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Pattern Is Movement

di Daniele Follero
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  • Maple
  • It’s The Wine
  • Never Liked This Time Of Day
  • Interlude One
  • 2 Voices For 2 Sections
  • People And Touch
  • Interlude Two
  • She Already Knows It
  • Silver Queen
  • Interlude Three
  • Talk Back To Me
  • The Severe

Stowaway (Noreaster Failed Industries, 13 settembre 2005)

di Daniele Follero

ll fatto che l’anno scorso l’esordio di questa band americana sia stato praticamente ignorato rende l’idea di quanto vasto e dispersivo sia, allo stato attuale, il panorama della popular music. Per fortuna il quartetto originario di Philadelphia non ha tardato a ripresentarsi con un secondo album, ancora più bello del precedente e che invoca giustizia.

La novità di Stowaway rispetto a The (Im)possibility Of Longing (Noreaster Failed Industries, 2004) è l’entrata in scena di Alisa Rose (violino) e Rachel Turner Houk (violoncello) accanto al nucleo principale composto da Corey Duncan, Daniel McClain, Christopher Ward e Andrew Thiboldeaux. E la differenza si fa notare immediatamente, con gli archi che spesso seguono la stessa linea melodica della voce, creando un effetto di amplificazione timbrica del cantato che ricorda molto lo stile del Robert Wyatt solista.

Le influenze canterburiane nei Pattern Is Movement - volute o involontarie che siano - non possono del resto passare inosservate, ma il riferimento a certo progressive degli anni Settanta non risulta mai diretto, impregnato com’è di post-rock. In un percorso musicale coerente sembrano incontrarsi le anime più innovative di certo rock “colto”, che da più di trent’anni si diverte a decostruire la materia originaria per creare qualcosa che ne oltrepassi i confini: dai Soft Machine ai Sonic Youth, dai Tortoise agli Gastr Del Sol, dagli Slint a Brian Eno.

Stowaway è un disco senza sbavature. La musica dei Nostri sembra giocare direttamente con il concetto di pattern preso a prestito dal nome: frasi brevi, reiterate e accostate al fine di creare un movimento delle immagini dall’apparente staticità, come in un montaggio cinematografico di Sergeji Ejzenstein (vedi il ritmo ossessivo di People And Touch o le rapide trasformazioni della batteria cutleriana di Never Liked This Time Of Day, alla ricerca di dialoghi melodici con il violoncello e la chitarra). Una spanna al di sopra di tutti gli altri brani dell’album sono poi She Already Knows It e Silver Queen, che incarnano alla perfezione - accentuandole - le due principali idee costitutive del loro sound: se nella prima viene fuori l’approccio più nineties, con la fantasia a richiamare degli Slint senza distorsioni, ma intrisi di tastiere (ritmi squadrati, un po’ math, addolciti dagli archi), nella seconda invece una batteria convulsa e una chitarra più graffiante, unite al violoncello, ricordano la triade Cutler-Frith-Born, nucleo fondamentale di Henry Cow e Art Bears.

Molto interessante ed efficace anche la presenza di tre brevi interludi, che spostano l’attenzione su suoni dal sapore più ethno, come nel caso di una Korà africana (o l’imitazione del suo suono, non ci è dato confermarlo) che si inserisce tra gli altri strumenti a corda per dare vita a un affascinante gioco poliritmico.

Peccato non poterli vedere dal vivo in Italia, almeno per ora. Un (8.0/10) senza se e senza ma.

  • Blanched And Threshed
  • In Tape Grass
  • Wire Cloth
  • Interlude No. 1
  • Witkin Dub
  • Grimes Cutup
  • Interlude No. 2
  • Diamond Back
  • Abrade The Beat
  • Interlude No. 3
  • In Glasstone
  • The Memory Of In Or Out

Canonic: Scott Solter Plays Pattern Is Movement (Hometapes, 10 ottobre 2006)

di Daniele Follero

Un nuovo album per i Pattern Is Movement a un anno esatto dal precedente? Eh, no, non è proprio così. Chi già si leccava i baffi all’idea di assaporare il seguito del poco pubblicizzato ma molto apprezzato Stowaway, dovrà attendere un altro po’ di tempo. Intanto però può godersi questo remake dell’ultimo album del combo statunitense, remixato dal suo produttore, Scott Solter che, affascinato dai ritmi ipnotici di Stowaway, ha provato a darne una sua propria interpretazione. In questo caso l’“allievo” non supera il “maestro” (l’impresa era troppo ardua), ma riesce comunque a valorizzarlo.

Nelle mani (e nelle macchine) di Solter, l’album diventa una parafrasi di tutto rispetto del lavoro originale. Estrapolati dal master tutti (o quasi) i pattern su cui era costruito Stowaway, il produttore li trasferisce in un paesaggio musicale del tutto nuovo, mescolandoli a sonorità glitch-oriented che poco hanno a che vedere con le strutture originali ed eliminando quasi tutte le parti vocali. Il risultato è acido e forse ancora più ipnotico, con i temi che si stagliano su tappeti sonori e stratificazioni lontanissime da quel piglio progressive che caratterizza il sound dei Pattern Is Movement. Nonostante Canonic rispetti la sequenza originale dei brani, a volte ci si trova completamente spaesati, si perdono momentaneamente i punti di riferimento (Wire Cloth è una sequenza di rumori assordanti che poco ha della corrispondente Never Liked This Time Today, mentre Diamond Back è un lontanissimo parente di She Already Knows It) per approdare poi, in alcuni casi, a più rassicuranti remix (Grimes Cutup alias People And Touch). Anche i tre Interludi sono rispettati (nella sequenza), ma si trasformano, nella nuova versione, in momenti ambient molto distanti dal sapore etnico che avevano in precedenza. Canonic, in definitiva, nasce dallo smantellamento di Stowaway, rimescolando le carte e facendo emergere un lato del tutto nuovo della musica della band.

Un disco per nulla inutile (rischio che corrono i remix di interi album), valida appendice a un lavoro discografico di grande spessore. Adesso però ridateci i Pattern Is Movement! (6.8/10)