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I Peeesseye, partiti all’insegna dell’improvvisazione rumorista, hanno in seguito incamerato elementi rock plasmando un suono indefinibile e personale che si rifà alla tradizione folk senza perdere un grammo del suo carattere innovativo.
Durante gli otto minuti di Moon Vegetables la chitarra di Chris Forsyth tesse la trama di un brano costellato di frammenti percussivi e nenie dementi, mentre con Plastic Grass si piomba in un vortice di ammassi noise, aritmie percussive, intemperanze vocali che rimandano al catalogo Skin Graft.
Riding On The Curly Head Of A Man From Coney Island In A 280ZX è un drone sottocutaneo che esplode in fiotti ematici di synth, schianti metallici e strazi vocali.
In Mayhem in the Mansion, Shivers in the Shackarpeggi acidi vengono sostenuti dal drumming minimale, mentre l’harmonium di Jaime Fennelly in un lento crescendo crea i presupposti per uno stato di trance. Quella dei Peeesseye è una forma di psichedelia disturbata come il sonno in preda alla febbre, colta da spasmi e punteggiata da risvegli e deliri come nella conclusiva (Zoltan Is) My New Bird.
I tre newyorkesi conoscono i giusti ingredienti per far viaggiare l’ascoltatore senza ricorrere a pozioni apocalittiche, spesso più soporifere che psichedeliche, e barbe finte da freakettoni weird-folk.
Ma sono troppo crudeli per non interrompere bruscamente il trip. I suoni slittano e precipitano, le percussioni invece che reiterate e ipnotiche sono spesso caotiche e disturbanti e Fritz Welch per aumentare l’entropia alterna anatemi isterici a mantra spastici. La forza del disco è proprio nei contrasti tra suoni dilatati e intemperanze rumoriste, nella sovrapposizione di continuo e discreto che crea un’amalgama affascinante e aliena. (7.5/10)
Nella settimana in cui Torino è sulla bocca di tutti per il festival di musica elettronica ClubToClub e per le esibizioni legate ad Artissima (Merzbow, V/VM tra gli altri), lo United Club, spesso dedito a concerti punk/hardcore, porta in città i Peeesseye, accompagnati da Bob Corn e dai rumoristi Harshcore.
Quest’ ultimi, un duo mascherato che sembra uscito dal delirio di un matto, aprono le danze, se così si può dire. Nastri, microfoni, pick-up generano una massa indistinta e pulsante di sano rumore analogico che in breve riempie l'aria del club. Luca Sigurtà è l'addetto alle macchine, mentre Tommaso Clerico si occupa degli strumenti tradizionali, il cui suono viene adeguatamente stravolto. In piena era digitale, quando sembra che anche il più incredibile dei rumori possa essere riprodotto con una fredda sequenza di 0 e 1, gli Harshcore riportano il magnetismo al centro della scena, restituendo al fenomeno fisico una valenza naturale e incontrollabile, quasi magica. Notiamo una new entry nel parco macchine del duo: un "cubone" stereo rosso fiammante che a fine concerto Luca mi confiderà di aver trovato abbandonato per strada e aver adottato.
Torna la quiete con Bob Corn, il barbuto autore di Songs from the Spiders’ House, che inizialmente viene accompagnato dai Peeesseye. Un primo passo per una futura collaborazione su disco? I newyorkesi lasciano da parte le tipiche scorribande rumoriste e si adeguano al mood tipico della musica di Tiziano che dopo un paio di pezzi viene lasciato solo con la sua chitarra. Negli ultimi anni è passato spesso da queste parti, il numero degli estimatori forse è aumentato anche per una naturale empatia nei confronti della persona oltre per la validità dell'opera. L'uomo Fooltribe conquista il pubblico con la sua ricetta a base di cantautorato folk sincero e genuino e storie semplici sussurrate ad occhi bassi. Bob "Prince" Tizio ha il dono della sintesi e la sabbia in tasca. Non è poco.
E' il momento dei PSI, il chitarrista Chris Forsyth e Jaime Fennelly all’harmonium generano un ammasso pulsante e ipnotico. Una situazione che porterebbe velocemente a stati mentali alterati se non fosse per gli sconquassi percussivi di Fritz Welch che alterna i tamburi a elementi metallici e plastici, quando non a utensili disturbanti, come un blocco di polistirolo che genera un suono particolarmente caustico.
E' Fritz il motore fisico del gruppo, un folletto post-apocalittico che calamita l'audience, soprattutto quando abbandona la batteria per dimenarsi brandendo una catena in mezzo al pubblico, parte del quale appare intimorita, forse in ricordo di una precedente esibizione torinese. La sua voce copre le più svariate gradazioni dei toni disumani, passando dai rantoli al growl, in esplosioni grind(guignolesche) che ricordano Eye e il Patton più oltranzista. I Peeesseye si confermano fenomenali anche dal vivo, con un esibizione muscolare e psichica, fuori dai canoni senza cadere in sterili stramberie e che per molti dei presenti diventerà un termine di paragone per il futuro. L'ordine delle esibizioni, con Tiziano piazzato al centro dei due ensemble rumorosi, crea una certa discontinuità e provoca un adattamento da parte degli spettatori, forse l'apertura delle danze sarebbe stata più adeguata o, perché no, il congedo in punta di piedi (a proposito di estremità, Tizio sembra un hobo placido e imperturbabile a cui abbiano trapiantato i piedi di James Brown). In ogni caso la soddisfazione dei presenti alla fine è palpabile, il prezzo ridotto del biglietto permette che i banchetti dei gruppi, ricolmi di primizie limited edition, vengano saccheggiati senza rimpianti, con il motto psiano stampato in fronte: Stay Positive, Asshole!