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Ecco un’ulteriore dimostrazione della splendida forma in cui si trova la psichedelia britannica. Il frangente yankee della New Weird America e tutto sommato anche quello finnico, sembrano aver esaurito la loro primaria spinta propulsiva. C’è ancora gran fermento, ma si può certamente dire che le produzioni di scarsa qualità hanno superato in percentuale quelle degne di nota. Quello inglese è invece un panorama abbastanza diverso. Qui si coltiva certamente una tradizione. C’è un attaccamento maggiore alle proprie radici e si cerca meno l’effetto shock da freak-show. E’ tutto spontaneamente più elegante e istintivamente colto. Questi misconosciuti Peonies incarnano perfettamente tutto questo. In loro ci puoi sentire tanto l’ombra della psichedelia barrettiana, quanto certi fantasmi scuri ed eterei di matrice 4AD. Dietro il nome Peonies (le peonie… un nome da prog band italiana anni ‘70) si nascondono Paul e Tamar Millernas. Lui è il vero deus-ex-machina, avendo scritto e prodotto tutti i brani. Lei è la fantasmatica voce femminile che ascoltiamo. Completano la line-up per alcuni brani specifici, Jason Mills e Russel Cole. A volte somigliano ai Charalambides. Vedi la splendida elegia intitolata Wading In Light . Altre volte, e sono le volte migliori, si dedicano ad un agrodolce impasto di vocalizzi e chitarre riverberate che in certi frangenti fa persino pensare agli storici Telstar Ponies. Si ascoltino brani come Long Day Waiting, Discombobulate e Into forms. L’apice del disco è probabilmente Anniversary che è un’unica onda sinusoidale di psichedelia spaziale appena macchiata di misticismo asiatico. Straordinaria. Come se non bastasse l’impasto di voci e chitarre di Everething Is fa pure pensare ai Current 93. Insomma, questo è solo il primo disco, per altro in cdr. I margini di crescita sono quindi altissimi. Da tenere assolutamente sott’occhio. Uno come David Keenan non dovrebbe farseli passare sotto il naso come se niente fosse. (7.2/10)

Ai Peonies bastano solo tre brani per confermare quanto di buono aveva da dire Into Forms e giocare paurosamente al rialzo. Su questo EP distribuito dall’agguerrita Blankest Rainbows la band inglese raccoglie tre composizioni sospese, dense e stordenti come non mai. Hungry Hordes si aggancia ad una musica cosmica, dove i droni sono scariche di elettricità, le voci come aloni d’ectoplasma e l’impasto strumentale ondeggia su un dondolio pigramente apocalittico. Liquescence è uno sfrigolio elettro-noise alla maniera dei Pan Sonic più striscianti. Ma il capolavoro arriva con il brano che da il titolo al disco. Una voce di sirena che vola su un vasto territorio confinante a nord con l’idioma fantasy di Elizabeth Fraser e a sud con gli eco gorgheggianti di Edda Dell’Orso. Un basso modulare che disegna l’armonia alla maniera dei primi Pink Floyd. Una chitarra effettata con stellari delay dai riflessi cosmici. Gli Om vengano pure a lezione. Quella dei Peonies è la più elettrizzante forma di psichedelia attualmente in circolazione. Un altro paio di uscite a questo livello e si cominceranno a tenere sabba pagani con i seguaci delle peonie psichedeliche d’Inghilterra. (7.6/10)