I Pelican si innalzano oltre lo steccato metal che li aveva generati, oltre il post e verso lidi avant metal, in un genere ibrido che caratterizza tutta la loro evanescente musica d’atmosfera.

L'eco di un flebile vento “post” ha sospinto sin dagli esordi le pagliuzze strumentali del metal marcato Pelican. Libratesi in volo, sono poi ricadute ben lontano dal fusto da cui in origine furono spiccate via. Esse sono infatti giunte a noi attraverso una prima, preparatoria, esperienza. Quella dei Tusk. A farne parte v'erano già tutti e tre i membri dei futuri Pelican. Laurent Lebec, Trevor de Brauw e Larry Herweg furono un power trio nell'era del dopo grind. Due chitarre e una batteria, rispettivamente. La musica suonata, nei due album consegnati agli annali minori della Windy City (i nostri provengono infatti da Chicago), è nient'altro che grindcore allo stato brado. Get Ready (He Who Corrupts) e The Tree Of No Return (Tortuga) suonano proprio così.
E non lascerebbero sperare quella conversione “concettuale” che il trio ha poi assunto a propria effige sonora col cambiare ragione sociale. Non sappiamo bene quando, ma qualcuno – o forse tutti e tre – a un certo punto della loro giovane storia discografica sentono il metal suonato come una camicia di forza stilistica della quale difficile sarebbe sbarazzarsi. Vi si dibattono dentro per un poco, e poi decidono per un sostanziale salto qualitativo. Pelican è il nome che danno a questo insperato triplo salto mortale sonoro che con una sola piroetta proietta i nostri molto al di sopra dello steccato metal che fino ad allora così perfettamente li aveva contenuti. Pelican (Hydra Head, 2003) sforna un primo assaggio della nuova creatura. E mostra, quali abiti eleganti ad una festa di gala, influenze ben più raffinate che in passato. Neurosis su tutti. Pulse, Mammoth, Forecast For Today e The Woods hanno ancora durate umane (fra i 4 e i 7 minuti), ma parlano una lingua puramente strumentale d'avant metal. Gli Earth e Boris in primis. Terrificanti e liriche visioni d'una landa che post(umana) lo diventa dopo simili incursioni bombardiere. Non accidentale, poi, il fatto che la band si accasi presso la Hydra Head Records, proprietà dell'Isis Aaron Turner. Infatti gli Isis diventano sempre più un termine calzante per riferirci al genere ibrido suonato dai nostri. A tal proposito vale un ascolto del meraviglioso The Fire In Our Throats Will Beckon The Thaw (2005).
Ascoltando i 9 minuti di Last Day Of Winter (o anche la lunghissima March Into The Sea) ci si imbatte in un perfetto ibrido fra crescendo drammatizzati scuola Neurosis, un uso dilatato e “ambientale” dello strumento chitarra e, risultante delle due prime direttive, in una sorta di psichedelia lirica che del metal conserva solo la grammatica.
Sgrammaticata a dovere però. Fino a farne lo strumento per descrizioni voiceless d'assoluta armonia e bellezza sonica. La risultante fra epos e pathos è qui felicemente raggiunta e doppiata da risultati artistici di grande validità, suggestione, pregnanza. -, traccia acustica e purgativa delle tante distorsioni a profusione sprecatesi sino a quel mentre, introduce il finale cosmico di Aurora Borealis e Sirius. Un concentrato sonoro di polveri sottili che astrae tutta l'evanescente arte “d'atmosfera” dei Pellicani. A precedere The Fire In Our Throats Will Beckon TheThaw vi era già stata un altra avvisaglia di grandi cose “a venire”. Australasia (2003) infatti spaziava, con ben due anni d'anticipo su The Fire, su territori post metal e droning di non indifferente arditezza strumentale e concettuale. Anche qui a farla da padrona è la suite più estesa nel minutaggio. Night And Day dura infatti ben 11 minuti.
11 minuti al servizio d'un narrare per contrappunti chitarristici, fatti di vuoti siderei e pieni assordanti, che davvero aprono porte della percezione mai prima discostate al nostro orecchio d'incalliti audiofili.Soprattutto, Australasia è una testa di ponte fra il passato (prossimo) del trio e un futuro (altrettanto prossimo) alle porte. Questo futuro, oramai scivolato nella cronaca discografica degli eventi d'attualità, è l'ultimo parto lungo della band di Chicago. City Of Echoes (2007) riflussa il già noto attraverso partiture sempre più curate e “progressive”. Come del resto le progressioni strumentali del gruppo, ancora più l'abilità del disco è quella di avvincere e incantare senza mai far calare l'attenzione sullo svolgimento delle partiture. E, sorpresa delle sorprese, gli echi post (stavolta “rock” e non “metal”) si fanno prepotentemente sentire. Il pezzo eponimo, ad esempio, ne è perfettamente consapevole. Tutto preso in quei suoi giochi geometrici chitarra-batteria-chitarra che quasi rasentano geometrie 'mathematiche'. Nuovo sbocco, forse, allo stile emotivo e epico dai precedenti dischi testimoniato grandemente.

Un album che sembra avvicinarsi, a tratti, al post rock tout court. City Of Echoes, il pezzo che titola il CD, compie una prima incursione verso lande perlomeno transitate dalle geometrie ritmiche dei Don Caballero. E non è forse una coincidenza. Bliss In Concrete, ad esempio, pur mai rinunciando ad una narrazione su basi hard, colpisce per la mancanza di fronzoli “psichedelici” quali quelli in passato riscontrati. Vi è anzi una sorta di rivisitazione del death metal. Ma come se fossero i Don Caballero degli esordi a compiere il misfatto. I Fucking Champs potrebbero probabilmente trovare in Lebec & Company dei temibili rivali. Non fosse per il fatto che riprendono, in questo stesso brano, anche il thrash, ad un certo punto del suo svolgimento, per ripiegare poi in un crescendo autistico fra hardcore e hardrock. Del resto i nostri sono abituati a stupirci. A Delicate Sense Of Balance, coi suoi languori quasi slintiani, chiude un album fatto di 8 componimenti, dove nessuno supera i 7 minuti di lunghezza. Manca la pièce de resistance dei precedenti. Ma la varietà stilistica e la compattezza esecutiva sono infinitamente maggiori. (7.0/10)