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Introduzione
Critica
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PGR

©2004 Stefano Solventi
In occasione del secondo disco d'inediti, uno sguardo sulla breve ma pregnante avventura dei PGR, entità persistente e transitoria assieme, quasi fosse l'involucro (tutt’altro che impermeabile) di una soluzione (d’intenti, di pensieri, di suoni) altamente instabile. Quindi fruttuosa.
Foto: Pgr

PGR: la persistente apertura del cerchio

di ©2004 Stefano Solventi

Ridotto a tre il nucleo "storico", anche il nome subisce oggi una mutazione incognita, affiancando all'acronimo di Per Grazia Ricevuta quello di Però Gianni Giovanni Giorgio Resistono (è sufficiente un piccolo "3" sulla “G”, a mo’ di esponenziale, e il gioco è fatto). Ancora una volta quindi si è voltata pagina, ma è chiaramente lo stesso capitolo di un unico lungo volume.
Un fatto artistico, certo, ma anche, non ne dubitavamo, una questione privata. Un'altra storia di incontri e abbandoni il cui unico punto cardine è Giovanni Lindo Ferretti, a cui sono rimasti fedeli ormai i soli Canali e Maroccolo. All’inizio di quest'anno infatti - sorta di fulmine a ciel sereno – la coppia Francesco Magnelli e Ginevra Di Marco ha mollato l’avventura, un po' per concentrarsi sulla carriera di lei (è previsto il secondo lavoro solista per settembre) e un po' per “divergenze artistiche" che non era difficile intuire già ai tempi del primo PGR, disco affidato come sappiamo alle cure di Hector Zazou, la cui visione e le cui metodologie si rivelarono dure da digerire per Magnelli.


Già, perché PGR, prosecuzione dei CSI malgrado l'assenza di Zamboni, nascono nel segno di una discontinuità formale fortissima – al punto di apparire a tratti forzata - col passato. Di cui il produttore francese sarà il principale artefice, un po’ come Eraldo Bernocchi aveva già fatto imbastendo stranianti architetture sintetiche attorno al declama invasato di Ferretti per il suo album solista Co.dex. Disco che avrebbe dovuto rappresentare la chiusura del cerchio d'un sodalizio ventennale, quello tra Ferretti e Zamboni, e che invece segnò l'improvviso spezzarsi della parabola. Una ferita destinata a covare sottopelle, mai davvero rimarginata.


Ho avuto la fortuna di assistere all'ultimo concerto dei CSI e al primo dei PGR, ho visto l'amarezza rasentare disarmo e disgusto, quindi arricchirsi di passione, farsi avanti una compiaciuta rassegnazione e poi una benedetta serenità, e la voglia di provare ancora, di forzare la serratura per vedere cosa c'è dietro al portone. Di proiettare sullo schermo della Storia le mille Storie visibili e invisibili, e su di esse, sovrimpressi, fotogrammi di storia intima, minima, terrena. Annidati e annodati, indistinguibili, conseguenti. Uno sguardo critico che non perde il gusto d’essere unico, di coltivarsi irripetibile, precipitato in sé e rivoltato sul mondo.


A ben vedere è ancora la poetica dei CSI, non potrebbe essere diversamente. Ma come travolta dagli eventi, coinvolta e lacerata, dispersa nel polverone del Ground Zero e snervata nel malanimo di troppe storie (e Storie) avariate. L’abito sonoro diventa una variabile imprevedibile, accessoria, occasionale. Legata a pulsioni istintive, all’entusiasmo tenace e a tratti ingenuo di Gianni Maroccolo, alla presenza defilata ma essenziale di Giorgio Canali (il cui digrignare elettrico è ciò che tiene la band attraccata al suolo, e non è un caso se torna in ruggente e rugginoso primo piano con D'anime e d'animali, disco pregno di particelle elementari e pulsioni arcaiche).


