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01. Krsna, Pan, Miles Davis e Coltrane
02. Tramonto d'Africa
03. Sorgente d'Asia
04. Montesole
05. Settanta
06. Ah! Le Monde
07. Blando Comando Telecomandato
08. Come bambino
09. 11 Settembre 2001
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S.t. (Universal, 2002)
di ©2004 Stefano Solventi
"Noi non ci saremo", cantano i CSI in quella che è la
loro ultima incarnazione discografica, cover del celebre (e non eccelso)
pezzo dei Nomadi (scritto però da Guccini) che dà il
titolo ad una doppia raccolta "postuma" piena zeppa di semi-inediti
e versioni live.
Sembra il loro canto del cigno definitivo, invece è una mezza verità,
visto che - superato il trauma dello split di Zamboni - la band si riorganizza
in una nuova ragione sociale. Nuova, e diversa. A partire dal nome, e soprattutto
nel suono. Gianni Maroccolo è il principale ispiratore di questa ri-partenza, è lui
che stimola gli altri, li chiama a mettersi nuovamente alla prova l'uno con
e nell'altro, sull'onda dell'entusiasmo seguito alla struggente riuscita del
concerto al Parco Storico di Montesole, nel giugno del 2001. E' sempre Maròk
che propone come produttore il francese Hector Zazou, suscitando in
Ferretti un insospettato fervore.
Ferretti che ha nel frattempo fatto il pieno di nuova linfa creativa grazie
ad un recente viaggio in africa, dove ha potuto scontrarsi/abbeverarsi di parole,
suoni, spazi e persone pervasi di una cultura semplice e profonda, sistematicamente
minacciata/violentata dall'invadente spinta "civilizzatrice" del
mondo occidentale.
Come già era accaduto per le vicende jugoslave e per i brulli tavolati
mongoli, questo scenario diventa un vero e proprio fronte di scontro che
rivela la malattia alle radici della nostra civiltà. Il disco sembra
svilupparsi proprio su queste direttrici, lungo il baratro che separa l'occidente
dal sé essenziale, un occidente che muore di sovrastrutture esistenziali
usandole come arma ideologica di sopruso e annichilimento.
Stabilito il quadro ideologico, i neonati PGR scelgono di investigare sonorità ipermoderne
che riconducano però al minimale, suoni che - lungi dal tendere verso
improbabili avanguardie, lungi dal forzare i limiti del futuro - rimbalzano
la propria natura tecnologica verso l'intimo, l'irriducibilmente umano. Come è stato
detto da qualcuno, sembrano i CSI di Linea Gotica versione "glitch".
Definizione semplicistica, ma abbastanza vera.
Emblematica in tal senso Montesole, piazzata al centro del programma
come fosse (lo è) il cuore del disco: una ballata lenta, densa e rarefatta
insieme, attraversata da un gioco vaporoso di tastiere e synth (l'interazione
tra Maroccolo e Magnelli è qui al massimo), da zampettii impalpabili
d'elettroniche, da calde venature di chitarra, con le voci che declamano un
dimesso inno all'amore, sorta di forza (ri)generante, salvifica, ultraumana
e astorica, primordiale. Capace di pervadere luoghi e situazioni come avvenne
in occasione del suddetto concerto di Montesole.
Prima di questa, tre tracce palesemente ispirate all'esperienza di Ferretti
nel continente africano: in sequenza, Krsna, Pan, Miles Davis e Coltrane mormora
una specie di etno trip-hop in trepido crescendo, intanto che il paesaggio
si satura di liquidità sintetiche, dell'inguaribile chitarra western
di Canali, di cori afro e - ahinoi - degli ansiti elargiti da un evitabile Piero
Pelù; poi Tramonto D'Africa, a strapazzare un reggae-dub
ingrugnito e frastagliato, quindi Sorgente D'Asia come un blues dissanguato
e trasfigurato, synth e chitarra in solenne processione, lo sfarfallio dei
microorganismi cibernetici, melodia che segna il passo ad istanze di tipo "atmosferico" (processo
che raggiunge l'apoteosi nel conclusivo "roteando danzo",
in cui il controcanto di Ginevra Di Marco s'accende di fiammelle sottili).
A dire il vero non è un incipit incoraggiante, i tre pezzi non spiccano
per brillantezza di scrittura, le liriche sembrano smarrirsi tra stereotipi
world, né riescono le calligrafiche vestigia elaborate da Zazou (una
sorta di panteismo digitale che ambisce a reinventare gli ansiti e i fremiti
della natura incorporandoli in una visione "techno") a sembrare più che
una sapiente ma piuttosto risaputa congerie di espedienti sintetici.
Tuttavia, assolvono in pieno il compito loro assegnato, dislocano cioé il
campo d'azione, la portata poetica ed estetica del disco fuori dalle antiche
coordinate CSI, sono una sfrontata dichiarazione d'alterità, la mutazione
dello sguardo che permetterà alle successive Settanta (specie
di ragamuffin asprigno, tanto insidioso e amaro quanto più appare innocuo
e ironico, già presente in versione "frugale" nella OST di Paz), Ah!
Le Monde (bradicardica invettiva contro i mezzi d'informazione italiani,
andazzo reggae-monastico, gran profusione di synth, chorus innodico, talkin'
di Bertrand Cantat) e Blando Comando Telecomandato (ancora una
variazione sul tema reggae, stavolta allibito, sospeso, scarnificato, come
disperso nella deriva sintetica, trafitto da improvvisi grattugiamenti e rifrazioni
di corde) di sembrare altrettanti "sguardi da fuori" gettati sul
cuore malato d'occidente.
Detto ciò, niente di cui sopra può competere con la sfavillante
bellezza di Come Bambino, apice del disco e pezzo meritevole di posizionarsi
tra i migliori dell'intero catalogo CCCP-CSI-PGR: una lunga introduzione cantilenante
tra vibranti evanescenze elettroniche, quindi s'innesca un funkettino guizzante
aromatizzato d'oriente & impertinenza, effetti di tastiera spiraleggiano
come una nebbiolina iridescente, la melodia incalza inneggiando un salvifico
ritorno alla semplicità di sé, al volersi bambino sul mondo,
sovrastato da stelle piene d'incanto, fino ad una coda che rincula in una teoria
di tremori e cupezze che rimandano al Battiato più pessimista.
Chiude il programma una 11 Settembre 2001 che taglia con lama poco affilata
un reggae allibito, lo frusta di corde acide, racconta la gran debacle del
Libero Impero d'Occidente stringendo l'obiettivo sulle gambe, la testa, l'anima
di un poliziotto schiacciato dal proprio microscopico dovere, e assieme a lui
ogni lettura morale e - ahinoi - politica della questione: canzone a rischio
di retorica che neanche questa prospettiva racchiusa riesce ad evitare del
tutto.
E' in definitiva un disco che riflette le tipiche debolezze di un periodo di
crisi, ma anche la forza di chi scava dentro e si guarda intorno alla ricerca
di nuovi motivi e motivazioni. Un lungo fotogramma raggelato, concrezione fin
troppo strutturata e instabile di amarezza e disarmo, pessimismo e incanto,
rabbia e sarcasmo. Non può dirsi insomma un lavoro riuscitissimo, ma è se
non altro un deciso segnale di vitalità. (6,2/10) |