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C'è un senso di attesa. Talvolta inquietante, più spesso anticamera di rabbiose esternazioni. I fraseggi si chiudono abbracciando un moto circolare, quasi a formare una raggiera in cui tutto converge verso un sol punto; le chitarre sfrigolano; la batteria si fa pressante.
The World Comes Around cattura con i suoi feedback Mark Lanegan e i Low, li spara sotto il cielo di piombo di Human Perversion, per poi finirli con le malinconie angoscianti di Fear Of Love: un matrimonio pagano speso tra accordi in minore e paesaggi glaciali che solo alla quarta traccia - non a caso intitolata Play - si scioglie per mostrare un angolino di sole. Nel mentre si naviga a vista tra folk decadente e improvvisi ritorni di fiamma, reminiscenze vedderiane e secchezze elettro-folk: litri e litri di profondi chiaroscuri che fluttuano nervosi tra la polvere e le ombre all'orizzonte.
Paolo Saporiti lo trovate proprio lì, tra il buio e la luce, impegnato a torturare la sapiente scrittura già messa in mostra ai tempi di The Restless Fall col battito incessante dei tamburi di Lucio Sagone e le chitarre elettriche di Christian Alati, donandole l'aspetto di un specchio d'acqua appena increspato (Red Eyes, Waiting on a Friend), o magari diun mare sconvolto da flutti ingovernabili (God). Un sentire ruvido e sconnesso, sdrucito e analogico, fisico e poetico al tempo stesso, che non si discosta di molto dalle ritrosie esistenziali noir di Cesare Basile. (7.4/10)

Doveva essere una sorta di promo questo Just Let It Happen... di Paolo Saporiti, a cui dedicare un momento di pausa tra il primo disco – The Restless Fall, del 2006 – e il secondo, tuttora in fase di lavorazione. Nel tempo si è trasformato invece in un'opera a sé stante con tanto di scaletta “allungata”, brani finiti e ospiti illustri a dar man forte nelle sette tracce della tracklist, inserendosi di diritto nella produzione migliore del musicista milanese.
Nei diciotto minuti complessivi le consuete intelaiature folk rapprese del Nostro si confrontano con l'ottimo lavoro svolto al violoncello da Francesca Ruffilli, con le ingerenze rumoriste del bravo Xabier Iriondo – Like A Dog e 100.000 lies – e con il prezioso contributo alla chitarra e alla batteria di Christian Alati e Lucio Sagone dei Don Quiból, uscendone arricchite. Pur nell'ottica di uno stile musicale che rimane fortemente attratto dalle secche acustiche, dai toni sussurrati e che forse in Just Let It Happen.. .vira ancora di più verso quello che ci pare di poter definire un intimismo confortevole. (6.7/10)