Difficile immaginare quanto potrà durare, quante pagine o capitoli ci separano dall aprola fine. Ogni eventulità rimane aperta, una muta sterilità, il reiterarsi ad libitum, il dissolvimento defintivo oppure - ciò che più intrigherebbe - la chiusura di quel cerchio. La cui energia sospesa, le cui estremità ferite attendono il giusto compimento.
Per questo l'ascolto dei PGR avviene con questo senso di provvisorietà, d'intercapedine temporale, di promessa che aspira al mantenimento. In attesa che le questioni private s'incontrino al capezzale di un sogno irripetibile. Per l'ultimo, definitivo impeto liberatorio.

Copertina: PGR
01. Krsna, Pan, Miles Davis e Coltrane
02. Tramonto d'Africa
03. Sorgente d'Asia
04. Montesole
05. Settanta
06. Ah! Le Monde
07. Blando Comando Telecomandato
08. Come bambino
09. 11 Settembre 2001

S.t. (Universal, 2002)

di ©2004 Stefano Solventi

"Noi non ci saremo", cantano i CSI in quella che è la loro ultima incarnazione discografica, cover del celebre (e non eccelso) pezzo dei Nomadi (scritto però da Guccini) che dà il titolo ad una doppia raccolta "postuma" piena zeppa di semi-inediti e versioni live.
Sembra il loro canto del cigno definitivo, invece è una mezza verità, visto che - superato il trauma dello split di Zamboni - la band si riorganizza in una nuova ragione sociale. Nuova, e diversa. A partire dal nome, e soprattutto nel suono. Gianni Maroccolo è il principale ispiratore di questa ri-partenza, è lui che stimola gli altri, li chiama a mettersi nuovamente alla prova l'uno con e nell'altro, sull'onda dell'entusiasmo seguito alla struggente riuscita del concerto al Parco Storico di Montesole, nel giugno del 2001. E' sempre Maròk che propone come produttore il francese Hector Zazou, suscitando in Ferretti un insospettato fervore.
Ferretti che ha nel frattempo fatto il pieno di nuova linfa creativa grazie ad un recente viaggio in africa, dove ha potuto scontrarsi/abbeverarsi di parole, suoni, spazi e persone pervasi di una cultura semplice e profonda, sistematicamente minacciata/violentata dall'invadente spinta "civilizzatrice" del mondo occidentale.

