pochi è capitato, almeno da queste parti. (7.0/10)