Proprio come cartografi i tre newyorchesi ridisegnano dall’interno i confini del noise-rock cambiando le carte in tavola, mischiando rumore e melodia, ambizioni pop e ansie avant. Quel che ne esce è un cocktail esplosivo di tastiere giocattolo e ritmiche kraute, assalti all’arma bianca e melodie appiccicose.
Il titolo dell’ultimo album dei Parts & Labor contiene in nuce la chiave per decodificare al meglio il suono di questo furibondo trio di stanza a New York. Mapmaker ( cartografo appunto) innesca infatti modalità nuove stravolgendo la sintassi del genere e ridefinendone i confini, grazie ad un impatto sonoro che riesce a coniugare in modo eclettico melodia e distorsioni e che ha pochi eguali nel panorama rock attuale. Ma chi sono e da dove vengono questi tre invasati? Galeotta fu la Knitting Factory, tempio della musica più avant e radicale della Grande Mela. E’ proprio lì, infatti, che nel 1999 si incontrano Dan Friel e BJ Warshaw, chitarrista/tastierista e bassista/tastierista. Una volta completata la lineup con il batterista Jim Sykes, il disco d’esordio non può che venire di conseguenza: ecco quindi Groundswell (JMZ 2002), una delle cose più riuscite ascoltate in ambito strumentale negli ultimi anni, un potente mix di math rock e noise rock meno canonico, che in termini di resa ritmica paga pegno alla robotica reiteratività krautrock d’antan.
I tre confezionano undici pezzi in cui Oneida (Parts & Labor), sfuriate Lightning Bolt (Autopilot), riverberi Trans Am (Tb Strut), pachidermi à la Melvins (Intervention) scorazzano allegramente. Un ruolo centrale lo gioca da subito l’elettronica cheap, tra avventurose soundtracks per videogiochi alla Richard P. James sommerse da spasmi di rumore bianco (Railgun), e deliranti orge Can-Kraftwerk per il ventunesimo secolo (Mike Burke For President). Neanche un anno dopo vede la luce Rise, Rise, Rise (Narnack 2003) disco che punta molto più in alto, svincolando il trio dalle sabbie mobili dei cliché del genere e variando ulteriormente spettro espressivo e modalità d’esecuzione. Senza dubbio aver condiviso l’album con quel Tyondai Braxton, figlio di cotanto padre e già membro fondatore dei Battles, ha stimolato il terzetto a sviscerare un suono che riesce a non perdere in compattezza e coesività. Cimentandosi per la prima volta col cantato con risultati più che apprezzabili. Se nei tre pezzi finali Braxton mostra di che pasta è fatto con le sue suite di rock post-moderno, i Parts & Labor non sono da meno: The Endless Air Show sfodera un assalto sonico come non si ascoltava dai tempi di Sheets Of Easter, umanizzato e compresso in appena tre minuti scarsi. Con influenze e numi tutelari insospettabili, dai Chrome alle musiche tradizionali, e qua e là è rintracciabile perfino una sorta di country deforme.
Qualcuno li ha definiti dei No Means No che fanno a pugni con i Savage Republic; quello che però li contraddistingue è un invidiabile lavoro di sintesi, che permette al gruppo di non disperdere tanta varietà d’influenze. Il botto è nell’aria e arriva col terzo disco, Stay Afraid (Jagjaguwar, 2006) di cui non tutti sono stati in grado di apprezzarne da subito le qualità. L’album è un blocco di granito rock, dotato di geometrie elastiche già a partire dall’iniziale A Great Divide, piccola gemma noise-pop e ideale hit del gruppo, paradigma di un suono quasi corale in cui ogni singolo elemento si concatena mirabilmente agli altri: una melodia vocale contagiosa fuoriesce liberamente dalla massa noise, tra tastiere giocattolo torturate senza remore e anthem socio-politicizzati. L’album è un macigno compattissimo che non risulta mai caotico o autoreferenziale, grazie al lavoro di fino dei tre il cui intento primario resta quello di scrivere canzoni e organizzare suoni. Il drumming quasi tribale del nuovo batterista Christopher Weingarten, le note schizofreniche della tastiera di Friel e il basso massiccio di Warshaw si fondono a folle velocità, mentre le voci, mai come ora in primo piano, tirano le fila di un suono dall’impatto devastante ma perfettamente controllato.
Con l’uscita dell’ultimo Mapmaker (Jagjaguwar, recensione sul PDF #31) per i Parts & Labor sembra essere arrivato il momento propizio per far conoscere a fette più ampie del popolo indie la loro miscela noise-pop. Frutto di una formula e di una lineup ormai rodata, l’album vive i suoi momenti migliori nell’equilibrio fra sperimentazione e fisicità, due elementi che spesso non vanno di pari passo nel sottobosco indie-rock perché difficilmente gestibili, soprattutto se si pensa alla componente pop che rilancia ulteriormente in avanti il discorso. Raramente negli ultimi anni tanta concettualità è stata così ben dissimulata in un disco che rappresenta uno degli esiti più significativi della storia recente del noise-rock. E questo è solo uno dei motivi per avvicinarsi a questo gruppo e a questo album.


Lievemente più melodico dei precedenti, Mapmaker segna la completa maturazione del terzetto americano. Non che il grado di maturità di una band si colga dalla percentuale di melodie inserite in un album, ma al terzo album in proprio (escluso Rise Rise Rise, diviso con Tyondai Braxton) i Parts & Labor ottengono la proverbiale quadratura del cerchio; infatti alle coordinate prettamente noise-rock dei dischi precedenti, i tre hanno aggiunto una particolare attenzione alla forma canzone (specialmente nelle linee melodiche vocali) che rende il suono orecchiabile senza perdere in aggressività e compattezza.
L’opener Fractured Skies è una vera e propria bomba: batteria ipercinetica, rumori di fondo da chincaglieria elettronica da due soldi, una melodia vocale ascendente da sballo e infine una esplosione di chitarra distorta da smuovere il cervello dentro la scatola cranica. Come dire, la convergenza in quattro minuti del noise chitarristico più brutale e astratto, delle tastierine giocattolo care alla now wave e di un invidiabile senso della melodia. La seguente Brighter Days non è da meno, rischiando di divenire un anthem del post-noise-rock, per quel suo appiccicarsi in testa. Due su due è già una partenza da brividi, come non se ne sentiva da tempo, ma quando attacca Vision Of Repair, beh… tre indizi fanno una prova. Una batteria invasata che si srotola lungo l’autostrada del rock americano travolgendo tutto, come solo un altro gruppo ha saputo fare negli ultimi anni e che evito di citare solo perché sta dietro l’etichetta che pubblica il tutto. Se a questo trittico iniziale aggiungete deflagrazioni quasi punk-rock straight-in-your-face (Camera Shy), una cover dei Minutemen a ribadire lontane parentele (King Of The Hill), una coda sperimental-melodica a far da chiosa (Knives And Pencils), converrete con me che Mapmaker rappresenta l’apice delle potenzialità espressive del trio. Resta solo da vedere se seguirà una esplosione anche a livello commerciale. (7.2/10)