Come già era accaduto per le vicende jugoslave e per i brulli tavolati mongoli, questo scenario diventa un vero e proprio fronte di scontro che rivela la malattia alle radici della nostra civiltà. Il disco sembra svilupparsi proprio su queste direttrici, lungo il baratro che separa l'occidente dal sé essenziale, un occidente che muore di sovrastrutture esistenziali usandole come arma ideologica di sopruso e annichilimento.
Stabilito il quadro ideologico, i neonati PGR scelgono di investigare sonorità ipermoderne che riconducano però al minimale, suoni che - lungi dal tendere verso improbabili avanguardie, lungi dal forzare i limiti del futuro - rimbalzano la propria natura tecnologica verso l'intimo, l'irriducibilmente umano. Come è stato detto da qualcuno, sembrano i CSI di Linea Gotica versione "glitch". Definizione semplicistica, ma abbastanza vera.
Emblematica in tal senso Montesole, piazzata al centro del programma come fosse (lo è) il cuore del disco: una ballata lenta, densa e rarefatta insieme, attraversata da un gioco vaporoso di tastiere e synth (l'interazione tra Maroccolo e Magnelli è qui al massimo), da zampettii impalpabili d'elettroniche, da calde venature di chitarra, con le voci che declamano un dimesso inno all'amore, sorta di forza (ri)generante, salvifica, ultraumana e astorica, primordiale. Capace di pervadere luoghi e situazioni come avvenne in occasione del suddetto concerto di Montesole.
Prima di questa, tre tracce palesemente ispirate all'esperienza di Ferretti nel continente africano: in sequenza, Krsna, Pan, Miles Davis e Coltrane mormora una specie di etno trip-hop in trepido crescendo, intanto che il paesaggio si satura di liquidità sintetiche, dell'inguaribile chitarra western di Canali, di cori afro e - ahinoi - degli ansiti elargiti da un evitabile Piero Pelù; poi Tramonto D'Africa, a strapazzare un reggae-dub ingrugnito e frastagliato, quindi Sorgente D'Asia come un blues dissanguato e trasfigurato, synth e chitarra in solenne processione, lo sfarfallio dei microorganismi cibernetici, melodia che segna il passo ad istanze di tipo "atmosferico" (processo che raggiunge l'apoteosi nel conclusivo "roteando danzo", in cui il controcanto di Ginevra Di Marco s'accende di fiammelle sottili).
A dire il vero non è un incipit incoraggiante, i tre pezzi non spiccano per brillantezza di scrittura, le liriche sembrano smarrirsi tra stereotipi world, né riescono le calligrafiche vestigia elaborate da Zazou (una sorta di panteismo digitale che ambisce a reinventare gli ansiti e i fremiti della natura incorporandoli in una visione "techno") a sembrare più che una sapiente ma piuttosto risaputa congerie di espedienti sintetici.
Tuttavia, assolvono in pieno il compito loro assegnato, dislocano cioé il campo d'azione, la portata poetica ed estetica del disco fuori dalle antiche coordinate CSI, sono una sfrontata dichiarazione d'alterità, la mutazione dello sguardo che permetterà alle successive Settanta (specie di ragamuffin asprigno, tanto insidioso e amaro quanto più appare innocuo e ironico, già presente in versione "frugale" nella OST di Paz), Ah! Le Monde (bradicardica invettiva contro i mezzi d'informazione italiani, andazzo reggae-monastico, gran profusione di synth, chorus innodico, talkin' di Bertrand Cantat) e Blando Comando Telecomandato (ancora una variazione sul tema reggae, stavolta allibito, sospeso, scarnificato, come disperso nella deriva sintetica, trafitto da improvvisi grattugiamenti e rifrazioni di corde) di sembrare altrettanti "sguardi da fuori" gettati sul cuore malato d'occidente.
Detto ciò, niente di cui sopra può competere con la sfavillante bellezza di Come Bambino, apice del disco e pezzo meritevole di posizionarsi tra i migliori dell'intero catalogo CCCP-CSI-PGR: una lunga introduzione cantilenante tra vibranti evanescenze elettroniche, quindi s'innesca un funkettino guizzante aromatizzato d'oriente & impertinenza, effetti di tastiera spiraleggiano come una nebbiolina iridescente, la melodia incalza inneggiando un salvifico ritorno alla semplicità di sé, al volersi bambino sul mondo, sovrastato da stelle piene d'incanto, fino ad una coda che rincula in una teoria di tremori e cupezze che rimandano al Battiato più pessimista.
Chiude il programma una 11 Settembre 2001 che taglia con lama poco affilata un reggae allibito, lo frusta di corde acide, racconta la gran debacle del Libero Impero d'Occidente stringendo l'obiettivo sulle gambe, la testa, l'anima di un poliziotto schiacciato dal proprio microscopico dovere, e assieme a lui ogni lettura morale e - ahinoi - politica della questione: canzone a rischio di retorica che neanche questa prospettiva racchiusa riesce ad evitare del tutto.
E' in definitiva un disco che riflette le tipiche debolezze di un periodo di crisi, ma anche la forza di chi scava dentro e si guarda intorno alla ricerca di nuovi motivi e motivazioni. Un lungo fotogramma raggelato, concrezione fin troppo strutturata e instabile di amarezza e disarmo, pessimismo e incanto, rabbia e sarcasmo. Non può dirsi insomma un lavoro riuscitissimo, ma è se non altro un deciso segnale di vitalità. (6,2/10)

