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John McCaffrey, già glitch addicted nei Clickits, è Part Timer.
Nicola Hodgkinson (non Nicole …anche se è pur sempre una donna), attualmente dentro e fuori dagli Hood, ex Boyracer e leader di un progetto solista (Empress), è la sua fragilissima musa.
Lui, inglese dell’East Lancashire, tuttora accasato presso l’autoctona Moteer di Craig Tattersall (Remote Viewer), è recentemente emigrato in Australia. Lei, rimasta di pianta a Leeds, ha fornito alcune vocal trasognati à la Tara Jane O’Neil via Mazzy Star per quest’album.
Si dice che per arrivare al succo dell’omonimo Part Timer, McCaffrey, nel suo splendido isolamento, abbia imparato a suonare la chitarra con in testa il folk inglese, consegnando alla Moteer via internet circa 40 canzoni a settimana per un totale di 200 tracce. Un monumento all’isolamento, un mare di folk antico, chimerico, di quella pasta vicina a gente sempreverde come Bert Jansch (End Of The Line) con l’aggiunta di pinzimoni glitch a mo’ di scrosci per vecchi vinili.
Arpeggi di chitarra, synth come fisarmoniche, qualche spruzzo noir in arco tra trip hop e Pan American (gli skip, riverberi, e bassline dubby di It Only Means), sono orpelli di un piccolo scrigno, uno tra i tanti del “sommerso” che popola il pianeta Terra globalizzato alla ricerca della propria storia universale.
Peccato per il McCaffrey chitarrista, che si limita a ricreare atmosfere trite, tradendo ascolti post (My Friend) à la David Pajo ma preferendogli arpeggi più convenzionali à la Tunng, oppure, semplici (ricercati) refrain Sodastream (Hear... To Something).
La quadratura la potrebbero dare i padrini The Books, ma da queste parti lontane lontane non si fa della musicologia applicata, piuttosto ci si concentra nel creare un connubio tra chamber folk e indietronica (avvezza post-rock). Godiamocelo fin che dura, che c’è della buona stoffa (Rain On My Window (Part Two) (6.7/10)

E’ un po’ che non usiamo la parola folktronica. Un termine che fino a un anno e mezzo fa saltava fuori ogni due per tre e che attualmente pare ricondursi al Tunng sound, una deriva catto-poppy, oltre che l’emblema di un ritorno alla canzone (e al country). In origine era tutta un’altra musica, si parlava di pittura sonora peculiare, di un pop inteso come pop-art magari (ascolta/vedi quei colori-sample sparati, quelle gettate elettro sulla tela), oppure di film-sonori postmodernamente naturalistici che erano un po’ come dire “torniamo alla natura nell’impossibilità di sentirla senza la tecnologia” (Orla Wren, il catalogo Expanding e Moteer). Ora troppo spesso si parla d’elettro folk bonariamente popular quando le produzioni più “colte” si tingono di scuro (vedi Type) o ancora svoltano al cantato (vedi Helios ma anche i The Books stessi). Un capitolo chiuso? Sembrerebbe, se non recuperassimo Blue, uscito a settembre per l’etichetta nipponica Flau e non ancora distribuito in Italia.
Ci piace credere che il britannico John McCaffrey (della cricca Moteer) sia l’unico rimasto a farsi carico del quadro di partenza, come ci piace ancor di più ascoltare nelle nuove composizioni (anche un paio di remix), una sintesi compiuta del sottobosco sonoro australo-albionico che s’è agitato sull’onda americana. C’è una sola canzone cantata nell’album (la sodale Nicola Hodgkinson in Somewhere That You Feel), il resto è vernice: paesaggi romantico-nostalgici dai caldi pastelli (ospite – e novità rispetto all’omonimo Part Timer - il quartetto d’archi australiano Fourplay), origami jap e qualche minuto groviglio cromatico electro qua e là. Uno stato di grazia di quelli da far invidia. Un disco folktronico tardivo ma definitivo. D’ora in poi soltanto bugie. (7.0/10)