Foto: Montesole - 29 Giugno 2001 (Universal, 2003)
01. Guardali Negli Occhi
02. Unità Di Produzione
03. Cupe Vampe
04. Stellare
05. Campestre
06. La Notte (lettura tratta da “La Notte” di Elie Wiesel)
07. P.C. . Popular Correct
08. Unità Di Produzione Part II
09. Libera Me Domine
10. E Montagne Quante Ne Vuoi
11. Finisterrae
12. Veni Creator Spiritus
13. Morire
14. Spio Nella Notte
15. Madre
16. Uomini Donne E Bambini
17. Linea Gotica (Mai Come Ora)
18 . 1/365°

Montesole - 29 Giugno 2001 (Universal, 2003)

di ©2003 Stefano Solventi

Come potrò - mi chiedevo prima di ascoltare questo disco - giudicarlo con un minimo di accettabile obiettività? Ho avuto la fortuna di esserci, quel 29 Giugno 2001, nel Parco Storico di Montesole, non lontano da Marzabotto. La magia principale di quella sera, immersi in un grembo a due passi dal cielo, fu di viverla sapendola indimenticabile, dolce cospirazione di natura e volontà, intenso rituale di appartenenza, un atto dovuto contro la sistematica amnesia del vivere quieto. Ed una promessa nell’aria, appena accennata: il germoglio di un progetto nuovo che di lì a pochi mesi sarebbe sbocciato nell’ineffabile trasfigurazione PGR.

Montesole testimonia oggi quella performance, e lo fa prendendo le distanze, relegando al margine – in pratica ciò che non si poteva tecnicamente eliminare - i segni caratteristici della presa live (gli applausi, le interlocuzioni, l’approssimazione), i lunghi reading ridotti a brevi tracce seppellite sotto stranianti texture elettroniche, per inseguire una purezza sonica struggente ma tersa, distaccata e monolitica. Le foto stesse che corredano il libretto sono pervase da questo senso di eclissi dell’umano, che appare solo attraverso la memoria ectoplasmatica di vecchie fotografie immerse nella monumentale immanenza dei luoghi, nel loro silenzioso ma partecipe esistere.

I diciotto pezzi compongono un flusso quasi ininterrotto, apocalittico, strutturato e diafano, che Gianni Maroccolo (basso, wurlitzer, elettroniche varie e produzione) e Francesco Magnelli (piano e magnellofoni) rivestono di palpitante decadenza, strigliata dai traccianti rossofuoco innescati dalle corde di Giorgio Canali, cullata dalle accorate teorie vocali di Ginevra Di Marco (eccellente in Libera Me Domine) e scolpita nella pietas asciutta e risoluta di Giovanni Lindo Ferretti (addirittura liturgico in Veni Creator Spiritus e Madre).

Insomma, pur celebrandone la sostanza, questo disco sembra volersi ritagliare una dimensione indipendente dal concerto che lo ha generato, quantunque i fantasmi lenti e implacabili che lo attraversano siano in fondo gli stessi, a partire dall’atroce eccidio di Marzabotto, episodio terribile eppure ordinario in quella carneficina industriale che fu la seconda guerra mondiale, barbarie assoluta orchestrata con precisione teutonica e risolutezza messianica – quale paradosso, e quale orrendo monito - da uno dei popoli più civili del mondo. L’amarezza struggente e dilatata di <Guardali Negli Occhi, l’incubo cosmico di Uomini Donne E Bambini ed il solenne caracollare di Linea Gotica sono una vena di allarme e dolore, di dignità nella tragedia.

C’è poi il fantasma atroce della speranza recisa, delle vite bruciate al dio delle ragioni smarrite (La Notte, Morire, il declama gotico e pugnace di Popular Correct, l’avvitarsi lieve e instabile dell’inedita 1/365°). E il fantasma di quei monti silenziosi ingoiati dalla sera, scesa come una palpebra sul palco acceso di candele, noi seduti su terra falciata da poco con qualcosa che cresceva dentro, inarrestabile, mentre quei cinque spalancavano più finestre di quante potessero essi stessi sospettare (Spio Nella Notte, E Montagne Quante Ne Vuoi).

Ed altri fantasmi, purtroppo, quelli del futuro di allora: Carlo Giuliani ucciso sulla pubblica piazza, l’undicisettembre che diventa lemma devastante e insondabile, di nuovo l’industria della guerra al lavoro, così potente che non la puoi vedere, non vedi il sangue sparso sulle piaghe infiammate della Storia, nemmeno puoi vederla crollare, anche se non senti più la terra sotto ai piedi (Cupe Vampe, Finisterrae).

Ancora, il fantasma del suono delle canzoni e delle parole, trame perlopiù già note e amate, estorte alla loro forma e al tempo (la liturgia sinto-acustica Unità Di Produzione, la narcolessia techno di Campestre) cui un missaggio fin troppo asettico regala una dimensione sospesa, intangibile, come fossero scolpite nel pensiero, nebbie galleggianti su inquietudini profonde, rituali di pensiero acceso nella notte della ragione.

In ultimo, i CSI, fantasmi anch’essi nel ricordo di una sera che continuo a conservarmi intangibile nel cuore, perché questo disco è davvero un’altra cosa, il momento esatto (forse) in cui fu concepita l’algida e speranzosa trascendenza dei PGR, che pure con questo disco recuperano una calligrafia più personale rispetto alle mirabilie sintetiche imposte nell’omonimo esordio da Hector Zazou, nel momento stesso però in cui congedano definitivamente il loro imprescindibile passato (hanno più volte dichiarato infatti di non volere più proporre il vecchio repertorio). Scelta rispettabilissima, purtuttavia – ve lo dice chi tiene La Terra, La Guerra, Una Questione Privata nel fagotto per l’isola deserta - non vi nascondo un leggero disappunto. (7.0/10)   

Foto: D'anime e d'animali (Universal, 2004)
1. Alla Pietra 9 Luglio 2003
2. Casi Difficili
3. Divenire
4. Orfani e Vedove
5. Tu e Io
6. I Miei Nonni
7. Io e Te
8. Cavalli e Cavalle
9. S'Ostina
10. P.G.G.G.R.
11. Si Può

D'anime e d'animali (Universal, 2004)

di ©2004 Stefano Solventi

Come prima più di prima, PGR è innanzitutto una questione privata di Giovanni Lindo Ferretti, estensione musicale del suo sguardo critico sul (e dentro al) mondo. La band segue a ruota ben sintonizzata, ovvero Canali con la sua chitarra "senziente" tornata - bontà sua - a sferragliare, Maroccolo finalmente perlopiù al basso (grugnisce il suo quattro corde elastico e pecioso), Pino Gulli puntuale ai tamburi e Cristiano Della Monica a fare il jolly tra cori, percussioni e basso.
Un gruppo compatto, essenziale, piuttosto quadrato, che si basta da sé con qualche piccolo aiuto (come vedremo), e che soprattutto sembra non soffrire più di tanto la dipartita di Magnelli & Di Marco. Evento questo che pure deve aver contato parecchio quale innesco poetico dell'opera, tanto da agitarsi tra le righe della prima traccia, quella Alla Pietra 9 Luglio 2003 che narra storicizzandola una delle ultime sere felici dei vecchi PGR, obbligati ad una imprevista e incantata festicciola “out of time” causa un fortunale che impedì loro d'esibirsi.
Trattasi d'una ballata piuttosto morbida sbocciata attorno ad un contagioso giro di basso, l'hammond (a cura di James Halliwell) spande tiepide ombre soul-psych, caldo retaggio CSI pacificato in un denso flusso nostalgico. Nulla d'eccezionale, salvo regalarci una chiave per tutto il disco: Ferretti è come precipitato a livello del suolo e forse un po' al di sotto, manda a fare in culo "la tecnica" e "l'impianto", si spoglia, scorge un senso forte nell'intimità ritrovata, una magia pervasiva che ti spiega e si spiega senza bisogno di spiegazioni, precipita l'universale nel privato, la Storia nell'intimo.
È un'urgenza di semplicità, di valori-base opposti al decentramento incontrollabile di tutti i valori. È una reazione sdegnata, disgustata, non priva di una certa stanchezza di fronte all'impasto frenetico d'ingiustizie e laide imposture, all'organicità della tragedia e della menzogna come un'interfaccia necessaria tra l'uomo moderno e la contemporaneità. Ferretti dice no, inveisce ritraendosi, attacca implodendo, s’arrocca sulle proprie radici d'uomo.
Per questo la tammurriata di Casi Difficili, con cui il disco sembra schiudersi davvero, si scaglia contro "ogni pensiero debole, piagnone e contro", contro i volontari di professione, contro le anime pure che “stanno su in montagna”, a cavallo di una furia dissacrante che ritorna con prepotenza riallacciandosi a T.R.E. e ancora più indietro all’impeto destrutturato degli ultimi CCCP. Il clarino arabeggiante e la pesantezza del basso (che tratteggia con disinvoltura percorsi hard-blues e poi pseudo-dub), gli spigolosi calligrafismi di chitarra e l'impellente percussività, le rifrazioni e i cambi di scena ne fanno una song ambiziosa, tra le più strutturate del ventennale catalogo, anche se non perfettamente risolta, un po' lunghetta e melodicamente slabbrata.
Altrettanto ambiziosa è I Miei Nonni, che sgorga con delicatezza attraverso commoventi reminiscenze, si fa strada tra armonium, chitarra acustica e archi, per poi liberarsi in un chorus dall'incedere sbrigliato e proseguire tra un frastagliarsi di chitarra e bei vapori d'hammond, mentre Orfani e Vedove alterna ascendenze world e spurghi art-punk, con quei mulinelli d'archi che ricordano il Battiato con un piede ad oriente ed il dito zuppato nel culo d'occidente periodo Café De La Paix, e l'apocalittico/robotico/controverso declamare ferrettiano va a smuovere e gambizzare convinzioni sedimentate come ai bei tempi che furono (si prevedono tafferugli tra i discepoli).
Sono poi in programma momenti più "potabili" (la ballatina zampettante e smaltata di Tu e Io, col produttore Peter Walsh alle tastiere, l'esegetica P.G.G.G.R. che si toglie qualche sassolino dalle scarpe con la leggerezza asprigna d'un riff adesivo, e quella Divenire che sfodera una melodia tondeggiante - perdonatemi - vagamente Simple Minds) evidente conseguenza dell'inevitabile impoverimento compositivo seguito alla dipartita di Magnelli, nei quali s'agitano purtuttavia brandelli testuali di tutto rispetto.
A questi si alternano improvvisi inneschi emotivi (vedi Cavalli E Cavalle, gran dispendio di watt chitarre in resta, i mantici spiraliformi degli archi, ancora Tabula Rasa Elettrificata e ancora Battiato, stavolta quello de L'Imboscata) e intriganti interlocuzioni soniche (la già nota S'Ostina - sta nell’ACAU di Maroccolo - sorta di esercizio trip-hop abbarbicato ad un'epica tipica CSI, e la diafana e febbrile Io E Te, groove sintetici sfarfallanti, allarme di tastiera, riff circolare d'archi, dialogo stretto/sottile delle batterie, chitarrina che si aggira waveggiando, il canto un reading che deve qualcosa al Godano dei Marlene Kuntz, insomma senza dubbio il pezzo che preferisco).
Resta da dire della traccia finale, tango blues cupo e inacidito intitolato Si Può, che col suo elogio del disimpegno, d'una dimensione defilata, rinchiusa, arresa, del "camminare, studiare, lavorare" come unica, ultima opposizione ad un mondo intollerabile, suona alla stregua di un epilogo, e forse non solo di questo disco.
Sarebbe un peccato, perché questo ennesimo ripartire sembra ancora possedere linfa vitale, per quanto evidentemente – comprensibilmente - già spremuto del succo migliore. Sembra, voglio dire, ancora una voce unica nel panorama italiano. Forse insostituibile. (6,8/10)